Oggi più
che mai la forsennata corsa verso l'esasperante efficientismo tecno- logico
sta metabolizzando in molti di noi una benefica antitossina capace di procurarci
una necessità di sosta e forse anche di retromarcia. Il linguaggio
odierno è sempre più inquinato da orribili neologismi e da
inaccettabili barbarismi che talvolta rendono il parlato e lo scritto repulsivi
e persino indigesti. E' pur vero che una lingua vive solamente se è
dinamica e mutabile, ma è altrettanto certo che pure la corruzione
e l'involuzione sono motilità in senso negativo però, foriere
di paralisi. Se poi il corpo debilitato è aggredito dalla virulenza
di troppi patogeni esterni, la morte è assicurata. Mai come oggigiorno,
nei più sensibili di noi, ritorna gradevole alla memoria un linguaggio
antico, il dialetto. Era e lo è ancora un idioma capace di esprimere
pensieri, idee, sentimenti, cosìi vivaci e schietti, che pronunciarli
in lingua italiana è impossibile e ciò è sacrosanto
perchè il dialetto è la nostra vera lingua madre; è
il linguaggio umorale e plasmante la nostra crescita di cuccioli d'uomo;
è la stupefazione delle creature e delle cose succhiata insieme al
latte materno. E' la voce della nostra prima balbuzie. Sono sempre più
convinto che la nostra Bassa, terra posta in basso rispetto al Nord Lodigiano,
è simile a un bacino di raccolta di tutte le erosioni, le confluenze
detritiche, le macerazioni e le fermentazioni (intese non solamente in senso
geologico, pedologico e biologico) che dalla parte alta del territorio più
eccelso ma piu sgretolabile e labile, vengono convogliate, per legge gravitazionale,
verso il basso, appunto verso la nostra Bassa. Ho più volte paragonato
la Bassa a una specie di torbiera, un giacimento sedimentario fatto di cose
vive, ma addormentate da secoli, nel cui seno vioabile si possono scoprire
e leggere i pollini del tempo. E' la barriera naturale estrema, posta a
Sud di questo prezioso giacimento, costituito da un universo ricco di umanità,
l'ha creata il Po, il grande ser- pente liquido gonfio di fecondità
e di angosce, che ne ha roso i perimetri e ne ha limitato gli spazi ma che
ha favorito la stratificazione molecolare di tutto (tradizione, cultura
e fede comprese) in orizzonti sovrapposti come pagine di un libro millenario
da leggere, dal sottile e taciturno fascino sconosciuto ai più. In
questi inesplorati spessori, Aldo Milanesi da tempo si è inoltrato
cauto ma con tanto entusiasmo alla scoperta della degnità e della
dignità di una cultura fatta di sobrie aggregazioni, valenze culturali
per moltissimi di noi, pur- troppo, quasi cancellate dalla memoria, veri
tesori forgiati da un dialetto sec- cagno, indurito, troncato, essenziale,
colorito però da una variopinta gerga- lità, frugale, scaltra,
sagace, inattesa, che ha sacrificato, oppure mascoliniz- zato legioni di
vocali, suoni capaci di fare più tenera, scorrevole e anche più
femminea la parlata di Lodi e del suo territorio settentrionale, giocoforza
più eroso e più diluito dalle molte intrusioni recate dalla
maggiore variabilità e concentrazione demografica che porta a più
rapide e irreversibili mutazioni del costume, della tradizione, della cultura
ma anche del linguaggio vernacolare e gergale che di queste componenti della
storia ne è la voce. Aldo Milanesi, attento osservatore degli accadimenti
della nostra terra, ha saputo di nuovo riportare alla luce lo stupore delle
parole e la seduzione delle loro origini e delle loro significazioni. E'
stato detto: "Quando muore un vecchio è come se bruciasse un biblioteca
". Ossequiente a questo assioma, Milanesi arriva puntuale ad ampliare e
puntualizzare alcune parti del suo già corposo libro "Le parole dei
contadini" scritto a quattro mani con Giacomo Bassi. Non poteva meglio essere
più appropriato il titolo "Colgo l'occasione per...", rafforzato
da sottotitolo "Antologia", dall'etimo e dalla semantica soguse di classicismo,
fascinoso vocabolo derivato dal felice connubio delle parole greche; anthos
= fiore e legein = raccolta, scelta. Come dire raccolta di fiori. E' davvero
un florilegio questa esplosione di corolle che Milanesi ci offre con la
generosità di galantuomo che gli è congeniale. Sono petali
pluridipinti sbocciati fragranti dalla nostra Bassa opulenta di verde, vieppiù
impreziositi da delicati e suggestivi disegni di altri due innamorati della
nostra terra,Giacomo Bassi e Luigi Campagnoli. Cicerone afferma che: "Sapere
vuol dire ricordare";ne potenzia il concetto Montaigne dicendo: "Non bisogna
attaccare il sapere all'anima; bisogna incorporarvelo ". Aldo Milanesi come
sempre dimostra di avere dentro una memoria corazzata nel ricordare personaggi,
cose e fatti. Egli dice bene quello che sa e sa bene quello che dice, senza
vuoti di memoria, con una lucidità sorprendente, perchè da
tempo ha fatto il pieno di ricordi e di sentimenti germinati da substrati
feraci. Si ha l'impressione che i ripostigli della sua anima siano bisognosi
di esondazioni cicliche come quelle del nostro grande fiume, indispensabili
per fecondare con rinnovate fertilità il nostro territorio ma anche
per fare spazio a nuovi flussi di scoperte, restauri e creazioni, mediante
le alchimie della sua bravura filologica, poetica e narrativa. E' auspicabile
che questo straripare aiuti a spazzare via le triviali imbecillità,
le banalità insulse, gli attentati culturali e spirituali che osano
intossicare la nostra società sempre più inquieta, smarrita,
implorante.