Da
LA TRUBUNA DI LODI del 3 04 04
E d i t o r i a l e
Adda: bisogna agire, con moderazione
di Achille Aguzzi
Mi si chiede un’opinione circa l’annoso problema
degli interventi sul fiume Adda (specie di quello di escavazione
degli inerti accumulati) intesi a scongiurare il ripetersi di
esondazioni come fu nel novembre 2002. Ciò con particolare
riferimento a due voci recentemente registrate in tema, quella
del geometra Nicola Bonelli, che ha espresso un documentato
parere tecnico [pubblicato integralmente in questo numero della
Tribuna di Lodi, ndr] su richiesta del comitato presieduto da
Domenico Ossino, e quella dell’ingegner Paolo Premoli
Trovati, che ha scritto sul Cittadino del 19 marzo. Non pretendo
certo l’autorità di sentenziare, tanto più
che non possiedo i dati e la documentazione su cui, invece,
hanno lavorato i colleghi. Poiché, peraltro, nella questione
sono coinvolto doppiamente, come vecchio ingegnere e come alluvionato,
proverò ad esprimere qualche opinione. Diciamo subito
che l’esigenza della “pulizia” del fondo dell’Adda,
nel tratto da Cassano a Lodi, della rimozione( e del prezioso
utilizzo) di masse di inerti che oggi giacciono in alveo come
enormi coccodrilli al sole, ad ostruire e deviare il corso dell’acqua,
l’esigenza, cioè, di ripristinare un corretto alveo
di magra, è fondamentale e ineludibile. Inutile rievocare
ossessivamente la lontana vicenda degli “scavi selvaggi”,
che hanno giustamente trovato un altolà, ma che non possono
portare, come invece hanno portato, ad una paralisi quasi trentennale
coi risultati che sappiamo. Solo con un’ostinazione assurda
certi settori dell’estremismo ambientalista possono credere
(o fingere di credere) che sia saggio il perdurare di un divieto,
che ormai è diventato ostacolo normativo a qualunque
proposta, pur ragionevole, di intervento. C’è,
in Regione, qualche recente segno di ravvedimento in proposito,
sotto la pressione popolare e grazie ad una visione politica
più aperta che non in passato, ma bisogna andare ben
oltre. A meno che il timore di togliere sabbia e ghiaia dal
fiume non sia funzionale a tenere vivi mostruosi “piani-
cava”. Con la stessa chiarezza va anche detto che una
razionale escavazione del letto dell’Adda non deve travalicare
il carattere di “pulizia”, assumendo dimensioni
incongrue e devastanti, né ci si può illudere
che la rimozione degli inerti possa abbassare di metri la quota
dell’acqua in periodo di piena, salvando tutto e tutti.
Ho già avuto occasione di dirlo nelle sedi più
scomode, quelle di assemblee di alluvionati. Ci sono accumuli
di sabbia e ghiaia qua e là, non sempre e dovunque. Via
quelli, le cose andrebbero molto meglio, ma non avremo un fiume
più basso di metri. Ancora, la briglia realizzata a valle
del ponte di Lodi ha la funzione di evitare che la corrente
scalzi i piloni. Si può riconsiderare l’opportunità
di mantenerla alla quota attuale, credo sarebbe incauto abbatterla
di tre metri. Se è vero che il deposito sul fondo indotto
dalla briglia comporta una minaccia per le arcate del ponte,
contribuendo ad alzare il livello della piena, è sempre
possibile dragare il fondo in misura controllata, non dissestare
un’opera che è derivata da una ragione precisa.
Se così ridimensioniamo la proposta di riprendere energicamente
l’escavazione dell’alveo, molti timori dovrebbero
svanire. È mai possibile che si debba continuare un dialogo
tra sordi, con schieramenti pro o contro soluzioni estreme,
quali l’abbattimento di metri di briglie e fondi o la
persistenza del “quieta non movere” (traduzione
padana: “tuca no, lassa stà”)? Aggiungo una
sottolineatura positiva, positiva, in pieno consenso, ad una
idea avanzata dall’amico ing. Premoli. Questi ci informa
che nel Consorzio che governa la manovra della diga di Olginate,
e quindi il deflusso dell’acqua del Lago di Como nell’Adda,
sono presenti rappresentanti di tutte le province interessate
dal corso del fiume, tranne di quella di Lodi. E dice “Cosa
aspettiamo a pretendere di esserci anche noi?”. Parole
sante, perché, accanto alla pulizia del fondo e del consolidamento
delle difese spondali, la regolazione dell’immissione
del lago è un’altra leva determinante perché
il nostro fiume cessi di rappresentare un pericolo.
Achille Aguzzi
Da IL CITTADINO del 6 04 04
Il sindaco rilancia l’ipotesi per chiudere l’anello
viabilistico attorno alla città
Lodi, un terzo ponte sull’Adda per completare la tangenziale
A Lodi serve un terzo ponte sull’Adda: non per il traffico
urbano, bensì per convogliare fuori dalla città
i flussi da e per Milano. L’ipotesi di realizzare un nuovo
attraversamento del fiume viene rilanciata dal sindaco del capoluogo,
Aurelio Ferrari, insieme all’idea di creare un collegamento
a nord tra i due attuali tronchi di tangenziale, completando
in questo modo l’anello di scorrimento attorno alla città.
La soluzione potrebbe essere quella di una “bretella”
fra la strada provinciale 25 per Boffalora e la 202 per Montanaso,
prolungando la tangenziale est e attraversando l’Adda
all’altezza della cava del Belgiardino. Tra i vantaggi
di un simile scenario ci sarebbe anche la possibilità
di gestire l’operazione interamente tra gli enti locali,
senza interventi dell’Anas.
Il manufatto dovrebbe collegare le strade per Boffalora e per
Montanaso, sulle sponde opposte: «Possiamo farlo senza
l’Anas»
Il sindaco sogna un ponte a Belgiardino
Ferrari: «Chiuderebbe l’anello delle tangenziali
attorno alla città»
Una nuova tangenziale e un terzo ponte che consenta al traffico
di impegnare la direttrice per Milano senza entrare in città,
attraverso una bretella che chiuda a nord l’anello composto
anche dalle tangenziali est e sud. È il sogno del sindaco
Aurelio Ferrari, la cui amministrazione ha nei giorni scorsi
approvato il bilancio di previsione, che stanzia 250 mila euro
per la riqualificazione di via Cavallotti. L’inserimento
poteva essere interpretato come propedeutico alla pedonalizzazione
del vecchio ponte, con la possibilità di cominciare a
pianificare la realizzazione di un valico urbano del fiume,
che si immettesse in viale Milano all’altezza del palazzo
di giustizia. «Il ponte urbano non avrebbe una grande
utilità - spiega però il primo cittadino - mentre
ci sarebbe la possibilità di chiudere la città
in un anello, offrendo due itinerari alternativi che tengano
il traffico passante fuori dalla città». L’idea
è quella di avviare una sorta di collegamento tra viale
Piave (la statale 25 per Boffalora) e la 202 per Montanaso,
collegamento che fungerebbe da prolungamento della tangenziale
est verso Milano e che passerebbe l’Adda all’altezza
della cava Belgiardino, per sboccare in viale Milano, in prossimità
del centro commerciale Iperdì e del magazzino Trony.
Un sogno, che però potrebbe diventare realtà,
visto che, a differenza di quanto accaduto per la tangenziale
est e per il secondo ponte, non sarebbe necessario scomodare
l’Anas: «L’ente stradale non avrebbe alcun
titolo a intervenire - spiega Aurelio Ferrari - in quanto si
tratterebbe di un collegamento tra provinciali». In un’ottica
di questo genere, quindi, potrebbero essere chiamati in causa
i comuni di Lodi e Montanaso e la provincia di Lodi, magari
con l’obiettivo di un accordo di programma finalizzato
proprio alla realizzazione di una simile opera, il cui “peso”
finanziario dovrebbe essere cospicuo, se non altro per la tecnologia
da mettere in campo per la costruzione del ponte. Ma se questo
è il sogno di fine mandato di Ferrari, la riqualificazione
di via Cavallotti è una realtà che può
concretizzarsi presto: «È necessario sistemare
i marciapiedi, definire percorsi protetti per le biciclette,
reperire spazi di sosta - continua il sindaco -. Nelle nostre
intenzioni, via Cavallotti dovrebbe diventare una vera e propria
strada di quartiere, se non altro in quel tratto che va dalla
rotatoria di viale Piave a Campo di Marte, che potrebbe essere
utilizzato esclusivamente per i collegamenti con gli insediamenti
residenziali». In quest’ottica si inserirebbe alla
perfezione l’ipotesi di terzo ponte e mini tangenziale,
che avrebbe il vantaggio di estendere all’intera via Cavallotti
e al ponte attuale lo “status” di percorso protetto
e a traffico ridotto.
Arrigo Boccalari
Via libera al centro commerciale previsto a Campo di Marte:
La commissione territorio ha accolto la richiesta presentata
da Desiderio Zoncada, proprietario dell’area di oltre
11 mila metri quadrati e ora il provvedimento passerà
al vaglio del consiglio comunale. L’esercizio che sorgerà,
comunque, avrà una superficie di vendita inferiore ai
2.500 metri quadrati, per cui non sarà necessaria l’autorizzazione
della regione Lombardia, e sarà specificamente a servizio
degli attuali insediamenti residenziali e di quelli futuri (in
arrivo con l’operazione Codignola). L’intervento,
previsto già nel piano regolatore del 1990, è
stato criticato dagli ambientalisti e da alcuni consiglieri
di circoscrizione, in quanto il punto vendita sorgerebbe in
una zona potenzialmente a rischio esondazione e dopo l’alluvione
disastrosa dell’autunno del 2002 l’Adda non lascia
nessuno tranquillo. «Il rischio è stato attentamente
valutato - specifica il presidente della commissione territorio,
Roberto Masticò -, tanto che abbiamo incaricato il consulente
del comune (l’ingegnere Silvio Rossetti, ndr) di predisporre
uno studio idrogeologico che fugasse ogni dubbio per quanto
concerne la sicurezza dei cittadini. Dall’indagine è
emerso che l’area si trova a una quota di sicurezza e
che durante l’alluvione l’acqua non allagò
quel terreno». Non ci sarebbero quindi pericoli di allagamenti,
a meno di improbabili eventi che risultassero più violenti
di quelli del 2002. Il provvedimento è passato con i
voti della maggioranza e con l’astensione di Lega e Forza
Italia. La commissione ha inoltre approvato il piano di recupero
urbano che porterà nuove case al posto dell’ex
complesso industriale dell’Everlasting, in via Defendente.
«Anche in questo caso, vista la posizione in cui sorgeranno
le unità abitative - aggiunge Masticò - abbiamo
chiesto al consulente informazioni in merito all’effettiva
possibilità di costruire. La risposta è stata
positiva: l’intervento si può fare, ma le norme
tecniche di attuazione del piano di assetto idrogeologico non
permettono la realizzazione di box e altri locali interrati».
Le 42 autorimesse e le 28 cantine si troveranno così
a livello della sede stradale, mentre i 31 appartamenti occuperanno
il primo e il secondo piano, al di fuori della portata dell’Adda.
I commissari hanno ottenuto dalla proprietà, l’immobiliare
Soledil srl, una modifica del progetto che consentirà
di realizzare il passo carrabile in piarda Ferrari anziché
sulla trafficata via Defendente. Inoltre il complesso edilizio
arretrerà di un metro sui quattro lati del perimetro,
per lasciare posto a un marciapiede.
Lavori in fascia protetta con proteste
dei residenti per il passaggio dei camion al Capanno
Il mistero del parcheggio sull’Adda
Nasce un terrapieno vicino alla sede Ds: «Noi non c’entriamo»
Strani movimenti di terra, camion che portano tonnellate di
materiali, un terrapieno di quasi un metro che s’innalza
miracolosamente nel giro di un paio di giorni a pochi metri
dalle rive dell’Adda. Settimana movimentata per i residenti
di via del Capanno che si sono lamentati sonoramente nello scorso
fine settimana per i lavori effettuati su un campo di erbacce
compreso tra il lungo Adda e via del Capanno. Molti curiosi
si sono attardati ai bordi del campo, su cui nel giro di pochi
giorni è sorto un vero e proprio terrapieno, alto 80
centimetri e con una superficie di poco inferiore a quella del
campo. «Come mai non c’è neanche un cartello
a indicare i lavori mentre qui camion e ruspe continuano a scaricare
tonnellate di terra?», si chiedono i residenti. Bocche
cucite tra gli operai, persino sulla proprietà del terreno
(che è adiacente a quello della sede dei Democratici
di sinistra) oltre che naturalmente sulla qualità dei
lavori, che avvengono tutti in fascia di rispetto “A”
del Piano d’assetto idrogeologico. Il che significa che
ci si trova in zona ad altissimo rischio d’esondazione
(e infatti via del Capanno va sotto regolarmente quasi ogni
anno) e dunque non è consentito nemmeno mettere due mattoni
l’uno sopra l’altro. I lavori stimolano la curiosità
dei passanti, anche perché comune e provincia, sulle
prime, asseriscono di non saper nulla di questi continui passaggi
di camion e terra. Qualcuno dice che «è roba dei
Ds». Alla Quercia smentiscono: «Quel terreno non
è nostro». Infatti la proprietà è
di Biagio Ferrari, ex segretario comunista e patròn della
Cooperativa Sg (Servizi generali), area Democratici di sinistra.
Lui ha la proprietà del terreno e la terra da smaltire
(migliaia di metri cubi di provenienza Tav). Ai Ds interesserebbe
un nuovo parcheggio a servizio della Festa dell’Unità.
A gestire tutti i passaggi sarebbe la Società Immobiliare
srl (presidente Francesco Zoppetti) che è proprietà
al 100 per cento della Quercia e che è proprietaria di
tutta l’area delle feste del Capanno, a cui i Ds pagano
regolarmente l’affitto. L’idea è nata la
scorsa settimana tra Ferrari e il diessino Attilio Caperdoni,
colui che ogni anno ha la responsabilità del montaggio
degli stand per la festa dell’Unità. In mezzo una
convenzione tra Sg e Immobiliare per l’utilizzo dell’area,
presumibilmente come parcheggio per la manifestazione. Ferrari
prima parla di «parcheggio», poi torna sulle sue
e dice: «farò un frutteto». In riva all’Adda?
Il segretario diessino Roberto Miglio taglia corto: «So
che stanno facendo un terrapieno per innalzare il campo a bordo
strada, ma noi Ds non c’entriamo nulla. Sto seguendo le
elezioni, non ho tempo per interessarmi anche di queste cose».
Il parco Adda Sud ha dato il suo ok: lo conferma Attilio Dadda,
che è presidente del parco e anche dirigente della Sg.
Non così in provincia. «Ma la nostra autorizzazione
non è necessaria per quel tipo di lavori», afferma
l’assessore all’ambiente Francesca Sanna. Quale
tipo di lavori? Nessuno lo dice con chiarezza. Intanto i residenti
masticano veleno.
Fr. Ga.
Da IL GIORNO del 7 04 04
GLI ALLUVIONATI PRESENTANO ISTANZA DI MORATORIA
Lavori in roggia, il comitato si oppone
LODI - Dopo il ricorso al Tar arriva la richiesta di moratoria.
Il Comitato Alluvionati Lodi Onlus (ex Riva Destra) ha presentato
infatti al protocollo il 25 marzo scorso (ma la notizia è
stata diffusa solo ieri) una richiesta di sospensiva della realizzazione
delle opere idrauliche sui canali Gaetana e Gelata, in prossimità
di viale Milano. «In prima istanza, con il ricorso al
Tribunale amministrativo, non avevamo ritenuto necessario chiedere
la sospensione dei lavori - spiega il presidente del Comitato,
Domenico Ossino - nel frattempo però abbiamo fatto elaborare
uno studio riguardante il rischio idrogeologico in Pianura Padana,
con particolare riferimento all'Adda, che abbiamo presentato
come proposta del nostro Comitato al Comune nell'assemblea pubblica
dell'undici marzo. Tale proposta, indica nell'abbassamento dell'alveo
del fiume, sia in Adda che nel Po, l'unico mezzo efficace di
contrasto per prevenire le alluvioni. In particolare - dice
ancora - prevede l'abbassamento della briglia a valle del ponte
urbano». Se tale ipotesi fosse ritenuta valida, ribadisce
il Comitato, la problematica delle rogge Gaetana e Gelata, che
a causa del ritorno di piena provocano inondazioni nel quartiere
del Pratello e comunque nella zona di viale Milano, come è
accaduto nel novembre 2002, potrebbe addirittura risultare superflua,
e il mancato intervento tradursi in risparmio. Il Comitato chiede
pertanto che sia formalizzato con un atto di giunta un periodo
indefinito di moratoria, in modo che l'inizio dei lavori relativi
alle rogge Gaetana e Gelata sia rinviato fino a quando non sia
decisa la quota che dovrà assumere il fiume. «Non
dimentichiamo - aggiunge Ossino - che il piano stralcio di Lodi
relativo agli interventi idraulici da effettuare lungo l'intera
asta dell'Adda in Lombardia dovrebbe essere presentato a breve.
E potrebbe contenere indicazioni in merito. A nostro avviso,
pertanto, la sospensiva andrebbe applicata a tutti gli interventi
riguardanti la rete idrografica secondaria». Il Comitato,
con il ricorso al Tar, aveva già contestato l'intervento
alle rogge.
L.D.B.
Da IL CITTADINO del 7 04 04
Gli alluvionati chiedono una moratoria «Congelate le chiuse
in zona Pratello»
«Fermate il progetto delle chiuse al Pratello»:
è Domenico Ossino, presidente del Comitato alluvionati
di Lodi a chiedere all’amministrazione comunale una moratorio
sull’intervento lungo le rogge Gaetana e Gelata, alle
spalle di viale Milano. Un progetto che continua ad essere combattuto
su diversi fronti. Da un lato c’è l’amministrazione
comunale di Lodi che ritiene le chiuse l’unica possibilità
per prevenire rigurgiti: le rogge sfociano in Adda e, in caso
di piena, l’acqua risale lungo i due canali. Per il Comitato
sarebbe una soluzione peggiore del male che scaricherebbe il
problema nelle zone comprese tra le chiuse e l’Adda, limitandosi
a mettere in sicurezza la zona dove sorgerà a breve un
ipermercato. In attesa del responso del Tribunale amministrativo
regionale, che deve valutare un ricorso degli alluvionati, Ossino
ha scritto al sindaco Aurelio Ferrari per chiedere «che
sia rinviata la progettazione e ogni decisione relativa ai detti
lavori, alla luce di quanto emerge dal parere tecnico “Rischio
idrogeologico in pianura padana con particolare riferimento
al fiume Adda nel Lodigiano”». Il documento è
stato presentato pubblicamente lo scorso 11 marzo dallo stesso
Comitato. Il testo chiede l’abbassamento della briglia
a valle del ponte urbano e l’asportazione di ghiaia dal
letto dell’Adda. «Nell’ipotesi che tale proposta
fosse ritenuta valida e quindi attuata, è del tutto evidente
che questo cambierebbe notevolmente la problematica esistente
intorno alle rogge Gaetana e Gelata - scrive Ossino -. Se si
abbassasse l’alveo dell’Adda, l’intervento
in questione, contestato perché ritenuto inefficace,
insufficiente e illegittimo, potrebbe risultare addirittura
superfluo». Il tutto, si sottolinea, «con un evidente
risparmio di risorse per la pubblica amministrazione».
F. T.
La provincia e il Parco disposti
a collaborare, ma prima chiedono un’attenta valutazione
su costi e benefici dell’opera
Terzo ponte, un’idea che non convince
Cautela sull’uscita del sindaco che propone la tangenziale
nord
Terzo ponte e tangenziale nord, si possono fare, ma prima occorre
attivare un tavolo di confronto che tenga conto di costi e benefici,
senza tralasciare l’impatto sull’ambiente circostante.
È quando sostengono i rappresentanti istituzionali potenzialmente
coinvolti, dopo l’idea, lanciata dal sindaco Aurelio Ferrari,
di realizzare una bretella a nord della città, tra le
provinciali per Boffalora e per Montanaso, che passi l’Adda
a Belgiardino per immettersi su viale Milano all’altezza
del supermercato Iperdì. Un progetto salvatraffico, un’ideale
continuazione della tangenziale est, che potrebbe essere realizzata
senza l’intervento dell’Anas, magari attivando un
accordo tra enti, comuni e provincia. «Noi siamo pronti
a fare la nostra parte, se sarà il caso - dice l’assessore
provinciale a viabilità e urbanistica Mauro Paganini
-. Questo argomento, però, poteva essere discusso in
fase di elaborazione del piano territoriale, che abbiamo appena
predisposto e in cui non c’è traccia di terzo ponte.
Certo non siamo in presenza di un documento di programmazione
rigido e blindato, ma forse un’opera così strategica
meritava di essere affrontata in fase di preparazione del piano.
Detto questo, credo si debbano studiare tutti gli aspetti collegati
a una simile infrastruttura, da quelli morfologici-ambientali
a quelli viabilistici, senza dimenticare che la provincia sta
progettando un collegamento tra la provinciale 22 e la 16 e
il nuovo svincolo di San Grato». Pensare in grande e in
modo articolato, quindi, se si decide di intervenire. Questo
dice Paganini e con lui si allinea il sindaco di Montanaso Silverio
Gori: «Un programma di questa portata - dice - potrebbe
mettere in crisi la viabilità sulla provinciale che porta
a Montanaso; noi comunque saremo collaborativi, pronti a lavorare
insieme ad altri per sciogliere eventuali nodi critici».
Secondo Attilio Dadda, presidente del Parco Adda sud, «dopo
quello che abbiamo sopportato a seguito della costruzione del
secondo ponte, è doveroso che, prima di intraprendere
un’altra opera pubblica così importante, si valutino
la reale necessità di quest’ultima, i costi sul
piano ambientale e i benefici in termini di riduzione del traffico».
Polemico il segretario provinciale della Lega nord Mauro Rossi,
il quale non dimentica che l’idea del terzo ponte venne
lanciata proprio dall’amministrazione del lumbard Alberto
Segalini, a inizio anni Novanta: «Il sindaco non ha mai
ritenuto indispensabile questa opera - tuona Rossi - tanto che
ha pensato bene di stralciarlo dal piano delle opere pubbliche
benché fosse stata avanzata una richiesta di Frisl regionale
(un mutuo decennale a interessi zero, ndr) e fosse già
stato stilato un progetto. Noi abbiamo sempre sostenuto l’importanza
basilare del terzo ponte sull’Adda, ma Aurelio Ferrari
l'ha sempre pensata diversamente, salvo adesso, a fine mandato,
sventolarne la necessità. La Lega, i cittadini lo ricorderanno,
ha da subito sostenuto la necessità di un’infrastruttura
di questa portata e lo continua a fare. Non dimentichiamo inoltre
che per Lodi sarebbe motivo d’orgoglio realizzare un nuovo
ponte senza doversi adattare ai desideri dell’Anas».
Arrigo Boccalari
Da IL CITTADINO del 8 04 04
Contro il terzo ponte esce allo scoperto il comitato dei contrari
È bastata solo l’ipotesi di costruire il terzo
ponte sull’Adda che il defunto comitato “No al terzo
ponte”, nato negli anni ‘90 per combattere il progetto
analogo della Lega, è subito tornato a farsi vivo, per
contestare l’idea del sindaco. «Un terzo ponte a
Lodi, che chiuderebbe a nord l’anello delle tangenziali
- spiega una nota diffusa da Enrico Furegato a nome del comitato
- , può essere presa in considerazione solo se posto
al di fuori dell’abitato (anche periferico) della città
e se realizzato senza interessare le ultime zone di pregio ambientale
poste nelle vicinanze di Lodi». Posizionare il ponte sull’asse
della via Milano, significherebbe attirare altro traffico di
attraversamento in città, con tutte le ricadute negative.
Multa e obbligo di ripristino dell’area in arrivo: «Brutta
figura per il presidente del Parco »
Abusivo il parcheggio Ds sull’Adda
Le ruspe della Sg hanno lavorato senza i permessi necessari
Il comune blocca il parcheggio dei Democratici di sinistra.
La Sg, cooperativa di servizi che oltre a essere proprietaria
dell’area stava anche facendo i lavori per erigere un
terrapieno di 80 centimetri, non aveva le autorizzazioni. A
stabilirlo è l’assessore all’urbanistica
Leonardo Rudelli, il quale ha accertato che la Sg si è
messa a lavorare con pale e ruspe in riva all’Adda «senza
accertare se vi fossero vincoli su quell’area e senza
l’autorizzazione del comune». Autorizzazione che
però è stata chiesta con qualche giorno di ritardo:
in comune hanno protocollato la richiesta lunedì. I lavori
erano iniziati però il venerdì precedente. Alleanza
Nazionale si sta preparando a scatenare la battaglia in consiglio
comunale contro la Quercia, che a lavori finiti avrebbe dovuto
stringere una convenzione col proprietario dell’area Biagio
Ferrari per ottenere un parcheggio per la festa dell’Unità:
«È strano - afferma Giovanni Gualteri, capogruppo
di An in consiglio - che di mezzo ci sia la Sg che oltre a essere
vicino ai Ds ha anche un dirigente (Attilio Dadda, ndr) che
oltre a essere un diessino è anche presidente del Parco
Adda Sud, sotto la cui responsabilità ricade l’area
su cui stanno facendo i lavori. Quanto meno hanno agito molto
male». Gualteri e An annunciano un’interrogazione
in uno dei prossimi consigli comunali per accertare eventuali
responsabilità o colpe. I lavori sull’area, che
si trova tra il lungo Adda e via del Capanno, a fianco della
sede della Quercia, erano iniziati la settimana scorsa. Tra
venerdì e sabato la cooperativa Sg aveva già innalzato
un muretto di terra sull’intera superficie dell’area,
servendosi del materiale di risulta scartato dai cantieri dell’alta
velocità ferroviaria. I lavori, di cui si erano lamentati
i residenti della via, sono proseguiti fino a martedì,
ma nel frattempo sia i residenti che la segreteria cittadina
di An avevano chiesto ragione dei lavori sia al comune che ai
vigili. Una pattuglia della polizia municipale si è presentato
sul posto e ha effettuato un verbale. Infine il blocco dei lavori
deciso dall’assessore Rudelli: «Sto studiando la
questione - afferma -, devo capire quali lavori si possano fare
in quella zona secondo le prescrizioni del Pai. In comune sono
stati protocollati tre documenti: il verbale dei vigili, l’ordinanza
di sospensione dei lavori del comune e la richiesta di apertura
lavori dei proprietari dell’area, che però è
stata effettuata con alcuni giorni di ritardo rispetto all’inizio
dei lavori stessi». Gli scenari possibili ora sono almeno
due: in caso il terrapieno sia consentito dal piano d’assetto
idrogeologico la Sg rischia solo una contravvenzione, mentre
in caso contrario lo stesso proprietario dovrà riportare
il campo allo stato originario, liberandolo dalla ghiaia.
Francesco Gastaldi
Da Lettere al IL CITTADINO del 9 04 04
LODI E L’ADDA
Terzo ponte, idea giusta ma fuori città
L’ipotesi di un terzo ponte a Lodi, che chiuderebbe a
nord l’anello delle tangenziali, può essere presa
in considerazione solo se posto al di fuori dell’abitato
(anche periferico) della città e se realizzato senza
interessare le ultime zone di pregio ambientale poste nelle
vicinanze del capoluogo. Posizionare il ponte sull’asse
di viale Milano (a qualsiasi altezza) significherebbe attirare
altro traffico di attraversamento in città, con tutte
le ricadute negative (per esempio inquinamento atmosferico,
acustico, rischio di incidenti). Se a questo si unisce il transito
nella zona compresa tra l’abitato e il Belgiardino, l’unica
area naturale rimasta in città, peraltro soggetta a vincolo
idrogeologico e ambientale, non si capisce veramente quale potrebbe
essere il vantaggio di una simile opera per i cittadini lodigiani,
che dovrebbero dovrebbero pagarla fra l’altro con i loro
soldi. Fra l’altro uno dei problemi della viabilità
lodigiana è ancora l’eccessivo traffico di attraversamento,
causato dal sottoutilizzo del secondo ponte. Il comitato “No
al Terzo Ponte”, apolitico e apartitico, sorto nella metà
degli anni ’90 per scongiurare la sciagurata scelta urbanistica
dell’amministrazione guidata allora dalla Lega (il terzo
ponte realizzato sulla piarda Ferrari!), ribadisce quindi la
sua contrarietà all’ipotesi di realizzare questa
opera in maniera controproducente per la città. Ricordiamo
fra l’altro che il comitato già allora, sia pure
con propri mezzi ridotti e con il solo lavoro volontario, aveva
individuato i rischi legati alle possibili alluvioni e ai negativi
effetti dell’opera sul delicato assetto idrogeologico
dell’area. Nei prossimi giorni il comitato chiederà
ai candidati alla presidenza della provincia di esprimersi ufficialmente
anche su questi temi. Concludendo, se vi sono delle disponibilità
economiche, che vengano utilizzate per mettere in sicurezza
e per riqualificare la città bassa.
Enrico Furegato
Comitato No al Terzo Ponte Lodi
Da L'ECO DI BERGAMO del 11 04 04
Interventi a tutela dell'Adda Sindaci e Wwf a confronto
«I cittadini vogliono conoscere sempre di più per
difendere meglio il territorio in cui vivono». A sostenerlo
è Fabio Cologni, storico rappresentante del Wwf della
zona Adda e responsabile dell'Oasi naturalistica «Le Foppe»
di Trezzo. A riprova il successo degli incontri, dei dibattito
e delle iniziative ambientali promossi con il Parco Adda Nord
e il Comune di Trezzo. Per il corso di «birdwatching»
gli organizzatori sono stati costretti a portare a 55 il numero
dei partecipanti, dopo aver cancellato altre 80 iscrizioni.
«Villa Gina, la sede del parco Adda Nord, non aveva spazi
sufficienti», spiega con rammarico Cologni. Uguale successo
per il corso di disegno naturalistico, per lo spettacolo nelle
scuole medie e la conferenza dal titolo «Anche le galline
sono in estinzione», nel corso del quale si è parlato
del rischio estinzione di alcune specie di animali autoctoni.
E non è finita: giovedì 15 aprile, alle 21, nel
salone della società operaia di Trezzo è infatti
in programma una conferenza dibattito - dal titolo «Salviamo
la biodiversità territoriale dell'Adda» - alla
quale hanno assicurato la loro presenza numerosi amministratori
comunali della zona. «L'obiettivo che ci prefiggiamo -
dice Fabrio Cologni - è di chiedere una posizione netta
agli amministratori comunali dell'Adda per la tutela dell'ambiente
dall'avanzare del cemento». In particolare Cologni punta
il dito sulla quantità di abitazioni che i Comuni permettono
che vengano realizzate per richiamare nuovi cittadini in fuga
dalle città. «In questo modo - dice - l'inquinamento
lo si porta in questa zona, e si fa crescere un'unica massa
urbana, dove non si distingue più un paese dall'altro.
E poi si realizzano nuove strade che richiameranno altre tangenziali,
altre bretelle: tutto territorio che verrà cementificato.
Qui il 70 % del territorio è
urbanizzato
Sempre meno aree verdi, sempre più aree industriali,
un tasso di urbanizzazione che è paragonabile solo a
quello delle zone cittadine. È un bilancio non proprio
esaltante, quello sul territorio dell'Isola, che comprende 21
paesi tra i fiumi Adda e Brembo: eppure da tempo si analizzava
il fenomeno, per cercare soluzioni che facessero «respirare
l'Isola»; nel 1999, per esempio il Comitato dell'Isola
per la tutela dell'ambiente aveva studiato le situazioni abitative
dei diversi Comuni per cercare rimedi alla mancanza di spazi
verdi, e delle già scarse zone destinate all'agricoltura.
Ora, a cinque anni di distanza, con la costituzione di un nuovo
Parco (quello del Canto) e l'elaborazione di piani regolatori
che rallentano la cementificazione nei Comuni, la situazione
non è certo entusiasmante. Guardando ai dati del 1999,
comunque, si deve pensare che l'Isola, cinque anni fa, era già
sovraffollata: 95 mila abitanti in totale, per una superficie
di 104 chilometri quadrati, densità media di circa 902
persone per chilometro quadrato: si pensi che la densità
media di Bergamo nel 1999 era di 375 abitanti per chilometro
quadrato. Non solo, la saturazione dell'ambiente era ben chiara
già nel 1999: il 70 % del territorio dell'Isola era occupato,
e gli spazi per l'agricoltura angusti. Nonostante interventi
a favore della coltivazione, come i fondi ministeriali di 46,5
miliardi di vecchie lire per l'irrigazione.
Da Lettere al IL CITTADINO del
13 04 04
LODI
Una moratoria sulle opere idrauliche
A proposito della richiesta di moratoria da applicarsi alla
realizzazione delle opere idrauliche previste sui canali Gaetana
e Gelata, in prossimità di viale Milano, io, nella mia
qualifica di presidente del Comitato Alluvionati Lodi Onlus,
fermo restando il ricorso al Tar contro i lavori di cui all’oggetto,
chiedo che sia rinviata la progettazione e ogni decisione relativa
ai detti lavori, alla luce di quanto emerge dal parere tecnico
“Rischio idrogeologico in pianura padana con particolare
riferimento al fiume Adda nel Lodigiano”, presentato in
data 11 marzo scorso dal Comitato che rappresento, contenente
la nostra proposta d’intervento. Come è noto, tale
proposta prevede l’abbassamento della briglia a valle
del ponte urbano, con simultaneo abbassamento del fondo alveo
del l’intero tratto di monte, in modo che anche il livello
di un’eventuale piena, simile a quella del 2002, si abbasserebbe
d’uguale misura. Nell’ipotesi che tale proposta
fosse ritenuta valida e quindi attuata, è del tutto evidente
che questo cambierebbe notevolmente la problematica esistente
intorno alle rogge Gaetana e Gelata. Se si abbassasse l’alveo
dell’Adda, l’intervento in questione (contestato
con il ricorso perché ritenuto inefficace, insufficiente
e illegittimo) potrebbe risultare addirittura superfluo. E non
sarebbe nemmeno necessario innalzare viale Milano. Il tutto,
con un evidente risparmio di risorse per la pubblica amministrazione.
Chiedo pertanto che sia deciso e formalizzato con atto di giunta
un periodo indefinito di moratoria, in modo che l’inizio
dei lavori – relativi alle rogge Gaetana e Gelata –
sia rinviato fino a quando non sia esaminata la citata proposta
del Comitato. E comunque fino a quando non sia decisa la sistemazione,
e quindi la quota, che dovrà assumere il corso d’acqua
principale. È evidente che lo stesso criterio andrebbe
applicato a tutti gli interventi riguardanti la rete idrografica
secondaria del fiume Adda, nello specifico anche quello previsto
per la roggia Roggione. In questo caso, il contributo della
regione Lombardia (258mila euro), accantonato a seguito dell’alluvione
del 2000, potrebbe essere utilizzato per interventi direttamente
sull’Adda (ponte, briglia, ecc.). Una decisione simile
si rende, a mio avviso, indispensabile, nell’interesse
dell’intera comunità di Lodi. Nell’attesa
di un cortese e sollecito riscontro, mi è gradita l’occasione
per porgere distinti saluti.
Domenico Ossino
presidente del Comitato Alluvionati Lodi
Da IL CITTADINO del 14 04 03
La giunta presenterà tra un mese i primi progetti
Canali, dighe e paratie: le armi contro le piene
Ultimare entro fine mese il piano degli interventi per presentare
le ipotesi in un incontro pubblico, a metà maggio, con
la partecipazione di enti regionali e statali, consiglieri comunali,
comitati alluvionati, associazioni e consigli di zona. Sono
i tempi che Palazzo Broletto si è dato per chiudere la
fase di progettazione degli interventi per mettere al sicuro
Lodi dalle piene dell’Adda. Venerdì, in municipio,
c’è stata una riunione cui hanno partecipato gli
assessori comunali Leonardo Rudelli (urbanistica), Emiliano
Lottaroli (lavori pubblici), Francesco Marzorati (protezione
civile), e Silvio Rossetti, l’ingegnere lodigiano al quale
la giunta comunale ha dato l’incarico di revisionare il
piano di rischio idrogeologico. A Rossetti è stato chiesto
di mettere nero su bianco una serie di interventi di difesa
spondale connessi tra loro. In sponda sinistra l’argine
lungo la strada per Boffalora, progettato dalla provincia di
Lodi, dovrebbe congiungersi alle difese per l’area ex
Sicc. Un’ipotesi allo studio prevede poi, proprio a fianco
dell’ex Sicc, un canale di deflusso: in pratica una specie
di ulteriore campata sotto il ponte urbano. In sponda sinistra
è allo studio l’idea del sindaco Aurelio Ferrari:
un basso muraglione cavo contenente una paratia che, sollevata,
formerebbe un argine di 170 centimetri. Sempre in sponda destra
sono previste tre chiuse (contestate dai comitati degli alluvionati)
sulle rogge Gaetana e Gelata, in zona Pratello, e sulla Roggione,
alla Martinetta. Analisi e studi di Rossetti prendono inoltre
in considerazione l’eventualità di un abbassamento
della briglia a valle del ponte urbano, ritenuta un ostacolo
al deflusso dell’acqua. «Tutte ipotesi per le quali
abbiamo chiesto a Rossetti di studiare costi e conseguenze -
spiega Lottaroli -. Nel caso dell’abbassamento della briglia,
per esempio, sarebbe infatti necessario rinforzare i piloni
del ponte. Stiamo vagliando differenti soluzioni». Per
la prossima settimana è previsto un ulteriore summit,
probabilmente conclusivo di questa fase del lavori. Quindi la
giunta metterà sul tavolo un “pacchetto”
di interventi: lo farà, assicura Lottaroli, alla presenza
dell’Autorità di bacino, della regione Lombardia,
dell’Aipo, dei comitati degli alluvionati, delle associazioni
e degli enti locali. Il tutto, probabilmente, nel corso di un
consiglio allargato ai consigli di zona.
F. T.
Da IL CITTADINO del 16 04 04
Resta congelato il cantiere di Bertonico
Lo scandalo del ponte: un argine da spostare causerà
altri ritardi
Ancora un ostacolo sulla strada per la realizzazione del ponte
sull’Adda, a Bertonico. Dopo la crisi finanziaria che
ha colpito la ditta costruttrice e che potrebbe suggerire all’Anas
un nuovo appalto per completare l’opera, ora nasce il
problema di un argine da spostare per evitare gli effetti di
future piene.
Contro le piene
Il ponte sull’Adda bloccato da un argine
Bertonico Questa volta, sulla strada del nuovo ponte, si mette
un argine. L’Anas di Milano sta per affidare un incarico
per risolvere il problema relativo al deflusso delle acque nel
caso di una nuova esondazione, come quella della fine del 2002
che ha provocato gravi danni alle strutture idrauliche anche
nella Bassa. L’ex Magistrato per il Po, adesso Aipo, ha
chiesto all’ente stradale di prendere in considerazione
il problema relativo all’argine ubicato nei pressi della
confluenza tra Serio e Adda. In pratica, questa difesa spondale
andrebbe spostata di un centinaio di metri nella campagna. Questa
ipotesi determinerebbe grosse difficoltà nella realizzazione
del rilevato d’accesso al ponte sulla sponda cremasca.
Ora, i tecnici chiamati a introdurre questa modifica progettuale
dovranno trovare una soluzione adeguata: o un nuovo viadotto
per l’attraversamento di questo nodo o un sistema di tombinature
per facilitare la cosiddetta “trasparenza” dell’argine.
Ma sul tavolo c’è un altro problema, quello relativo
all’affidamento dei lavori che ancora mancano all’appello
per la conclusione dell’opera pubblica. La ditta appaltatrice,
la Cooperativa Costruttori di Argenta, non ha mai tenuto fede
agli impegni assunti più volte assunti nelle sedi istituzionali.
All’Anas ormai sono stanchi e non credono più alle
promesse dei commissari che stanno amministrando il colosso
delle costruzioni, piombato la scorsa estate in una grossa crisi
finanziaria. Per questo, i funzionari del compartimento milanese
hanno già avviato le pratiche per il riappalto dell’opera.
Difficile pensare però che le tre ditte piazzatesi dopo
la Coop Costruttori decidano di farsi carico del 20 per cento
dei lavori che ancora mancano all’appello. Ben presto,
l’Anas potrebbe dunque indire una nuova gara d’appalto,
nella speranza di ottenere una risposta dal mondo imprenditoriale.
Ma sul completamento del cantiere si apre adesso un nuovo scenario.
Se la ditta appaltatrice dovesse riprendere i lavori, l’Anas
posticiperebbe l’introduzione delle modifiche progettuali:
uno scenario questo piuttosto remoto che però gli addetti
ai lavori non scartano del tutto, anche perché potrebbe
significare almeno la conclusione del ponte, che le comunità
locali attendono ormai da dieci anni. Per la prossima estate,
invece della conclusione dell’opera come preventivato
lo scorso autunno, potrebbe avvenire almeno la conclusione dell’ultima
parte di un iter caratterizzato da numerosi stop.
Cristiano Brandazzi
Il commento
Quel viadotto mai nato e già morto
Credo proprio che qualcuno mi invidi perché ho la fortuna
di abitare in campagna, parola tanto detta e ripetuta da chi
abita in città, perché la intendono come fuga
e alternativa alla vita quotidiana, quella che, per intenderci,
trascorre tra gli orari di ufficio, le soste ai semafori, le
ricerche disperate di un parcheggio che manco a pagarlo si trova.
Ho anche la fortuna di esserne consapevole e di non dover, almeno
per ora, lavorare, potendo in questo modo dedicare l’intervallo
tra gli studi universitari ad una passeggiata tra i campi, all’ombra
di dolci filari di pioppi e lungo gli argini del fiume, l’Adda,
che è più famoso di quanto si possa immaginare:
il più grande romanziere italiano romantico, Alessandro
Manzoni, lo ha fatto conoscere a milioni di lettori, descrivendo
perfettamente quella notte nella quale Renzo cerca il maledetto
fiume per scappare da una vita che lo perseguita. Ora che i
campi tornano a vivere dopo la quiete invernale, tornare sulle
sue rive è sempre un piacere. Viaggiare lungo gli argini
ha sempre un significato. Giovannino Guareschi lo faceva per
ritrovare se stesso, per dare forma alle avventure di Don Camillo
e Peppone, per sedersi dinanzi al fiume (il Po, nel suo caso)
e concludere, con un filo d’erba in bocca: “Si sta
meglio da questa parte!”, un motto perfetto per iniziare
una nuova giornata... E poi sono tanti altri gli scrittori o
gli artisti che hanno tratto ispirazione da queste camminate,
uno fra tutti credo il nostro Andrea Maietti e quel Gioanbrerafucarlo
che ritroviamo nei suoi ricordi del sabato. Qui a Bertonico,
seguendo il sentiero dell’argine, si attraversano campi
vegliati soltanto dai pioppi piegati dal vento e dal tempo,
vecchi signori malati di artrite che si ostinano a rimanere
dove sono stati per anni. D’estate fa caldo pure all’ombra,
ma il verde splendente dei prati dà un senso di fresco
e di refrigerio, mentre l’Adda affoga nelle sabbie del
letto ghiaioso e le barche rimangono in secca, bruciate dal
sole. D’inverno c’è nebbia. Nient’altro,
la nebbia sfuma qualunque cosa circondi, così il fiume
si nasconde dietro a questo muro grigio che infonde mistero
e inquietudine, fascino e silenzio. Quando tira l’aria
gelida, per quanto le nostra faccia sia coperta dalle sciarpe,
questa punge la nostra pelle e s’infila tra i cappotti
e i maglioni. Un lettore intelligente potrebbe obiettarmi: “Ma
chi te lo fa fare?”. Non ho una risposta logica, non ci
provo nemmeno a inventarmela. A me piace. La stessa cosa accadeva
l’altro giorno. Ho pedalato per qualche chilometro sereno,
sotto il cielo grigio che ha accompagnato i giorni di Pasqua
e non mi sono reso conto di essermi allontanato così
tanto dal paese per fermarmi solo quando la strada si è
interrotta per un imprevisto verificatosi dieci anni fa. Qui
a Bertonico nel ’94 l’Adda ha messo un pò
di paura e ha deciso di porre fine al glorioso servizio prestato
da un ponte, uno come tanti altri. Ce lo ricordiamo benissimo
tutti quanti quello che accade. E benissimo ci ricordiamo le
promesse che qualcuno proferì, probabilmente sapendo
di mentire. Perché sono passati dieci anni e il ponte
nuovo non c’è. O meglio, ci sarebbe. Chiunque,
viaggiando sull’argine, poco dopo aver visto il Serio
confluire nell’Adda, incontrerà due piloni che
svettano verso il cielo. Nelle giornate serene di primavera
ed estate si vedono pure dal paese. Ma non ci sono soltanto
i piloni sui due lati dell’argine, in teoria ci sarebbe
anche il ponte, però lasciato a metà, cosa che
noi italiani sappiamo fare benissimo. Il romantico sentimentale
potrebbe storcere il naso: un affare così piantato in
mezzo a questo paesaggio è un pugno nello stomaco. Il
futurista, il progressista, il Marinetti dei giorni nostri lo
intenderebbe come il progetto dell’uomo di costruire sempre
qualcosa in più: le macchine, i treni, i cannoni e poi
i ponti, quelle strade sospese nell’aria che ci permettono
di superare un ostacolo e di competere con la natura. Il sottoscritto,
con animo puramente utilitarista, si augurava che lo finissero,
almeno questo: bello o meno, sarebbe sempre stato più
sicuro e più “pragmatico” di quello che ci
tocca attraversare a senso alternato. Quel ponte è come
se non esistesse. Non è ancora nato e già è
morto, è uno scheletro. A venire accusato del fallimento
è il sistema italiano, che, per coincidenza, proprio
dieci anni fa era ancora ribaltato dall’inchiesta del
Pool Mani Pulite di Milano, nell’epica stagione di Tangentopoli,
stagione non ancora conclusa pienamente se storie di questo
tipo hanno di nuovo luogo. Citando Bartali, abbiamo saputo che
è tutto sbagliato, è tutto da rifare, perché
gli argini non sono sicuri. E che il ponte a senso alternato
in funzione ogni tanto traballa. Davanti a questa confusione
di notizie ed opinioni, il comune cittadino è portato
involontariamente a formulare conclusioni che si allontanano
e peggiorano la realtà, rendendola più oscura
di quanto lo sia veramente, ma non potrebbe fare altro. Noi
italiani sembriamo destinati a questo tipo di destino: pensiamo
in grande e facciamo la metà. Ho ripreso la via di casa
e non mi sono più voltato a dare un’occhiata ad
un ponte mai nato e già morto, perché il fastidio
che si prova in questi casi rovina tutto il resto e il paesaggio
primaverile che si apre davanti agli occhi.
Dario Mazzocchi
Bilancio di dieci anni per lo Spinning club, il coordinatore
Cesare Lorandi: «Ma non si ferma l’invasione dei
siluri»
«Le nostre acque resistono nonostante il Po»
L’inquinamento dei corsi lodigiani però peggiora
vicino al grande fiume
Dieci anni con la canna da pesca in mano lungo le rive dell’Adda
e di piccoli e grandi corsi d’acqua del Lodigiano. La
sezione di Lodi dello Spinning club Italia festeggerà
il 6 maggio, i primi dieci anni di vita. Due lustri nel quale
l’ambiente lodigiano è cambiato e le acque lombarde
sono state colonizzate da pesci stranieri. Tuttavia il bilancio
ambientale tracciato da Cesare Lorandi, coordinatore della sezione,
è meno cupo di quello che si potrebbe pensare. «La
qualità dell’acqua dei nostri fiumi non ha subito
enormi peggioramenti - commenta Lorandi - e notiamo una crescente
attenzione da parte delle amministrazioni locali su temi quali
la salvaguardia delle specie autoctone e la realizzazione di
depuratori. Segnali incoraggianti di un cambiamento di mentalità».
Il rovescio della medaglia è la superficialità
con cui si continua a vivere il rapporto con il fiume: «C’è
ancora troppa maleducazione da parte di tutti. Sulle rive troviamo
sia il sacchetto di avanzi del pic nic lasciato dalla famigliola,
magari appeso a un ramo con la convinzione che qualcuno lo tirerà
via da lì, sia la busta di plastica con la pastura abbandonata
dal pescatore». L’Adda resiste all’avanzare
del progresso: «Ci sono zone ancora incontaminate, a monte
di Lodi, nel territorio di Comazzo ma più ci si avvicina
al Po, più la qualità dell’acqua peggiora
e l’inquinamento proveniente da monte aumenta il proprio
carico». Il grosso problema resta il proliferare di pesci
stranieri, in concorrenza con quelli del nostro habitat. È
il caso del siluro: «Dieci anni fa li trovavamo nel basso
corso dell’Oglio. Adesso sono nell’Adda sotto la
briglia del ponte urbano o addirittura nel punto di immissione
del canale scolmatore della centrale di Tavazzano». Nel
2003 Lorandi e colleghi ne hanno catturato uno di 180 centimetri:
meglio di loro, usando lo “spinning”, un’esca
artificiale, hanno fatto solo i soci della sezione di Modena
con un esemplare di 220 centimetri. Tra i predatori stranieri
che stanno soppiantando cavedani e trote marmorate nostrane
ci sono anche l’aspio e la lucioperca. Estranei da combattere
ripristinando l’equilibrio naturale del fiume, con l’immissione
di specie autoctone (è il caso del progetto di reinserimento
della trota marmorata portato avanti con la collaborazione delle
province di Lodi e Cremona) e con il rispetto del suo alveo:
«Il fiume deve essere lasciato libero di trovare i propri
spazi. Cavare la ghiaia non risolve i problemi, aumenta invece
la velocità delle acque. Escavazioni come quelle di Rivolta
d’Adda, con le ruspe nel letto dell’Adda, sono deleteri».
Di tutto questo si parlerà la sera del 6 maggio, nel
salone dell'oratorio di Santa Maria del Sole, in via Callisto
Piazza 15. La serata del decennale costituirà l’occasione
per premiare 13 soci fondatori e 2 benemeriti.
Fabrizio Tummolillo
Da IL CITTADINO del 17 04 04
Croce Rossa da evacuare, domenica la prova generale
Il 26 novembre del 2002, quando l’Adda invase la città
bassa, la sede di via Scacchi si era riempita di un metro di
acqua limacciosa nel giro di mezz’ora, spiazzando tutti
e costringendo volontari e dipendenti del comitato provinciale
di Lodi della Croce Rossa a ideare in fretta e furia, e sotto
la pressione di decine di richieste di intervento, un trasloco
in piazza della Vittoria, che era rimasta la sede operativa
delle ambulanze e dei mezzi di protezione civile per diversi
giorni. Un evento imprevisto che ha costretto i responsabili
della Cri lodigiana a predisporre un piano di evacuazione della
sede, che, se scatterà nuovamente l’allerta per
le possibili esondazioni dell’Adda, sarà gradualmente
trasferita nel PalaCastellotti, messo a disposizione dall’amministratore
della Gis, Paolo Benedetti, grazie all’interessamento
dell’assessore alla protezione civile Francesco Marzorati.
E domenica, dalle 7 alle 19, almeno trenta volontari saranno
impegnati per “testare” il trasferimento dei 40
mezzi e dei materiali, sia sanitari sia per la protezione civile,
che non solo dovranno rimanere all’asciutto in caso di
nuove alluvioni, ma dovranno anche essere immediatamente operativi,
dato che è proprio in momenti come quelli che realtà
come la Croce Rossa sono chiamate al massimo impegno e alla
piena autonomia. La procedura di evacuazione è articolata
in cinque fasi, compresa quella, non meno laboriosa delle altre,
della ricollocazione di mezzi e materiali in sede, e sarà
legata al livello idrometrico del fiume al ponte di Lodi: a
un metro e 90 centimetri saranno portati in via Piermarini i
veicoli della protezione civile; a 2 metri e 20 si cominceranno
a trasferire al Palazzetto di via Piermarini anche gli indumenti
e le brandine per gli eventuali sfollati, in modo tale da poter
allestire un centro di accoglienza; in una terza fase si dovranno
trasferire anche i presidi sanitari, le ambulanze e i veicoli
per il trasporto delle persone; nella quarta, con l’Adda
a oltre tre metri, dal PalaCastellotti entrerà in funzione
anche la sala operativa, collegata a un gruppo elettrogeno da
trenta kilowatt e alle linee telefoniche già disponibili.
A fare l’analisi dei tempi e dei metodi di attuazione
del piano sarà il delegato provinciale della protezione
civile Cri Egidio Tansini, mentre a coordinare l’evacuazione
in via Scacchi sarà il vice delegato della protezione
civile locale Giuseppina Previtali e a gestire la sede provvisoria
al Palazzetto sarà il delegato locale Giovanni Guazzoni,
il tutto sotto la supervisione del commissario del comitato
locale Cri Lucia Fiorini. Tra l’altro sono rientrati dall’Iraq,
e sono stati nuovamente resi operativi per il Lodigiano, il
container frigorifero e il generatore di corrente che avevano
fatto parte del primissimo ospedale da campo allestito nei pressi
di Baghdad. Le tende, “cotte” dal sole a 40-50 gradi,
sono rimaste in Iraq, ma comunque le dotazioni del centro di
protezione civile della Cri di Lodi, che è tra i più
importanti magazzini a livello regionale, sono già da
tempo tornate ai livelli assicurati anche prima della missione
umanitaria in Medio Oriente. Naturalmente anche domani, nonostante
il trasloco, la Cri sarà pienamente operativa.
C. C.
TURANO Nuovo piano di protezione
per affrontare le emergenze
Dopo mesi di lavoro il piano di protezione civile di Turano
Lodigiano è stato approvato nella recente seduta del
consiglio comunale. L’ultima grande piena dell’Adda
ha sollecitato l’amministrazione guidata dal sindaco Emilio
Casali a lavorare sul tema della protezione civile, con l’organizzazione
di un nucleo comunale composto per ora da 7 cittadini volontari
oltre che dagli amministratori preposti alla sicurezza, e con
la prossima apertura di un ufficio operativo nel palazzo municipale.
Il rischio idrogeologico legato alla piena del fiume rappresenta
dunque il capitolo più significativo del documento recentemente
approvato, anche se di fatto l’area di esondazione è
limitata a poche cascine: si parla di una trentina di residenti,
o poco più, e di quasi 500 capi animali che in caso di
pericolo potranno essere ricoverati in un’azienda sicura
convenzionata con il comune. L’ospitalità di eventuali
sfollati, di Turano o di altre località, può essere
garantita nella palestra scolastica ampia 1300 metri quadrati.
Sull’area di circa 600 metri quadrati del campo da calcio
può essere invece allestito un campo d’accoglienza
mediante l’installazione di tende o altre strutture mobili.
Individuata anche un’area per l’atterraggio dell’elisoccorso.
Oltre al rischio idrogeologico il piano di protezione civile
prende in considerazione anche problematiche ed emergenze legate
alla presenza di insediamenti produttivi in qualche modo pericolosi
nei territori comunali e provinciali confinanti: si pensi alla
centrale nucleare dismessa di Caorso, dove però sono
ancora presenti le scorie radioattive, ai depositi di idrocarburi
in provincia di Cremona e Piacenza, ma anche nel vicino comune
di Terranova. L’ultima componente di rischio individuata
è relativa agli incendi in aziende agricole. «Abbiamo
richiesto l’autorizzazione - spiega il sindaco Casali
- a dotarci di ricetrasmittenti per le emergenze e abbiamo previsto
anche lo stanziamento di circa 4mila euro per i corsi dei volontari».
«Il Cittadino» a colloquio con le personalità
spiccate che fanno onore al nostro territorio
STRALCIO DELL’ARTICOLO
Gusmaroli, presidente
Si occupa sia del Lodigiano che del Milanese
La ricchezza di una terra che produce latte e carne di alta
qualità, e sui cui aspetti occorre puntare per il futuro
dell’Associazione Allevatori
Questi i numeri: 850 soci, 101 mila bovini, 40 mila scrofe
Giandomenico Gusmaroli è nato a Lodi il 30 settembre
1960. Figlio di agricoltori, dalla nascita risiede nell’azienda
agricola della Biraga, una delle tante realtà agricole
che caratterizzano il territorio comunale di Terranova dei Passerini.
Nel consiglio d’amministrazione dell’Apa, l’Associazione
Provinciale Allevatori è entrato nove anni fa, quale
referente del settore suinicolo. Sei anni fa è stato
eletto presidente dell’Apa di Milano e Lodi. Una carica,
questa, che è stata riconfermata anche per il mandato
successivo……. Tra il 2002 e il 2003 è stato
inferto un durissimo colpo al settore bovino, un colpo che non
potremo dimenticare. E questa non è che una delle tante
vicende negative che hanno caratterizzato gli ultimi mesi delle
nostre stalle». Perchè? «Numerose aziende
agricole sono rimaste ferite dall’alluvione del 2002,
le cui cicatrici sono ancora oggi visibili. E aggiungo che al
ricordo dei danni causati dall’alluvione si somma la legittima
preoccupazione per quello che, ancora oggi, non è stato
fatto agli argini e ai letti dei fiumi. Siamo consapevoli che,
in caso di una nuova alluvione, corriamo il rischio di non essere
sufficientemente difesi. Con una simile preoccupazione, che
tuttora continua, abbiamo vissuto la terribile siccità
del 2003». Non è piovuto partendo dalla primavera
2003... «In primavera la siccità ha compromesso
parte del raccolto dei cereali vernini e il primo taglio del
fieno, riducendo al minimo il raccolto di orzo e frumento……..
FERRUCCIO PALLAVERA
Da IL CITTADINO del 19 04 04
A Lodi, Spino, Dovera e Pandino enorme quantitativo di immondizia
lungo strade e fossi
40 quintali di rifiuti abbandonati raccolti da 600 spazzini
volontari
Erano in seicento, impegnati tra Lodi e il Cremasco. E hanno
raccolto ogni genere di immondizie. Cartacce, plastica, rifiuti,
ma anche frigoriferi, televisioni, elettrodomestici e rifiuti
ingombranti. Sulle sponde dell’Adda e lungo i fossi si
trova di tutto, nonostante l’opera di dissuasione che
svariate iniziative contribuiscono ad alimentare. A Lodi si
sono mossi in 120, rispondendo all’appello diramato dai
Pescatori dilettanti: hanno passato palmo a palmo ieri la riva
destra e la riva sinistra del fiume, nei tratti del Belgiardino
e fino alla piarda Ferrari da una parte, e dell’ex Sic
e verso Boffalora dall’altra, raccogliendo il poco invidiabile
bottino che ha riempito venti sacchi per ciascuna delle sponde.
Anche i comuni del territorio cremasco hanno preso ieri ramazze
e rastrelli per dare vita a “Rifiutando”, iniziativa
promossa dai sindaci e dalla Società cremasca servizi
per sensibilizzare i cittadini sul problema dell’abbandono
dei rifiuti. 278 le persone coinvolte a Dovera, dove i chili
di rifiuti portati in discarica sono stati 1820; 100 invece
i volontari di Pandino con 820 chilogrammi raccolti e, infine,
90 i partecipanti di Spino che hanno raggiunto i 500 chili.
L’auspicio è che le aree bonificate rimangano pulite.
Rifiuti di ogni tipo sulle sponde
del fiume, raccolti 40 sacchi dai Pescatori dilettanti
Quaranta sacchi riempiti con l’immondizia raccolta lungo
le sponde dell’Adda in una mattinata di lavoro. I Pescatori
dilettanti hanno passato palmo a palmo ieri la riva destra e
la riva sinistra del fiume, nei tratti del Belgiardino e fino
alla piarda Ferrari da una parte, e dell’ex Sic e verso
Boffalora dall’altra, raccogliendo il poco invidiabile
bottino che ha riempito venti sacchi da ogni lato. Così
si è ripetuta la tradizionale operazione di pulizia che
i Pescatori dilettanti guidati da Giancarlo Magli organizzano
ogni anno, «anche se la raccolta di rifiuti noi la facciamo
praticamente tutto l’anno, portandoci dietro un sacco
ogni volta che scendiamo sul fiume – spiega il soddisfatto
Magli, dopo la raccolta di domenica -: i rifiuti sono sempre
tanti, troppi, anche se quest’anno abbiamo trovato meno
sporcizia rispetto a quello passato». Cartacce, plastica
di ogni genere, ma anche frigoriferi, televisioni, elettrodomestici
e rifiuti ingombranti, sulle sponde dell’Adda si trova
di tutto, nonostante l’opera di dissuasione che anche
iniziative come quelle dei pescatori contribuiscono ad alimentare.
Oltre che nei sacchi trasportati con i mezzi messi a disposizione
da Astem e comune (alla mattinata dei pescatori hanno partecipato
tra gli altri anche l’assessore Marzorati e il presidente
dell’ex municipalizzata Giuseppe Mulazzi), i rifiuti sono
finiti in due punti di raccolta creati sulle sponde, per ospitare
gli oggetti più ingombranti: sarà l’Astem
a completare la raccolta martedì, portandoli alla piattaforma.
«Eravamo circa 120 - racconta Magli -, con gli attrezzi
prestati dal comune e tanta buona volontà. A tutti abbiamo
dato una pianta offerta dal fiorista e nostro socio Rinaldo
Arrighi, un omaggio in linea con l’amore per la natura
dei pescatori». L’appuntamento ora è fissato
per il 9 maggio quando l’associazione tornerà sull’Adda
ripulito per una manifestazione di pesca con la bilancia, montata
direttamente sulle barche come si faceva un tempo sul fiume.
L. D’A.
Grandi pulizie a Dovera, Spino
e Pandino: coinvolti oltre 450 “spazzini” volontari
Anche i comuni del territorio cremasco hanno preso ramazze e
rastrelli ieri per dare vita a “Rifiutando”, iniziativa
promossa dai sindaci e dalla Società cremasca servizi
per sensibilizzare i cittadini sul problema dell’abbandono
dei rifiuti. Dovera, Pandino e Spino d’Adda hanno partecipato
dando un vigoroso contributo al progetto ecologico, impegnando
un gran numero di volontari e raccogliendo chili di immondizia.
278 le persone coinvolte a Dovera, dove i chili di rifiuti portati
in discarica sono stati 1820; 100 invece i volontari di Pandino
con 820 chilogrammi raccolti e, infine, 90 i partecipanti di
Spino d’Adda che sono riusciti a raggiungere un totale
di 500 chili. Questo il bilancio lusinghiero di un’iniziativa
che in tutto il territorio ha messo in moto oltre 6 mila persone,
un piccolo esercito di persone, volontari trasformati in “spazzini”
per un giorno, per aiutare l’ambiente.
Da IL CITTADINO del 20 04 04
Intanto la regione conferma che non ci sono fondi per gli alluvionati
Po, un piano contro i “fontanazzi” Una scia di schiuma
lungo l’Adda
L’Autorità di bacino del Po ha scelto il tratto
del fiume tra Caselle Landi e Castelnuovo per avviare uno studio
sulle modalità di difesa idraulica per la fascia rivierasca
della pianura padana. Le indagini geotecniche si concentrano
sul fenomeno dei “fontanazzi”, responsabili di pericolose
infiltrazioni. A nord, sul tratto dell’Adda tra Comazzo
e Lodi, è invece comparsa da alcuni giorni una lunga
scia di schiuma biancastra. Intanto, la regione ha confermato
che non saranno concessi fondi alle vittime lodigiane dell’alluvione
del 2003.
Alluvionati, nuovo ricorso al difensore civico regionale
Un ricorso al difensore civico regionale. È la mossa
annunciata da Domenico Ossino, presidente del Comitato alluvionati
della riva destra dopo l’ennesima risposta negativa dell’assessore
regionale Massimo Buscemi alla richiesta di contributi per arredi,
automobili e oggetti devastati dalla piena del 26 novembre 2002.
Buscemi, assessore alla protezione civile, ha ribadito il proprio
“no” con una lettera indirizzata a Ossino, inviata
l’8 marzo 2004. La missiva sembra seppellire la richiesta,
inoltrata più volte verbalmente al presidente regionale
Roberto Formigoni e all’ex assessore regionale alla protezione
civile Carlo Lio e ribadita con una lettera di Ossino del 6
dicembre 2003. «Che differenza c’è - scriveva
Ossino in quell’occasione - fra l’avere perso la
casa e l’avere perso tutto il suo contenuto? In termini
sostanziali il tetto è prima necessità, ma in
entrambe i casi bisogna far fronte ad un nuovo acquisto; l’aver
perso 50 o 100 mila euro in mobili, elettrodomestici, automobile,
vuol dire ricominciare da capo». La risposta di Buscemi,
inviata per conoscenza anche a Loredana Losi, presidente del
consiglio provinciale di Lodi, non lascia molte speranze: «L’entità
dei danni conseguenti all’alluvione del novembre 2002
ha imposto una ripartizione delle risorse finanziarie disponibili
che privilegiasse anzitutto la realizzazione o il ripristino
di opere pubbliche - scrive Buscemi -. Quanto al risarcimento
dei danni ai cittadini privati, la scelta della giunta regionale
è stata anzitutto di dare priorità alle prime
case e alle aziende completamente distrutte, in altra parte
del territorio lombardo e dopo di provvedere a un significativo
contributo per le prime case danneggiate. Non si è ritenuto
di erogare contributi per i beni mobili, in considerazione del
rilevante deficit ancora esistente tra fondi stanziati e risorse
necessarie opere di ripristino delle infrastrutture e di difesa
del suolo, che nell’intera Lombardia superano i 650 milioni
di euro». Quanto al ricorso al difensore civico regionale,
risale al 26 febbraio, ben prima della missiva di Buscemi: «Era
da un anno che la nostra richiesta si trascinava - spiega Ossino
- e dopo l’incontro di gennaio a Lodi (con la presenza
dello stesso Buscemi, ndr) si è avuta di fatto la conferma
che di fondi non ne sarebbero arrivati». Così il
26 febbraio Ossino ha anticipato i tempi incontrando l’avvocato
Giovanna Invernizzi, il difensore civico comunale. Il mandato
di Invernizzi è scaduto a marzo ma è stato prorogato
fino alla nomina del successore. Palazzo Broletto ha indetto
un bando e sta raccogliendo le candidature. «Ho chiesto
all’avvocato Invernizzi - spiega Ossino - di inoltrare
al difensore regionale la nostra richiesta di risarcimenti per
i danni subiti da tutti coloro che non rientrano nelle categorie
di proprietari di immobili, titolari di imprese o agricoltori,
per le quali sono stati stanziati fondi. Tutti coloro che, non
possedendo beni immobili, non hanno potuto usufruirne».
È il caso di famiglie che abitavano in case in affitto.
Perso l’arredamento, sfasciata la macchina, a mollo vestiti,
elettrodomestici, computer: «C’è chi ha avuto
50, 60 milioni di vecchie lire di danni». Per Ossino è
mancata la volontà politica, non la disponibilità
di euro: «Il Piemonte ha previsto, per i propri alluvionati,
rimborsi fino al 75 per cento del danno dichiarato. Rendo merito
a provincia e comune di Lodi di avere trovato qualcosa nelle
pieghe del bilancio. Altrettanto non ha fatto il Pirellone».
F. T.
Caselle Landi I tecnici valuteranno
la resistenza dei terreni al fine di prevenire altri danni in
caso di alluvione
La riva del Po diventa un laboratorio
Studio dell’Autorità di bacino per migliorare i
sistemi di sicurezza
CASELLE LANDI La riva sinistra del fiume Po in territorio comunale
di Caselle Landi diventa un laboratorio a cielo aperto per uno
studio pilota dell’Autorità di bacino finalizzato
alla definizione degli interventi per il miglioramento del sistema
di sicurezza idraulica dei territori di pianura. Si tratta di
indagini geotecniche tese a valutare la vulnerabilità
del bacino padano sotto l’aspetto idrogeologico, per gli
effetti che eventuali debolezze del corpo arginale innalzato
a difesa delle campagne e dei centri abitati potrebbero avere
in caso di grandi piene del fiume. «Abbiamo deciso - spiegano
dagli uffici di Parma dell’Autorità di bacino del
fiume Po - di partire con questo studio inizialmente in territorio
comunale di Caselle Landi proprio per gli eventi verificatisi
nell’autunno 2000 (ultima grande piena del Po, ndr), quando
si formarono numerosi fontanazzi e si verificarono parecchi
fenomeni di infiltrazione, ma anche perché quel comparto
è già stato oggetto di altre verifiche e analisi».
Il tratto fluviale in territorio di Caselle Landi fino alla
conca di Isola Serafini dopo Castelnuovo Bocca d’Adda
era stato infatti perlustrato e scandagliato in barca dall’allora
segretario generale dell’Autorità di bacino Roberto
Passino, cui subentrò poi Michele Presbitero, assieme
ad altri funzionari del massimo ente regolatore del Po sotto
la guida del sindaco Gianfranco Contardi: un sopralluogo finalizzato
a prendere visione della presenza di vari accumuli di detriti
e materiale inerte, al fine di valutarne l’eventuale rimozione.
A tale proposito l’Autorità di bacino sta effettuando
uno studio più ampio sull’asta fluviale compresa
tra Pavia e Castelnuovo Bocca d’Adda, e cioè dalla
foce del Ticino a quella dell’Adda: un’indagine,
quest’ultima, attesa anche dal comune di San Rocco al
Porto per quanto concerne l’annosa questione dell’isolotto
Maggi. Tornando ai rilevamenti in corso lungo l’argine
di Caselle Landi, si tratta di ricerche sicuramente utili anche
all’individuazione delle priorità d’intervento
per la futura realizzazione delle diaframmature o dei rinforzi
arginali contro i fontanazzi: «La ditta incaricata dall’Autorità
di bacino - spiega il sindaco Gianfranco Contardi - sta eseguendo
sondaggi sotto terra per valutare la situazione in vari punti
del nostro territorio: io ho provveduto a consegnare agli operatori
la mappa dei fontanazzi formatisi a Caselle Landi durante la
piena del 2000 redatta dal geologo Marco Daguati. In rapporto
alla minaccia del fiume, potrò sentirmi davvero più
sicuro quando verranno eliminati i tre fontanazzi più
pericolosi che si formano puntualmente e quando sarà
sistemato e rinforzato il tratto dell’argine in località
Regona, all’altezza della scala idrometrica, sul quale
batte direttamente la corrente del fiume in piena».
Daniele Perotti
Tra Gargatano e San Rocco al Porto
si formano crepe sulle sponde ferite
Avvallamenti e profonde crepe laterali si stanno formando sull’argine
del Po nel tratto compreso tra le località Gargatano
di Somaglia e Berghente di San Rocco al Porto (al confine con
Guardamiglio), il cui livello è stato da poco innalzato
per eliminare il cosiddetto “effetto cordamolla”
sulla sommità arginale. Assestamenti del terreno di riporto
che destano qualche preoccupazione, dal momento che i lavori
sono stati interrotti, ma dall’Aipo (l’ex Magistrato
per il Po) giungono notizie tranquillizzanti: «Siamo a
conoscenza di questi dissesti - dichiara Luigi Mille, dirigente
dell’ufficio di Milano - ma posso assicurare che l’impresa
Fpt di Mazzano che detiene l’appalto vi porrà prontamente
rimedio nei prossimi mesi, quando riaprirà il cantiere
di lavoro che si era solo interrotto e non ancora chiuso: oltre
ai riempimenti di materiale nei punti franati, in alcuni tratti
dell’argine verrà anche ripristinato il manto d’asfalto».
Intanto si attende di conoscere dove verranno investiti gli
oltre 5 milioni di euro stanziati dall’Aipo per interventi
di potenziamento dell’argine maestro lodigiano: si parla
dell’incremento dell’altezza di qualche altro tratto
del manufatto idraulico, di difese spondali e di diaframmature
anti fontanazzi. «Siamo ancora alle valutazioni progettuali
- spiega Mille - e non abbiamo ancora definito con esattezza
le località in cui interverremo: lo faremo assieme alla
provincia, al fine di rispondere al meglio alle richieste e
alla domanda di sicurezza delle realtà locali».
I pescatori hanno paura sia il
residuo di lavaggio dei depuratori, da quindici giorni si ripresenta
regolarmente sul fiume
Una schiuma misteriosa inquina l’Adda
Dai salti di Comazzo scende fino a Lodi, ignota per ora la causa
Una schiuma simile a liquame, dall’aspetto di concime
di origine animale, accompagnata da un odore particolarmente
ripugnante, ha fatto la propria comparsa nei giorni scorsi nell’Adda.
Un fenomeno segnalato da più persone, soprattutto pescatori,
in più momenti e in differenti tratti del corso d’acqua.
«Ed è comparso esattamente da una quindicina di
giorni - racconta Gian Carlo Magli, presidente dell’Associazione
lodigiana pescatori dilettanti -. Me l’hanno riferita
differenti pescatori e ho notizia che alcuni di loro si sono
rivolti ai carabinieri per denunciare la cosa». Lo stesso
Magli ha avuto modo di vedere il fenomeno di persona: «Si
tratta di una schiuma che non sembra provenire da impianti o
fabbriche chimiche. Piuttosto sembra trattarsi del residuo del
lavaggio di depuratori. L’aspetto è quello del
liquame di maiali, ma i liquami tendono a depositarsi mentre
questa sostanza resta a galla». Particolarmente sgradevole
l’odore. «Sembrava di essere sul Lambro» spiega
Magli citando a esempio il fiume più inquinato d’Italia.
Alcuni pescatori hanno segnalato la presenza della spuma maleodorante
anche al comando della polizia provinciale i cui agenti hanno
eseguito alcuni sopralluoghi, risalendo l’Adda fino al
salto dei Bocchi di Comazzo. Qui è stata riscontrata
la presenza della schiuma ma, spiegano dal comando della polizia
provinciale, in quantità non ritenuta dannosa. Durante
la ricognizione, inoltre, non sono stati trovati pesci o altri
animali morti. Di sicuro c’è che la provenienza
della sostanza, qualsiasi cosa sia, si trova a nord del territorio
comunale di Comazzo, in provincia di Milano. Ironia della sorte,
l’Adda ha cominciato ad ammorbarsi all’indomani
della raccolta e dell’analisi di un campione di acqua
commissionata dall’Associazione pescatori dilettanti all’Astem.
Un check-up eseguito a cadenza regolare (anche se in differenti
punti, il che rende complessa la comparazione scientifica dei
dati) per tenere sotto controllo lo stato di salute del fiume,
effettuato questa volta su una provetta di acqua prelevata il
2 marzo in località Caccialanza. Magli non si dà
pace: «Sembrava che gli inquinatori stessero aspettando
che prelevassero il campione per cominciare a sporcare. Esattamente
il giorno seguente sono arrivate le prime segnalazioni».
Peccato, perché gli esami confermano che l’Adda
è esente dal fenomeno dell’inquinamento chimico,
mentre sono soprattutto gli scarichi di origine animale (stalle,
allevamenti) a comprometterne la purezza. Un fiume inquinato,
insomma (tanto da non essere balneabile), ma che si potrebbe
facilmente risanare e restituire nuovamente ai nuotatori lodigiani.
Fabrizio Tummolillo
Da IL CITTADINO del 21 04 04
Caselle Landi, strade e alluvioni in cima ai pensieri
Il rischio legato alle imprevedibili esondazioni del Po e gli
inadeguati collegamenti stradali con il resto del territorio
sono le principali problematiche che dovrà affrontare
la prossima amministrazione di Caselle Landi: la comunità
locale vive in ogni caso in un clima sereno, grazie anche alla
buona dotazione di servizi essenziali.
CASELLE LANDI Nel corso della storia
il fiume ha persino condizionato la collocazione geografica
del paese, tra Lodi e Piacenza
Una comunità che ha il Po nel suo destino
Il rischio di alluvioni resta la principale preoccupazione per
gli abitanti
Il Po non è solo un fiume per Caselle Landi: è
un elemento naturale che ne ha caratterizzato e condizionato
la storia in base al percorso assunto nel corso degli anni.
Un tempo Caselle Landi si trovava sulla sponda destra del Grande
Fiume, e questo spiega gli stretti rapporti che i residenti
in questa fascia meridionale della provincia di Lodi hanno ancora
oggi con la vicina Piacenza: risale al 1797 l’annessione
al territorio lodigiano, anche se fino al 1820 i fedeli hanno
continuato a fare riferimento alla diocesi di Piacenza. Ora
il tragitto del Po, chiuso fra i suoi imponenti argini, non
dovrebbe più subire modificazioni tali da influire sulla
connotazione geopolitica del comune, ma la sua presenza continua
ad essere piuttosto ingombrante per gli abitanti di Caselle
Landi: il ricordo delle ultime grandi piene del 1994 e del 2000
è ancora piuttosto vivo e negli ultimi anni l’espansione
edilizia sembrò addirittura bloccarsi proprio per i timori
di molti a costruire così vicino al fiume. In effetti
l’attenzione sul tema della sicurezza idraulica è
sempre stata massima nell’ultimo decennio: l’amministrazione
comunale ha affidato ad un geologo la mappatura dei fontanazzi
formatisi in occasione della grande piena dell’ottobre
2000, che rese necessaria per la prima volta l’evacuazione
precauzionale del paese; successivamente il sindaco Gianfranco
Contardi accompagnò alcuni dirigenti e funzionari dell’Autorità
di Bacino del fiume Po ad un sopralluogo in barca sul fiume
per verificare le condizioni dell’alveo. «Ora -
commenta il primo cittadino - i rapporti con l’Autorità
di Bacino e con l’Aipo sono costanti e decisamente buoni,
anche se tutti vorremmo vedere eseguiti più interventi
per la manutenzione degli argini e per la sicurezza della nostra
popolazione: capisco però le difficoltà burocratiche
che devono affrontare anche questi enti, alle prese con carenze
di personale e di risorse economiche». Tra l’altro
a Caselle Landi qualche intervento è stato realizzato
da parte dell’Aipo, come le difese spondali ripristinate
al confine con Santo Stefano in località Regona. Un intervento
giunto ormai in conclusione, mentre attualmente sono in corso
sondaggi lungo l’argine commissionati dall’Autorità
di Bacino nell’ambito di uno studio-pilota finalizzato
alla verifica della sicurezza idraulica nella pianura padana:
una radiografia utile anche a definire dove realizzare le diaframmature
e i potenziamenti delle basi arginali per eliminare la formazione
dei fontanazzi che tanti timori generano nel periodo di deflusso
delle ondate di piena. Per garantire la sicurezza in caso di
emergenza a Caselle Landi è attivo da anni un folto gruppo
comunale di Protezione Civile, che peraltro si prepara anche
ad affrontare altri rischi e problematiche: a breve partirà
proprio un corso specialistico antincendio. La giunta Contardi
non ha invece aderito al Consorzio Po: «Inizialmente -
commenta il sindaco - avevo stanziato i fondi per aderirvi,
ma poi ho preferito aspettare perché non sono entrati
a farvi parte né la provincia di Lodi, né i comuni
e la provincia di Piacenza, che pure erano stati invitati. Ho
comunque partecipato a qualche incontro del Consorzio, ma ho
visto che parlano soprattutto di valorizzazione ambientale e
turismo, mentre a mio giudizio l’aspetto principale da
considerare ora è la sicurezza, pensando solo in un secondo
tempo alla navigazione e altre iniziative». Da parte sua
invece la minoranza consigliar evidenzia l’opportunità
di valorizzare il territorio golenale come risorsa per i cicloturisti
e per gli amanti dell’ambiente.
D.P.
Associazioni in coda per entrare
in consulta
Hanno incominciato a lavorare in sordina, in punta di piedi,
ma ad oltre un anno dalla loro costituzione, le consulte delle
associazioni si ripropongono come strumento di confronto con
l’amministrazione comunale, alla quale potranno fornire
pareri preventivi o proposte per l’adozione di atti o
per la gestione di beni e servizi comunali. Il 31 marzo scorso
si sono chiusi i termini per la presentazione di nuove richieste
di adesione alle quattro consulte attualmente costituite, richieste
che saranno valutate dai responsabili dei vari settori. Sono
quattro le consulte in vigore: servizi sociali, istruzione,
cultura ed ecologia e complessivamente quest’anno sono
giunte in municipio sette domande di ammissione. Per quanto
riguarda i servizi sociali, ad esempio, palazzo Broletto registra
le nuove richieste di Avulss, Progetto insieme e Movimento per
la vita, che si aggiungono alle realtà che già
fanno parte dell’organismo, vale a dire San Vincenzo,
Centro per la tutela dei diritti dell’anziano, Amici degli
handicappati, Associazione Aiutiamoli. Sul fronte dell’istruzione,
gli aspiranti sono rappresentati dalle scuole medie Don Milani
e Cazzulani, che dovrebbero costituire una pattuglia composta
da chi fa già parte della consulta: le direzioni didattiche
del secondo e del terzo circolo, il consiglio di quest’ultimo,
la Federazione provinciale scuole materne (Fism), il consiglio
d’istituto del Maffeo Vegio, il collegio San Francesco,
il Coordinamento genitori democratici di Lodi (Coged), l’Associazione
genitori delle scuole cattoliche. Passando alla cultura si incontrano
i vecchi aderenti: l’associazione Adelante, il Teatro
immaginario di Somaglia, l’associazione Monsignor Luciano
Quartieri di Lodi, l’associazione Poesia la vita, la compagnia
teatrale Il Pioppo, Lodi per Mostar, il centro culturale San
Cristoforo, l’associazione musicale Franchino Gaffurio,
il Movimento per la lotta contro la fame nel mondo, l’associazione
Cantus, Amici cappella cattedrale. L’unica domanda di
ammissione è quella presentata dal Comitato per la pace
e lo studio dei conflitti di Lodi. Infine la consulta per l’ecologia:
la novità potrebbe essere rappresentata dall’Associazione
difesa del cane (Adica), che andrebbe ad aggiungersi al Comitato
alluvionati di riva destra, all’associazione Cielo buio
e a Ciclodi. A breve verrà stabilito chi potrà
prendere parte alle riunioni che verranno fissate con i rappresentanti
dell’amministrazione.
Da Lettere al IL CITTADINO del
21 04 04
LODI
I giochi di prestigio del sindaco
Egregio direttore, ancora una volta, come un prestigiatore estrae
dal cilindro un coniglio bianco, il nostro signor sindaco, da
“buon sognatore” (per riprendere l’epiteto
a lui attribuito da una lettrice attenta), cerca di stupire
i suoi concittadini con brillanti idee per risolvere, a suo
dire, i problemi della città. Come se non bastassero
le dighe mobili per proteggere gli abitanti della riva destra
(a immagine del più famoso progetto Mose sulla laguna
veneta) e il teleriscaldamento, di cui si stenta a capire l’utilità,
andando a servire (ma quando?) poche decine di utenti, con costi
rilevanti di posa e gestione e con effetti tutti da valutare
sull’inquinamento da polveri sottili (lo farà veramente
diminuire in modo rilevante?), adesso il signor sindaco ripesca
il progetto del terzo ponte, già in passato proposto,
studiato e poi abbandonato principalmente per mancanza di finanziamenti;
o il rifacimento di piazza Mercato, sulla falsa riga delle discutibili
opere disseminate per la città. Il sindaco di Lodi assomiglia
al nostro presidente Berlusconi, il quale promette cose che
poi non potrà mantenere. Mi spiace annoiare il lettore
con argomenti già trattati da altri, ma adesso la misura
è veramente colma! Ne hanno abbastanza gli alluvionati,
e non solo loro, delle promesse mancate di questa giunta comunale:
dagli argini a protezione delle abitaziani che sorgono nelle
aree soggette ad esondazione, di cui non sono chiari nè
l’entità dei fondi a disposizione per realizzarli,
nè il progetto esecutivo (tranne qualche dettaglio fatto
filtrare sulla stampa), nè i tempi di realizzazione;
alla mancata risoluzione delle problematiche relative alle periferie
urbane (fognature, verde pubblico, scalo ferroviario, traffico
caotico, sistemazione strade); dall’insufficiente intervento
a favore delle crisi aziendali (Polenghi, Abb), di cui nulla
più é dato sapere; infine, al problema della definitiva
sistemazione della nuova sede museale. Non possono il nostro
sindaco e l’amministrazione comunale da lui diretta millantare
ogni settimana un progetto nuovo (ora anche la riqualificazione
di via Cavallotti!), di cui sanno benissimo di non poter promettere
l’esecutività. Quanti sono i progetti abortiti,
i lavori mai portati a termine, le questioni irrisolte? Troppi
e con troppo denaro pubblico male utilizzato. A questo punto
l’unica cosa che resta da fare è sostenere vigorosamente
la proposta del Comitato alluvionati di una diffida ufficiale
nei confronti degli organi preposti a mettere in sicurezza gli
abitanti delle zone a rischio esondazione: Aipo e Autorità
di bacino, a cui aggiungerei comune e provincia di Lodi, Parco
Adda Sud e regione Lombardia. Devono essere garantiti tempi
e finanziamenti per l’inizio dei lavori di regimazione
dell’alveo fluviale e per la costruzione di robuste arginature
su entrambe le rive dell’Adda. Non è più
il caso di assistere, come nell’incontro dell’11
marzo scorso, ad un vano balbettio di risposte da parte delle
autorità comunali presenti. Non importa agli alluvionati
il fatto che il supermercato voluto da Desiderio Zoncada a Campo
di Marte sorgerà su un’area che si trova a una
quota di sicurezza, quando le loro case sono tuttora a rischio
allagamento e nessuno si preoccupa di «incaricare consulenti
vari per fugare ogni dubbio per quanto concerne la sicurezza
dei cittadini» (“il Cittadino” di martedì
6 aprile). Dico al sindaco e al presidente della provincia che,
invece di mostrarsi all’inaugurazione di un cavalcavia
stradale, i cui lavori di esecuzione si sono protratti ben oltre
i termini previsti, ed al candidato della Lega Nord alle elezioni
provinciali, le cui uniche preoccupazioni sono il referendum
sulla moschea e l’inutile decentramento di assessorati
provinciali, di occuparsi con maggiore e più proficuo
impegno dei gravi problemi che affliggono la nostra città.
In conclusione, mi auguro che alle prossime elezioni comunali,
provinciali, europee, entrambi gli schieramenti politici presentino
candidati più capaci degli attuali amministratori, troppo
impegnati a litigare per beghe personali o a progettare opere
irrealizzabili, affinchè si governino in modo decente
una città, una provincia, una regione o l’Italia
intera. Forse il mio è solo un sogno!
Ps: per favore, signor sindaco, non risponda, come in passato,
che queste mie sono critiche faziose, provenienti da avversari
politici! Non ho nè referenti nè padrini!
Francesco Sacchi Lodi
Da Lettere al IL CITTADINO del
22 04 04
Necessaria una svolta nella gestione degli alvei fluviali
Lettera aperta ad Andrea Agapito Ludovici, responsabile acqua
WWF Italia.
«Egregio, premetto intanto che quando lo scambio epistolare
si fa nutrito, come sta avvenendo tra noi due, è mia
consuetudine passare al “tu”. Sono più grande
di età, perciò non ti manco di rispetto. Con un
linguaggio più confidenziale, riesco a capire, a spiegarmi
meglio e, se occorre, a trovare le parole giuste per stroncare
il dialogo. Data l’importanza che può avere un
tuo parere presso la pubblica amministrazione, ho pensato di
inviare la presente, insieme alla tua lettera, a tutti i sindaci
della Pianura Padana. Ciò premesso, comprendo il tuo
risentimento contro le mie accuse alla “follia pseudo-ambientalista”:
da “responsabile” del movimento senti il dovere
di prenderne le difese. Ti consiglio però di controllare
l’impulso. Di capire quello che dico (se ti riesce) prima
di addebitarmi “una grande confusione” o di classificare
le mie “affermazioni, assolutamente non argomentate e
fuori posto”. Ti invito a leggere con più attenzione
il mio “Parere sul rischio idrogeologico in Pianura Padana”.
E, se il problema che ti assilla è la Pianura Padana
(e non il sottoscritto), se hai da fare qualche critica o da
proporre suggerimenti costruttivi, inviali alla stampa. Credo
che saranno ben lieti di riceverli e pubblicarteli. Comprendo
i tuoi dubbi circa la mia (“probabile”) buona fede:
in tanti anni di attività ne ho conosciuti di lestofanti,
sia nella categoria dei cavatori (la mia) che in quella degli
ambientalisti (la tua). Ogni buona famiglia, si sa, ha la sua
pecora nera. Se le famiglie si ingrandiscono, i lestofanti proliferano
e riescono a mimetizzarsi: nascondendo per esempio fini reconditi
dietro i nobili intenti dell’ambientalismo. Ciò
non toglie che entrambe le “famiglie” siano rispettabili
perché assolvono – con pari dignità –
ognuna al suo ruolo, importante, nella società. Cerchi
di insinuare che il mio parere – sulla necessità
di adeguare la sezione di deflusso del Po e dei suoi affluenti,
e quindi di asportarvi il materiale in eccesso per ridurre il
rischio idraulico – sia solo un pretesto per assecondare
gli interessi di chi ha bisogno di quel materiale, «guarda
caso, in relazione all’avanzamento dei lavori della Tav»;
e che con questa mia uscita starei «alimentando le voglie
dei cavatori più spregiudicati». Conosco questa
tecnica maligna e fuorviante, spesso utilizzata dai tuoi colleghi.
La tecnica, cioè, di distogliere l’attenzione della
gente da un problema di interesse generale (il governo idraulico
dei fiumi, appunto) e pilotarla contro l’interesse privato
di una categoria di imprenditori, con l’obiettivo di demonizzarli,
adombrando aspetti di presunta illegittimità, su un’attività
assolutamente legittima. Nel capitolo “Gli strumenti del
disegno”, sul mio sito, spiego come avviene questo vergognoso
processo di criminalizzazione. Ti invito ad evitare atteggiamenti
analoghi e ad affrontare seriamente il problema, ripeto, della
Pianura Padana. E poi spiegami un po’: visto che i lavori
della Tav sono comunque da farsi, se non vuoi che si utilizzino
gli inerti fluviali (di proprietà pubblica), a quali
cave (di proprietà privata) bisogna rivolgersi? E ancora,
perché ti da tanto fastidio l’economia che si avrebbe
sul costo di tali opere, grazie a quel «materiale a buon
mercato»? A quanto pare, sei talmente indottrinato contro
la regimazione degli alvei che spesso la chiami in causa anche
a sproposito, così come hai fatto nel documento “Guerra
d’Acqua nel Po” (www.wwf.it/Lombardia/documenti/laseccadelPo.pdf
). Un documento, circolato sotto l’egida del Wwf in occasione
della siccità del 2003, in cui sostieni che la secca
del Po è stata allora determinata non dalla effettiva
mancanza d’acqua ma soltanto «dall’eccezionale
abbassamento dell’alveo». Ed a sostegno di questa
tesi fai rilevare che in quello stesso periodo la falda acquifera
aveva mantenuto il suo livell