attività
estrattiva fluviale
Sulla Difesa del Suolo:
un Disegno Criminoso Nazionale, con gravi conseguenze
per l’Economia, il Territorio e la Pubblica incolumità.
Partendo da quanto accade attualmente in Basilicata,
intendo qui denunciare – in qualità di Imprenditore
con 40 anni di attività e 65 di vita vissuta vicino al
fiume Basento – un disegno criminoso che mira a sopprimere
una forma di manutenzione preventiva e gratuita (ed anche remunerativa
per la P.A.) dei corsi d’acqua, cioè l’Attività
estrattiva fluviale, per subentrarvi con il sistema degli appalti
pubblici e con interventi onerosi.
Un disegno, perpetrato negli ultimi 20 anni, che ora vive la
sua fase conclusiva in Basilicata, ma che già si è
compiuto in gran parte d’Italia.
In Basilicata, nell’anno 2003 sono state rilasciate una
trentina di concessioni estrattive, per un quantitativo medio
di 3.000 mc di materiale ciascuna. Gran parte degli Impianti
autorizzati hanno però una capacità produttiva
e quindi un fabbisogno annuale di 30.000 mc. Evidentemente,
fatte salve le dovute eccezioni, si tratta di concessioni del
tipo fraudolento, con quantitativi “virtuali” e
non reali, rilasciate con il solito sistema: “ti autorizzo
per un mc., ma ne puoi prelevare dieci”.
Con questa forma di istigazione a delinquere – che già
ha prodotto un diffuso e “consentito” abusivismo
in Basilicata – si perseguono, come obiettivi immediati,
l’occultamento del materiale (presente in grande quantità
nei fiumi lucani) e la criminalizzazione degli operatori del
settore; e come fine ultimo la soppressione dell’attività
estrattiva. In modo da poter intervenire, più liberamente,
nella bonifica e pulizia degli alvei, con il sistema degli appalti
pubblici.
Nonostante l’appalto comporti, come dicevo,
una sicura Spesa per la Regione (mentre l’attività
estrattiva procura invece una sicura Entrata), gli Addetti regionali
lo preferiscono perché solo in tal modo riescono a realizzare
– tra le pieghe della Spesa pubblica – un personale
tornaconto economico.
La prova lampante di questo connubio, tra appalti pubblici e
certi interessi privati, la troviamo durante l'ultima tornata
dei Fondi FIO in Basilicata: Lavori per diverse centinaia di
miliardi a cavallo tra gli anni 80 e 90 per "Sistemazioni
idrauliche" nei fiumi lucani. In quell’occasione
abbiamo visto le stesse persone, che da una parte soffocavano
(e soffocano) l’attività estrattiva, dall’altra
partecipavano al banchetto di quegli appalti. Vi era presente
il Fior fiore della burocrazia regionale, in buona compagnia
di Colleghi statali, guidati da Cattedratici e da Ambientalisti
doc. Tutti a "progettare, coordinare, giudicare le offerte,
valutare l'impatto, dirigere, collaudare", lungo i nostri
poveri fiumi, ... ed a percepire la lauta prebenda.
Gli Strumenti del Disegno:
- 1) manipolazione e pilotaggio dell’opinione pubblica
su falsi danni ambientali: con una campagna mistificatoria,
condotta su stampa e televisione nazionali da sedicenti ambientalisti,
si demonizza l’estrazione in alveo e si alimentano falsi
pregiudizi;
- 2) travisamento della realtà: con uno “Studio”
eseguito dagli stessi Funzionari si fa discendere la possibilità
di asportare materiale dai corsi d’acqua, non dalla necessità
di adeguare la loro sezione di deflusso in funzione delle portate
idriche (regola universalmente riconosciuta ed applicata), ma
da un fantasioso e pretestuoso “bilancio del trasporto
solido, tra il materiale proveniente da monte e quello che prosegue
verso valle”; uno “Studio” fondato quindi
su una madornale sciocchezza e pieno di baggianate (come la
fantomatica, quanto falsa, erosione della costa jonica), che
mira ad occultare i quantitativi realmente esistenti, negando
l’evidenza ed affermando una generale carenza del materiale
estraibile;
- 3) con un “Piano estrattivo” regionale, scaturito
dal suddetto “Studio” e dall’uso strumentale
della legge 37/94, si stabiliscono quantitativi irrisori (virtuali)
del materiale estraibile, scollegando l’intervento estrattivo
dalle reali e primarie esigenze di regimazione delle acque;
- 4) si scoraggiano le richieste di concessione, raddoppiando
e triplicando il prezzo del canone, in totale disarmonia con
il mercato degli inerti. Salvo a farsi un socio tra i funzionari
regionali, nel qual caso si ha lo sconto dell’80%;
- 5) si fraziona e/o si duplica la competenza amministrativa,
per frastornare l’utenza e per meglio praticare lo scaricabarile
delle responsabilità;
- 6) si applica la prassi dilatoria (tattica del rinvio all’infinito),
nel rilascio delle autorizzazioni, ricorrendo ad espedienti
cavillosi e pretestuosi.
Si tenta, con ottuso accanimento, di occultare
il materiale: a chi presenta richieste da centinaia di migliaia
di mc, si nega l’esame delle domande e dei progetti che
ne dimostrano l’esistenza. Si evita di rispondere a tali
richieste, ricorrendo ad ogni espediente, dal demenziale al
delinquenziale, compreso il falso in atto pubblico: in totale
spregio delle leggi, tra cui la legge regionale n 12/79 sulle
attività estrattive.
Con questo sistema si costringono le imprese ad accettare autorizzazioni
per quantitativi irrisori, allettandole con la descritta possibilità
dell’uno a dieci, in una specie di gioco del “Gatto
con il topo”, verso il citato processo di criminalizzazione.
In un contesto di diffuso abusivismo diventa peraltro impossibile
operare nella legalità. Alla fine sarà chiusura
per tutti, come è già accaduto in gran parte d’Italia.
Il Danno economico che ne deriva è enorme,
se si pensa ai milioni di mc. di materiale esistente nei fiumi
italiani. Materiale che potrebbe rappresentare una grande risorsa
ed una grossa Entrata erariale, e che invece svanisce nel nulla,
grazie al gioco delle “Tre carte” con cui si dilettano
gli addetti ai lavori.
Se poi si pensa al fatto che, una volta soppressa l’attività
estrattiva, sarà necessario ricorrere agli appalti pubblici,
con miliardi di Spesa (per rimuovere quel materiale), allora
il danno erariale si triplica. Il Danno civile, non meno grave,
è commisurato alla perdita delle risorse imprenditoriali
e morali, divorate dall’incalzante malcostume.
Il Danno ambientale. Il tipo di appalti di cui
sto parlando – il vero obiettivo del Disegno – si
riferisce a quegli interventi che vengono decisi dopo un disastro
alluvionale. Solo allora infatti, sull’onda dell’emozione
collettiva dovuta a danni e lutti, scatta l’EMERGENZA.
Si aprono le paratoie dei “finanziamenti straordinari”.
Si dà il via ad “interventi urgenti e indifferibili”.
Che si appaltano con progetti gonfiati e con procedure accelerate
della “somma urgenza”. Che si affidano “a
trattativa privata”, si collaudano in “corso d'opera”
e si pagano “a forfait”. Quel tipo di appalti, insomma,
che produce tangenti. Simile ai Lavori del dopo alluvione-2000
in Piemonte, dove, come abbiamo letto in cronaca, tanti Tangentisti
sono finiti in galera.
Per la Lobby delle tangenti, il disastro ambientale non è
una disgrazia ma una “provvidenza”. Abolendo ogni
forma di manutenzione preventiva si vuole solo dare una mano
a questa provvidenza. E qui si spiega anche l’occultamento
del materiale. I fiumi d’Italia sono tutti stracolmi di
materiale – le sezioni di deflusso ostruite e gli alvei
pensili – ed a costante rischio d’esondazione. Ma
si continua a negare l’evidenza. Si tacciono e nascondono
le situazioni di pericolo pregresse, al fine di poter sostenere,
quando arriva il disastro, che quel materiale vi “è
giunto con le ultime piogge” e che “si tratta di
una imprevedibile calamità naturale” (non programmata).
Si inventano cause risibili dell’avvenuto disastro, come
“la cementificazione”, o “i ridotti tempi
di corrivazione” o addirittura “la dissennata escavazione
in alveo”.
Laddove governa Tangentopoli il fiume è di grande aiuto:
cancella traccia delle opere malriuscite … ed anche di
quelle non eseguite, ma contabilizzate e retribuite.
Il Dissesto del territorio. L'Assurdo vuole che
questa politica soppressiva della estrazione fluviale coincida
con l'aumento dell’erosione del suolo. Ogni volta che
piove l'azione meccanica dell'acqua asporta dai rilievi e deposita
a valle milioni di metri cubi di materiale. E mentre si fa di
tutto per ostacolarne la rimozione dagli alvei, si fa poco o
niente nel resto del bacino per ridurne la "produzione”.
Anzi si continua a disboscare.
Se gli accumuli di materiale in alveo non vengono rimossi in
tempo, i fiumi si riempiono, straripano ed invadono di sedimento
i terreni adiacenti. Il loro letto naturale si espande, sommerge
qualsiasi forma di vita vegetale e distrugge la secolare agricoltura
di pianura. E’ già accaduto nelle fiumare calabresi
e nel Sinni; sta accadendo nell'Agri e nel Basento; nel Sangro,
nell’Arno, nel Tagliamento, nel Piave ….ed in tutti
gli affluenti del Po: l’intera pianura padana è
a rischio.
L’Innalzanento degli argini. La pluriennale
sedimentazione e stratificazione del solido alluvionale provoca
non solo l'ostruzione dell’alveo, ma anche il progressivo
innalzamento di quota del suo profilo: il fiume diventa pensile;
si innalzano gli affluenti e l'intera rete idrografica; salta
l’equilibrio idrogeologico esistente tra Fiume e Pianura.
Inoltre, quella parte di materiale che raggiunge la foce allunga
lo sviluppo del fiume (il Po si è allungato di alcuni
chilometri negli ultimi 200 anni). Ne deriva una riduzione di
pendenza. Si riduce la velocità dell’acqua ed aumentano
le difficoltà di deflusso.
I Fiumi in secca. Salta anche il delicato equilibrio
tra fluenza superficiale e falda sommersa: due vasi comunicanti
il cui interscambio garantisce la perenne vitalità del
fiume. Con l’innalzarsi della quota di deflusso, le portate
minime del periodo di magra non scorrono più in superficie
ma si sommergono nel materasso alluvionale presente in alveo
e da qui defluiscono verso il subalveo … ed il fiume Po
va in secca.
Il progressivo innalzamento degli argini, come si sta facendo
lungo il Po, non fa che assecondare questo pernicioso e nefasto
fenomeno. Gli sbarramenti, poi (per esempio la traversa “isola
Serafini” nei pressi di Piacenza), innalzando il relativo
livello di base del bacino sotteso, ne stravolgono anch’essi
l’equilibrio geomorfologico.
Il Crollo dei ponti e delle difese spondali. Gli
accumuli di materiale in alveo sono un doppio pericolo: - 1)
durante i periodi di portata medio-minima, la presenza deglii
accumuli devia il filone della corrente (presso le sponde o
le spalle dei ponti) e restringe l’alveo attivo; ne scaturisce
un incremento (locale) di velocità dell’acqua,
che provoca l’erosione del fondo alveo; questo assume,
a ridosso di difese spondali e di ogni opera ivi presente, la
caratteristica sezione a “V” profonda, ne consegue
lo scalzamento al piede delle stesse opere, che ne insidia la
stabilità; il persistere di situazioni simili –
situazioni peraltro molto diffuse che sfuggono all’attenzione
degli addetti – rappresenta spesso la vera causa del crollo
di ponti e difese spondali; - 2) in caso di portata massima,
invece, la riduzione di luce sotto i ponti, causata dagli stessi
accumuli, non consente il deflusso della piena. Il ponte diventa
allora un vero e proprio sbarramento. Per cui, anche se costruito
a regola d’arte, viene spazzato via.
Le Autorità di Bacino. La legge 183/89
(Difesa del suolo), prevede l’estrazione fluviale ed impegna
questi nuovi Organi a stabilire la normativa e gli interventi
rivolti a regolare l’estrazione dei materiali litoidi
… in funzione del buon regime delle acque.
Il D.P.R. del 14.4.93 parla di ripristino della sezione di deflusso
ed eliminazione dei materiali pregiudizievoli al regolare deflusso
delle acque. La legge 37/94 ribadisce lo stesso concetto, assentendo
l’intervento estrattivo nel rispetto preminente del buon
regime idraulico.
L’art. 2 della legge 365/2000, infine, impone alle Autorità
di bacino l’attività di sorveglianza e ricognizione
lungo i corsi d’acqua, al fine di … rilevare le
situazioni di maggiore pericolo per persone e cose, e identificare
gli interventi di manutenzione più urgenti, … con
particolare riferimento all’accumulo di inerti.
Ma tutto questo viene regolarmente disatteso, in totale spregio
di leggi e direttive, e con grave danno per il Paese.
Con l’avvento della 183/89 era nata la speranza di una
svolta nella politica sulla Difesa del Suolo. Ma così
non è stato: le mille problematiche delle quali la legge
richiedeva un’approfondita attività conoscitiva,
sono passate in secondo ordine. Le Autorità di Bacino
si sono ridotte al ruolo di Pianifici. Si pianifica e ripianifica
in continuazione. Riciclando carta e contenuto. Con l’unico
risultato di copiose parcelle per i Pianificatori. Ma senza
nulla aggiungere, se non qualche intralcio burocratico, alla
vecchia “politica” sulla Difesa del Suolo.
Avrebbero meglio ottemperato al dettato legislativo e conseguito
l’invocato buon regime idraulico, se avessero più
semplicemente definito la sezione di deflusso di ogni corso
d’acqua, cioè la larghezza e profondità
che ogni tronco d’alveo deve avere per assicurare il normale
deflusso delle portate idriche.
I Politici. Devo registrare la loro totale indifferenza
alle mie ripetute denunce, con qualche sporadica e grottesca
querela per diffamazione contro il sottoscritto. Ma non solo.
In aggiunta agli strumenti della burocrazia e dell’ambientalismo
fiancheggiatore, in adesione allo stesso Disegno, si registra
anche qualche iniziativa di natura politica.
Con il pretesto di disciplinare l’attività estrattiva,
si tenta di approvare disegni di legge pensati ad hoc per sopprimere
l’estrazione in alveo. Cito due tentativi del genere (finiti,
per adesso, nel nulla): - 1) Disegno del Senato n. 2451/90;
- 2) Proposta di legge regionale di Basilicata, del 2001.
In entrambi i casi viene proposto quanto segue:
1) sono vietati i prelievi dei materiali negli alvei dei fiumi;
2) l'autorità preposta progetta l'eventuale prelievo
dei materiali in eccesso e ne dispone l'esecuzione con pubblico
appalto; 3) è vietata l'alienazione dei materiali estratti.
Si vuole quindi vietare il prelievo, se eseguito con l’attività
estrattiva (e con Entrate) ed invece consentirlo se eseguito
con il sistema degli appalti pubblici (e con Spese): il tutto
in sintonia con gli obiettivi del Disegno. Rimane solo da spiegarsi
il punto 3) delle proposte. Perché vietare la vendita
del materiale in eccesso?. Si tratta di un bene demaniale, che
ha un suo valore oggettivo ed una sicura collocazione sul mercato,
e che comunque potrebbe costituire un’economia nel costo
complessivo degli stessi lavori appaltati. E allora perché
vietarne la vendita? La spiegazione è semplice: vietata
la commercializzazione, non può comparire in contabilità,
se non come materiale di risulta da trasportare a rifiuto. Ed
infatti finisce di solito a rifiuto, presso gli Impianti di
produzione inerti. Dopo trattative sottobanco, fatture false
e quant’altro occorre per costituire Fondi neri. Ed erogare
Tangenti.
Gli organi d’informazione (giornali e televisioni)
hanno la grande colpa di aver consentito a tanti lestofanti,
camuffati da ambientalisti, di perpetrare, attraverso le loro
pagine e ribalte televisive, la manipolazione e il pilotaggio
dell’opinione pubblica, con menzogne ed argomentazioni
ad effetto, tipo: i fiumi devono evolvere secondo natura; oppure:
il materiale serve al ripascimento della costa”. Due enormi
stupidaggini.
La trattazione tendenziosa e controinformazione condotta da
stampa nazionale e locale, sull’estrazione fluviale, ha
prodotto e radicato nell’immaginario collettivo non pochi
pregiudizi contro quest’attività e contro chi la
pratica. Pregiudizi che producono effetti nefasti e fuorvianti,
non solo durante le “chiacchiere al bar” ma anche
nelle Sedi ufficiali, giurisdizionali ed istituzionali, dove
si decide e giudica sull’argomento.
Pregiudizi che danno manforte a chi persegue questo scellerato
Disegno.
Speriamo che Buonsenso prevalga e faccia pulizia di ambiguità,
malafede e cialtroneria. Prima che sia troppo tardi.
Tricarico, gennaio 2004.
Nicola Bonelli
Via F.lli Cervi, 5 – 75019 – Tricarico
(MT)
tel. 0835.671141 – 348.2601976; e-mail: nicolabonelli@libero.it"