Da
L'ECO DI BERGAMO del 23 11 03
E sull'Adda battelli turistici.
Il servizio comincerà nel 2005 con itinerari culturali
e naturalistici
VILLA D'ADDA Nel giugno del 2005 il fiume Adda, nel tratto da
Olginate-Garlate a Paderno, sarà riaperto alla navigazione
turistica. Ultimati i lavori di sistemazione dell'alveo, da
parte del Parco Adda Nord, un battello potrà solcare
il fiume per circa 25 chilometri, permettendo alla gente di
ammirare la flora e la fauna dell'Adda e di raggiungere i percorsi
ciclopedonali che portano alle opere culturali e turistiche
che sorgono lungo il fiume: il Museo della seta di Garlate,
il santuario della Madonna del Lavello a Calolziocorte, il castello
di Brivio, l'ecomuseo di Leonardo a Paderno e ancora, tra Villa
d'Adda e Imbersago, il famoso traghetto di Leonardo da Vinci
di manzoniana memoria. Inoltre la palude di Brivio e a Villa
d'Adda l'osservatorio ornitologico e la colonia fluviale. A
questo progetto sono interessati anche i comuni bergamaschi
della sponda sinistra dell'Adda: Cisano, Pontida e Villa d'Adda
che fanno parte del Parco Adda Nord.
Un passo decisivo per la riapertura della navigazione dell'Adda
è stato l'approvazione da parte della Regione, su proposta
dell'assessore alle Infrastrutture e Mobilità, Massimo
Corsaro, di due convenzioni: quella con il Parco Adda Nord e
un'altra con il Parco lombardo del Ticino, finalizzate alla
riapertura alla navigazione del primo tratto dei due fiumi all'uscita
dei laghi di Lecco e Maggiore. Il Parco Adda Nord collaborerà
con la Regione per la progettazione degli interventi necessari
alla riattivazione delle conche di Olginate e per altri interventi
di sistemazione dell'alveo.
Il Parco Adda Nord, che ha sede a Trezzo, potrà contare
su un finanziamento di 650 mila euro per adeguare l'alveo e
realizzare tutte quelle opere che devono rendere navigabili
il fiume, compresi gli attracchi per le imbarcazioni. L'intervento
regionale per Adda e Ticino prevede una spesa globale di un
milione e 200 mila euro. Un ulteriore finanziamento di 750 mila
euro sarà garantito da fondi di un progetto comunitario.
«La riapertura alla navigazione del nostro fiume passa
attraverso un accordo di programma tra le Province di Lecco
e Bergamo e i Comuni rivieraschi compresi tra Garlate e Paderno
- spiega il presidente del Parco Adda Nord, Piergiorgio Locatelli
-. Approvati dalla Regione la convenzione e il relativo finanziamento,
entro la fine dell'anno presenteremo il progetto esecutivo nel
quale vengono indicate tutte le opere da eseguire lungo i 25
chilometri per rendere navigabile il fiume. Nel 2004 partirà
la sistemazione che si prevede terminerà a metà
del 2005 e a giugno il battello potrà scendere e risalire
il fiume».
Remo Traina
Da
IL CITTADINO del 24 11 03
Sentinelle sul Lambro per il maltempo
Anche Melegnano, come tutto il Sudmilano, teme il ripetersi
(a cronometrica distanza di un anno) dell'esondazione che dodici
mesi fa, iniziando esattamente dal 24 novembre, portò
il Lambro a formare veri e propri laghi attorno all'abitato
e impose il blocco della via Emilia per due giorni. Piove ininterrottamente
da domenica pomeriggio, ma il fiume cittadino per ora scorre
ben incanalato nel suo argine, due metri sotto il terrapieno.
Del resto il vero pericolo è a monte: «Finché
non c'è una vera emergenza lungo il corso nord del fiume,
per noi l'attività è di ordinaria amministrazione»,
chiariscono dal nucleo locale di Protezione civile. A ogni modo
anche a Melegnano, nella notte fra domenica e lunedi, è
arrivata la comunicazione ufficiale di preallarme della direzione
regionale di protezione civile e della prefettura di Milano.
Lo stato di pre emergenza, codice 1, è per le province
di Varese, Como, Milano, Lecco e Bergamo. L'unità locale
della protezione civile ha cominciato a sorvegliare da lunedi
sera i punti critici dove il Lambro esonda più facilmente.
«Sono quelli individuati dal piano di emergenza comunale
- spiegano i volontari -: via Cerca vecchia, cascina Cappuccina,
ponte della via Emilia, via Baden Powell, via per Carpiano,
cioè le zone alla quota più bassa rispetto al
Lambro». I punti di misurazione del livello sono le chiuse
dell'ex Broggi Izar e della centrale di San Zenone.
Da
il CORRIERE DELLA SERA del 25 11 03
Abitazioni alluvionate un anno fa
Indagati tre dipendenti comunali
VAPRIO D'ADDA Tre dipendenti comunali sotto indagine per l'alluvione
che il 26 novembre di un anno fa ha devastato un gruppo di case
sulla riva dell'Adda: le sponde non avevano retto e le abitazioni
erano state invase dall'acqua. Alcuni residenti avevano sporto
denuncia alla procura di Milano per capire se ci fossero state
responsabilità per il mancato avviso di evacuazione dalle
case. Il magistrato ha notificato l' avviso di garanzia ai tre
dipendenti incaricati delle notifiche di sgombero: ci sarebbero
state irregolarità nella procedura.
Da
IL CITTADINO del 26 11 03
Barche contro chi inquina
Barche sul Lambro per prevenire scarichi non autorizzati nel
fiume. «Abbiamo apprezzato la disponibilità della
provincia di Lodi e del sindaco di Sant'Angelo a mettere a disposizione
una piccola imbarcazione per individuarli», dicono alla
Basso Lambro Spa. E della salute del fiume si parlerà
oggi in un convegno a S. Angelo. Sant'Angelo Provincia e comune
mandano un natante sul Lambro: un convegno sugli interventi
futuri
In
barca a caccia di inquinatori
L'attività di depurazione non basta a risanare il fiume
Sant'Angelo L'impegno nella tutela del territorio, a livello
locale, non sempre riesce a risolvere i problemi che affliggono
l'ambiente, anche nel Lodigiano. L'esempio lampante è
quello del fiume Lambro: nonostante l'attività di depurazione
degli scarichi da parte della Basso Lambro Spa, l'ex consorzio
del Basso Lambro, il fiume resta ancora tra i più inquinati
d'Italia, e fa crescere forti preoccupazioni per la salute pubblica.
Insomma, pur in presenza degli sforzi dei 27 comuni rivieraschi
che fanno parte della Basso Lambro, la qualità delle
acque del fiume rimane tutt'altro che accettabile. Secondo il
presidente della Basso Lambro, Antonio Danelli, è quindi:
«Assolutamente necessario andare ad individuare quegli
scarichi che senza nessun trattamento immettono i loro veleni
nei due rami del nostro fiume. Abbiamo apprezzato la disponibilità
della provincia di Lodi e quella del sindaco di Sant'Angelo
di mettere a disposizione una piccola imbarcazione per andare
ad individuarli, ma ci sembra, anzi ne siamo certi, che detti
scarichi avvengano in territori non di loro competenza e più
precisamente per il ramo settentrionale il maggior carico inquinante
proviene dal tratto fra Melegnano e Monza»».
L'argomento Lambro sarà al centro del convegno in programma
per stasera alle 21 alla sala Girona di Sant'Angelo, dal titolo
“Politiche Ambientali”, organizzato dall'assessorato
all'ecologia del comune barasino, e che si prefigge di dare
vita ad un'analisi precisa del territorio locale, combinata
ad un esame di più ampio respiro. Si parlerà dunque
di tematiche che riguardano il Lodigiano, ma non solo, dal momento
che tra i relatori ci sarà anche Maurizio Bernardo, assessore
regionale alle risorse idriche. Risorse idriche che tanto a
Sant'Angelo, quanto in molti altri comuni del Lodigiano, comprendono,
anzi pongono in primo piano, proprio il fiume Lambro. Stasera
il presidente della Basso Lambro Antonio Danelli si concentrerà
su un punto: l'attività dei singoli comuni incide sul
miglioramento della qualità del fiume, ma rimane comunque
nel complesso una realtà ben precisa, il Lambro è
inquinato, e i toccasana che arrivano alle sue acque dal Lodigiano
sono soltanto una goccia nel mare. Danelli non lo nasconderà
durante il convegno, e in un'anticipazione della sua relazione,
spiega che: «Nonostante gli sforzi di comuni e consorzi
per cercare rimedio a questa insostenibile situazione di degrado,
lo scenario dal punto di vista igienico sanitario del nostro
territorio è sicuramente negativo». Non si parlerà
però solo di Lambro: l'ingegnere ambientale Claudio Tedesi
tratterà anche il capitolo bonifiche ambientali previste
nel territorio di Sant'Angelo.
Lorenzo Rinaldi
Maleo,
la protezione civile in linea: in sede ricetrasmittenti d'avanguardia
Maleo Maleo si mette in frequenza. La giunta comunale ha approvato
una delibera per la convenzione con la Fir Cb, la Federazione
italiana ricetrasmissioni, per l'attivazione delle antenne in
uso alla protezione civile. Il comune si è dotato del
suo nucleo di volontari per le emergenze abbastanza di recente,
a partire dall'ottobre dello scorso anno, ricavando al gruppo
una sede presso piazza XXV Aprile dove si svolgono gli incontri
di programmazione e di formazione e dove si organizzano dimostrazioni
e manifestazioni pubbliche.
Al
suo interno è stata installata la centrale operativa,
che verrà maneggiata proprio dagli uomini della Protezione
civile e che costituirà l'orecchio del paese della Bassa,
specie nei momenti più delicati e nelle fasi di emergenza.
Presso la sede sono state predisposte diverse attrezzature tecnologiche
per la ricezione di frequenza: si va dall'antenna Cb di 27 megahertz,
a quella che sviluppa 43 mhz, oltre all'antenna bibanda in grado
di ricevere Uhf e Vhf.
La
centralina è costituita da una radio ricetrasmittente
base da 43 mhz, che dirama il segnale ad altre sei radio ricetrasmittenti
portatili, sempre dotate di 43 mhz. La Federazione, il cui comitato
provinciale ha sede a Lodi, si è presa l'incarico di
attivare il sistema radio Cb, con una convenzione rinnovabile
che per il momento ha validità annuale e che dispone
il versamento di 300 euro da parte del comune malerino. I compiti
della Federazione ricetrasmissioni, peraltro, non si fermano
all'installazione: gli operatori dovranno infatti garantire
il corretto funzionamento della centrale con verifiche periodiche
sulle apparecchiature radio.
Ma
una certa attenzione verrà data anche alla formazione
ed almeno una volta l'anno, infatti, la Fir organizzerà
appositi corsi di formazione sfruttando la tecnologia abbastanza
sofisticata di cui si dispone. Proprio questi corsi saranno
rivolti al volontariato locale, in modo da diffondere la conoscenza
sull'utilizzo degli strumenti e delle bande di frequenza e da
poter affrontare in futuro con maggiore competenza ogni tipo
di emergenza.
Paolo
Migliorini
Da
IL CITTADINO del 27 11 03
In
tanti hanno lasciato i piani bassi come sono: «L'Adda
può tornare a ferirci»
«Dopo
un anno nessun rimedio e quella paura non è passata»
Un
anno dopo c'è ancora aria di pioggia che si disperde
nel cielo sopra Lodi. Un anno dopo le auto, i giardini, i marciapiedi,
sono un'altra volta bagnati e la gente fissa le nubi, che nel
pomeriggio tendono però a regalare timidi squarci di
azzurro. Un anno dopo la disastrosa alluvione del 2002 l'Adda
è ben al di sotto dei 0,90 centimetri sopra lo zero idrometrico
che rappresenta il livello di preallarme. Nella tarda serata
del 26 novembre 2002, quando venne deciso lo sgombero della
città bassa e prima che via Bocconi e la zona Martinetta
venissero sommerse da acqua e fango, mentre Belgiardino e Campo
di Marte capitolavano davanti a una marea scura, il fiume aveva
toccato i 3,28 metri sopra lo zero idrometrico e all'1,30 di
notte sarebbe arrivato a sfondare la quota storica dei 3,43
metri.
Ma
dodici mesi dopo la gente che visse sulla propria pelle la fredda
notte senza elettricità, il terrore dell'acqua che saliva,
che sperimentò l'abbandono e la paura, ha ancora negli
occhi le immagini di quel tragico martedì sera. In via
Bocconi, una delle zone che inaspettatamente andarono sotto,
Gaia Bocchioli, 27 anni, è affacciata al balcone del
terzo piano della sua casa di via Fogazzaro con il papà
Angelo e la mamma Carmen Ansi. Tutti e tre indicano il terreno
che si estende tra il tribunale, via D'Azeglio e via Monti:
«Su quest'area - dice Angelo Bocchioli - sembra che il
comune voglia avviare una nuova lottizzazione rialzando di due
metri il terreno. Ciò significa che altra acqua si riverserà
su via Bocconi e sulle strade limitrofe. La lezione dello scorso
anno non è servita». La palazzina porta ancora
i segni dell'acqua, del fango e dell'olio fuoriuscito dai serbatoi
di un'officina: una poltiglia che raggiunse gli 80 centimetri
e che coprì il pavimento delle parti comuni e dei box
privati, che si riversò negli scantinati e nell'ascensore.
La famiglia Bocchioli ha avuto un danno di circa 4.500 euro
e fino ad ora ha incassato il contributo dell'Astem per asciugare
muri e pavimenti e quello del comitato promosso dalla provincia,
per un totale di poco meno di 1.600 euro. «Il problema
non è tanto quello dei rimborsi - sottolinea Gaia Bocchioli
mentre riguarda il filmato amatoriale girato in quei giorni,
dalla casa in cui è rimasta "prigioniera" tre
giorni e dalla strada, subito dopo - ma il fatto che siamo ancora
allo stesso punto. Non si è fatto nulla per proteggerci
da future e analoghe calamità, anzi, si pensa a costruire
altre case». «Il comune parla delle chiuse sulle
rogge di viale Milano come se dovessero risolvere tutti i guai
- fa eco la signora Carmen -. In realtà si tratta di
opere inutili, che metterebbero in pericolo la Martinetta senza
garantire la sicurezza a noi».
Arriva
Maria Rosa Canevara, una vicina: «Noi abbiamo dovuto rifare
l'impianto elettrico, non avevamo molta roba in garage, per
cui non ci è andata male - rimarca -. Dopo un anno, però,
resta il disagio psicologico che mi fa stare con in fiato sospeso
se piove per più di due giorni di fila».
Tanta
gente, infatti, ha ancora la paura negli occhi, il ricordo tremendo
di quella notte in cui solo alle tre arrivarono i soccorsi,
dopo un pomeriggio di allarmi e di inutili rassicurazioni. «Abbiamo
dovuto buttare via l'arredamento intero di due appartamenti
- dice da via Bocconi Lorella Monticelli Bolchi -, senza contare
le tre porte blindate che sono state rovinate. Di esse per ora
lasciamo montata solo la parte metallica, non abbiamo ancora
avuto il coraggio di sostituire le componenti in legno, perché
temiamo che tutto possa succedere di nuovo». A fronte
dei danni subiti, 40 mila euro circa, alla famiglia Bolchi sono
arrivati «1.023 euro dalla provincia, oltre a circa 200
euro come contributo per il riscaldamento - aggiunge la signora
Lorella -. Noi però abbiamo dovuto deumidificare gli
ambienti per quattro mesi e abbiamo speso molto di più».
Anche
i titolari della carrozzeria Ferrario di via Vincenzo Monti
ricordano gli ultimi giorni di novembre dello scorso anno: «In
officina abbiamo avuto 70 centimetri di fango - rammenta Luisella
Ferrari, che abita con la famiglia nei locali soprastanti -.
Subito siamo scesi per cercare di mettere al sicuro le macchine».
Il padre Pietro aggiunge: «All'interno e sul piazzale
c'erano 13 macchine, comprese le nostre; abbiamo cercato di
sollevarne la maggior parte, utilizzando i crick a disposizione
e così siamo riusciti a non perderne nemmeno una».
E i danni subiti dalle vetture dei clienti «sono stati
pagati di tasca nostra» annota il marito di Luisella,
Alfredo Premoli, che nei giorni successivi alla piena si è
prodigato nei soccorsi e nelle opere di pulizia, assieme al
dipendente Francesco Mantegazza. Come risarcimento, ai titolari
della Ferrario sono arrivati 2 mila euro dal comune e niente
di più. E dire che Alfredo Premoli ci ha anche rimesso
il suo gommone: «Lo usavo per andare al mare con la mia
famiglia - sorride - e l'anno scorso è stato utile anche
a Lodi. Quando le persone mi vedevano in giro mi chiedevano
di essere trasportate a comprare il pane o a fare commissioni
importanti e ho accompagnato anche il Tg 3, navigando tra le
vie di Lodi». Il natante è stato buttato via, perché
l'olio lubrificante che si era sparso in via Bocconi l'aveva
rovinato, ma Premoli ne ha comprato uno nuovo: «Se ci
sarà ancora bisogno di me io sono pronto - dice - ma
spero che una cosa simile non capiti più». Un auspicio
condiviso da Giuseppe Malusardi, residente in una villetta di
via Foscolo: «L'acqua ha superato i gradini della veranda
ed è entrata in casa, rovinando l'arredamento - dice
-. Io e la mia famiglia ci siamo spostati al primo piano, dove
abbiamo la camera da letto, aspettando che l'emergenza finisse.
È stato un evento eccezionale, di cui non si aveva memoria
recente e che potrebbe non verificarsi più per decenni.
Tuttavia non mi sembra che il comune si stia attivando concretamente
per realizzare delle opere di prevenzione».
Alla
Martinetta, dodici mesi dopo, il terrore e il senso di abbandono
vissuti il 26 novembre lasciano il posto alla rassegnazione
e alla rabbia. Lo spazio interrato della villetta di Lorenza
Casini, che vive in viale Aosta con il marito e i due figli,
è stata invasa dall'acqua, che ha raggiunto il livello
di 2 metri e mezzo, minacciando di entrare nell'appartamento:
«Quando ho comprato questa casa - dice - nessuno mi ha
detto che avrei corso questo rischio. Io vengo da Reggio Emilia,
la posizione mi piaceva e così mi è sembrata un'ottima
scelta». Ma la signora si sbagliava e se n'è resa
conto drammaticamente lo scorso novembre: «Per tre giorni
abbiamo lavorato senza sosta per rimuovere suppellettili, arredi
ed elettrodomestici e solo da poche settimane i muri si sono
completamente asciugati. Quello che mi fa rabbia è che
nessuno ha fatto nulla in questi mesi. L'anno scorso siamo rimasti
soli di fronte all'Adda che saliva, ci siamo spinti con l'acqua
fino alla cintola, nel buio più completo, per raggiungere
le macchine e portarle al sicuro, abbiamo perso 18 mila euro
(con un indennizzo che al momento è arrivato a 2.200
euro circa, ndr) - aggiunge -, ma in tutto questo tempo le cose
non sono cambiate. Di sistemare le sponde non si parla, mentre
invece si rincorrono voci di chiuse sulle rogge e di sirene.
Mi sembra una presa in giro». Lorenza Casini, così
come ha fatto la sua vicina, Angela Digiesi, sposata e madre
di due ragazzi, non ha riarredato la sua taverna, lasciando
i locali a uso cantina e lavanderia: «Ho troppa paura
che tutto possa capitare un'altra volta - dice la signora Angela
- senza contare che l'acqua si è portata via una buona
parte dei beni in cui avevamo investito dei soldi. Questa casa
rappresenta il sogno della vita mia e della mia famiglia; ci
stiamo riprendendo lentamente, ma non riesco ancora a progettare
un completo ritorno alla normalità, per cui per adesso
evito di arredare di nuovo le stanze che sono state sommerse
dall'acqua».
Qualcuno
ha pensato anche di cambiare aria. Basta vedere i cartelli di
"vendesi" che campeggiano sia alla Martinetta, sia
soprattutto in via Bocconi. Indicazioni inutili, in quanto compratore
e potenziale venditore non si incontrano sul prezzo: il primo
punta a un deprezzamento dettato dalla posizione non più
appetibile, il secondo vorrebbe almeno recuperare quanto sborsato
in origine: «Dieci anni fa abbiamo comprato questo capannone
facendo un sacrificio economico non indifferente, ma dubito
fortemente che potremmo recuperare quando investito, qualora
decidessimo di vendere oggi» afferma Maria Teresa Peviani,
titolare, con la sorella Adriana, della Codif, società
specializzata nel commercio all'ingrosso di articoli di cancelleria.
«Abbiamo perso 33 mila euro di merce - le fa eco la sorella
-, ma il peggio è che siamo stati avvisati in ritardo
e dai vicini, non dalle autorità. Adesso parlano di installare
delle sirene per chiamare a raccolta la gente: per quanto mi
riguarda possono anche buttarle in Adda, tanto per restare in
tema».
Gabriella
Mondini abita in via Firenze dal 2000 e mai si aspettava che
si sarebbe ritrovata il fiume nella propria villetta: «Sono
stata risarcita con un terzo dell'ammontare effettivo dei danni
- commenta -, ma avrei volentieri rinunciato a quei 2 mila euro
per destinarli alla sicurezza futura della Martinetta. Questa
è una zona a rischio, me ne sono accorta sulla mia pelle,
e occorre far qualcosa di concreto, altrimenti in inverno non
smetteremo mai di guardare con apprensione l'Adda».
Il
ricordo di quei giorni porta con sé risentimento, paura,
sconforto, ma anche una nota di speranza che racconta Angelo
Bocchioli: «Terminata l'emergenza - dice -, per ripulire
le parti comuni della nostra palazzina abbiamo chiamato la persona
che solitamente si occupa delle pulizie. Si chiama Sokol Mani,
è un ragazzo albanese di 32 anni che studia legge a Parma
e che si mantiene all'università facendo questo lavoro.
Una volta terminata la pulizia, che non è stata né
facile e né leggera, gli ho chiesto quando gli dovessi
e lui mi ha risposto in un modo che mi ha commosso e mi ha fatto
riflettere sul valore della solidarietà: "Non voglio
niente, perché non ho nessuna intenzione di speculare
sulle disgrazie della gente"».
E
ieri ha continuato a piovere.
Arrigo
Boccalari
Bacheche
luminose e sirene da 110 decibel per avvisare i cittadini, l'evacuazione
scatterà con l'Adda a 2,3 metri oltre lo zero
L'alluvione
non arriverà più di sorpresa
Nuovo
piano di emergenza, corretti i tempi dell'ondata di piena
È
pronto il nuovo piano di emergenza comunale, messo a punto in
commissione territorio con il contributo dei consigli di zona,
per prevenire e fronteggiare i rischi di una possibile esondazione
del fiume Adda.
Il
piano è stato presentato martedì sera in consiglio
comunale dall'assessore all'ambiente Francesco Marzorati, e
prevede che almeno una volta all'anno ne sia provata l'efficacia
direttamente sul campo. Rispetto a quello precedente sono state
introdotte alcune modifiche, a partire dalla previsione del
tempo di percorrenza del fiume Brembo da Ponte Briolo a Lodi
(in precedenza stimato in circa quattro ore e adesso in dodici),
e quello dell'Adda da Ponte Lavello a Lodi, stimato in quindici
ore.
Due
elementi che furono la causa scatenante della mancata evacuazione
della città bassa, perché considerati in modo
errato. Infatti l'anno scorso, visto che la piena non arrivava
nei tempi previsti (quattro ore), il sistema dei soccorsi stava
già quasi per smobilitare. All'improvviso, ma molto dopo,
l'Adda salì, e fu il disastro.
Con
il nuovo piano migliorano, secondo l'amministrazione, le modalità
di comunicazione del pericolo e dell'evolversi della situazione
ai cittadini: oltre a messaggi sul cellulare, ad auto con altoparlanti
e al ricorso a radio e tv locali, saranno utilizzati dei pannelli
luminosi posti nelle zone critiche, che serviranno da bacheche
per le informazioni date dal sindaco sulla situazione e che
potranno emettere un suono di 110 decibel in caso di allarme.
«Nei prossimi giorni - ha detto Marzorati - tutte le famiglie
riceveranno una comunicazione per presenta il piano, in cui
saranno identificate su una cartina queste bacheche».
Parcheggi di emergenza saranno quelli di piazzale III Agosto,
del cimitero Maggiore, e le piazzole della tangenziale, mentre
rimangono invariati i livelli sopra lo zero idrometrico fissati
per stabilire le varie fasi di allarme: a 0,90 metri scatta
la fase di preallarme con la riunione dell'unità di crisi
locale, a 1,90 scatta l'allarme, mentre a 2,30 l'emergenza,
tenuto conto che alcune zone, come via Vecchio Bersaglio, vanno
sotto già a un livello di 1,30 metri.
«Ad
ogni fase si preparerà la successiva, con il controllo
costante dei livelli di Adda e Brembo». Non sarà
più automatico, a differenza dell'anno scorso, l'ordinanza
di chiusura del ponte cittadino e l'evacuazione dalle zone a
rischio da parte del sindaco quando scatta la fase di emergenza.
La decisione sarà infatti vincolata al parere dei tecnici
riuniti nella sala operativa: se diranno che la piena non è
al culmine ma dovrà crescere ancora, allora si procederà
allo sgombero e alla chiusura del ponte, altrimenti non succederà
nulla. Una posizione, questa, che ha suscitato in consiglio
alcuni dubbi. Per quanto riguarda infine le operazione di evacuazione,
gli sfollati saranno trasportati come lo scorso anno nelle scuole
Spezzaferri, Don Milani e Pezzani, e per loro saranno messi
a disposizione gli scuolabus del comune. Il coordinamento dei
soccorsi sarà invece alla Faustina, dove si concentreranno
i mezzi della protezione civile.
Un
occhio infine anche ai rischi nucleari, per la centrale di Caorso
possibile sede di attentati terroristici, e chimico-industriale,
per i due stabilimenti della Barlocher e della Euticals. Ma
per queste situazioni, ha concluso Marzorati, la progettazione
di un piano di emergenza esterno è competenza del prefetto.
Davide
Cagnola
«Con
le paratie il danno sarebbe stato nullo»
Se
le rogge Gelata e Valentina di viale Milano fossero state dotate
di paratie e di idrovore in grado di rigettare l'acqua in eccesso
a valle (provvedimenti già decisi dal comune), la zona
del Pratello, durante l'alluvione di un anno fa, sarebbe stata
invasa da un livello di acqua inferiore della metà rispetto
a quello che si è verificato. Se poi il tratto di viale
Milano dal quale l'Adda è tracimata, stimato in circa
150 metri, fosse stato riparato da una piccola difesa spondale,
l'intero quartiere sarebbe completamente stato all'asciutto.
Sono queste le prime conclusioni a cui è giunto Silvio
Rossetti, ingegnere della Etatec srl cui è stato commissionato
dal comune l'aggiornamento del piano per le aree a rischio idrogeologico,
che martedì ha relazionato i risultati dello studio al
consiglio comunale. Una rivalutazione, ha detto il sindaco,
del piano di rischio idrogeologico fatto a partire dagli effetti
reali avuti con la piena. «Il problema - ha spiegato -
è che già prima che l'Adda tracimasse da viale
Milano, l'intera zona era già sommersa dall'acqua per
un rigurgito dalle rogge, e quando l'Adda è uscita dagli
argini ha trovato qui un livello di acqua già elevato.
Con un sistema di chiuse e idrovore alle rogge questo problema
sarebbe stato eliminato». Per ora, ha aggiunto, è
stata studiata solo questa zona, della quale sono giunti per
tempo tutti i dati necessari, mentre per un'altra zona a rischio,
quella di Campo Marte e della strada per Boffalora, i dati solo
sono arrivati da poco. Nella relazione di Rossetti è
poi emerso ancora una volta il carattere eccezionale della piena
del 2002: con una portata massima di circa 1.900 metri cubi
al secondo si è trattato infatti di una piena che, secondo
una statistica dell'Autorità di bacino, dovrebbe ripetersi
nella zona di Lodi in media una volta ogni 150 anni. «La
piena a Lodi si verifica solo in concomitanza con quelle del
lago di Como e del Brembo. Solo in questo caso l'acqua a Lodi
esce dagli argini. Mentre in assenza di una di queste due, anche
nelle zone più basse l'acqua non dovrebbe uscire».
Tagliano
per sbaglio cento alberi sul Serio
Gli operai si sono fatti prendere la mano. Dovevano tagliare
13 piante che rischiavano di danneggiare le difese delle sponde
del Serio, ma alla fine hanno raso al suolo un'area di oltre
duemila metri quadrati. Per questo il parco del Serio, insieme
alla guardia forestale, sta preparando una notizia di reato
per "taglio a raso di bosco ad alto fusto" a carico
di una ditta di Lodi. «Abbiamo interpellato l'azienda
su quello che è successo - spiega il presidente del parco,
Ferruccio Rozza - e loro hanno ammesso l'errore. Hanno detto
però di essere disponibili a ripristinare l'intera area
con un progetto di recupero ambientale che potremmo preparare
noi stessi del parco».
Il
taglio del bosco è avvenuto tra il 15 e il 18 novembre
ed è stato scoperto grazie alla segnalazione di alcuni
residenti in zona Saletti, in un'area conosciuta come Palata
della Borromea. La gente ha visto gli operai all'opera e ha
avvertito subito le guardie del parco che sono andate a controllare.
Gli operai hanno mostrato l'autorizzazione dell'Aipo. L'autorità
di bacino però aveva dato indicazioni solo per 13 piante,
mentre la squadra ha allargato il proprio raggio d'azione. Il
danno è stato scoperto qualche giorno dopo, quando sono
arrivate le precisazioni dell'Aipo sull'entità dei lavori.
Adesso
il parco del Serio sta aspettando la documentazione dell'autorità
di bacino con il progetto preciso del taglio delle piante che
mettevano in pericolo la tenuta delle sponde. Quelle invece
che non c'entravano nulla, ma che sono finite lo stesso a terra
sotto i colpi delle seghe elettriche, sarebbero più di
cento. Si tratta di alberi ad altro fusto e con una certa robustezza
di tronco. «Quella ditta - spiega il presidente Rozza
- lavora da anni con l'Aipo e non è masi successo nulla.
Stavolta invece c'è stato un errore».
All'ex
linificio i progetti sull'Oltreadda, una città high-tech
Una
rambla spagnola nella Lodi della fantasia
Vele
d'acciaio, case ponte, torri luminose
Una
vela d'acciaio, enorme, sul martoriato isolotto Achilli. Oppure
colline artificiali che celano, al loro interno, strutture per
il commercio e il terziario. Anche una "Porta urbana",
una piazza sopraelevata sotto la quale transita il traffico
di via Cavallotti. Poi una "Torre-segno" luminosa,
edifici inglobati nelle massicciate della tangenziale, "case
a ponte", strutture in vetro e acciaio e padiglioni coperti
dalla vegetazione. Architetti e professionisti che hanno partecipato
al concorso di idee per riqualificare l'Oltreadda hanno disegnato
una Lodi futuristica, simile a certe città dei film di
fantascienza degli anni Cinquanta. Idee e proposte innovative
immerse, se non altro, in una rassicurante ipotesi di riqualificazione
ambientale, con la creazione di parchi, filari di pioppi, boschi
urbani.
La
Lodi dei "desiderata" o del libro dei sogni è
esposta in una trentina di pannelli collocati, fino al 12 dicembre,
nella nuova sede del Centro di formazione professionale provinciale
inaugurato il 13 novembre in una porzione ristrutturata dell'ex
linificio di via Fascetti. Il concorso di idee è stato
promosso dall'ex assessore diessino all'urbanistica Mauro Biscaldi
in collaborazione con l'Istituto nazionale di architettura e
la rivista "Casabella". Indetto a febbraio, si è
concluso a maggio di quest'anno con la vittoria del progetto
"Comprendere la contemporaneità" proposto da
Cesare Macchi Cassia, indicato come uno dei "mostri sacri"
dell'urbanistica moderna, già autore di una proposta
(che per la verità ha raccolto contestazioni) del recupero
dell'antico borgo di Viboldone a San Giuliano Milanese.
Se
Macchi Cassia ipotizzava un ritorno al fiume con proposte cariche
di simboli come lo smantellamento del portico in ferro e vetro
della scuola Gorini, in origine aperto sul fiume, la costruzione
di un terrazzo sulla riva opposta e la collocazione di «una
lama sottile» sull'isolotto Achilli quale «segnale
alle due parti della città da parte del fiume»,
altri concorrenti si sono lanciati in disegni e soluzioni non
meno azzardate.
Come
"Paesaggio connesso intimo e collettivo", secondo
sul podio, presentato da Angelo Bugatti in collaborazione con
un pool di professionisti composto da Alessandro Toccolini,
Roberto De Lotto, Giulio Senes, Ioanni Delsante, Massimiliano
Koch, Carlo Berizzi, Benedetto Mezzapelle, Stefano Pugni e Valentina
Dalmanzio. Quello di Bugatti è un Oltreadda riqualificato,
pulito dal traffico (deviato su una nuova tangenziale) con una
via Cavallotti destinata a biciclette e pedoni, garantiti nella
loro incolumità da piste ciclopedonali e marciapiedi
allargati. Piazza Crema diventerebbe una «piastra di affaccio
sull'Adda» e il punto di partenza di un parco fluviale
in cui spazi verdi si alternerebbero a strutture per lo sport,
piscine coperte, percorsi diretti al lungofiume.
La
giuria (presieduta dall'architetto Aimaro Isola, e composta
Carlo Masera, Luigi Trabattoni per palazzo Broletto, Massimo
Giuliani, Anna Giorgi, il presidente dell'Ordine provinciale
degli architetti Vincenzo Puglielli e Alberto Ferlenga) ha riservato
il terzo posto a "mARGINI urbani", progetto presentato
da Paolo Favole che porta la firma anche di Antonio Muzzi. Anche
in questo caso si disegna un Oltreadda affacciato sull'acqua:
la Morta trasformata in una darsena affacciata su un centro
per gli sport acquatici, via Cavallotti trasformata in un «percorso
sinuoso» con parcheggi alternati ad alberi, nuove case
realizzate secondo «modelli residenziali bioclimatici»
con l'uso di tecnologie solari passive per il riscaldamento
e il raffreddamento e cellule fotovoltaiche. Le strade principali
promosse a «boulevard» impreziosite da filari di
carpini. Poi una "Torre-segno" luminosa e un centro
per il terziario e per il commercio a ridosso dello svincolo
della tangenziale, inglobato nel cavalcavia e racchiuso da muri
di contenimento trasformati «in argini verdi».
A
Palazzo Broletto, che aveva chiesto di restituire un'anima a
via Cavallotti, oggi sgangherata strada di passaggio per i camionisti
che da Crema si dirigono a Milano, hanno risposto in vario modo.
Innanzitutto togliendo tir e automobili, magari pensando a un
terzo ponte sull'Adda. Poi mettendo mano alla via. Pietro Capussela,
in "Oltreadda e d'Intorni", la vede coma una "rambla",
il lungo viale che caratterizza le città spagnole: uno
spazio centrale lastricato riservato ai pedoni, delimitato da
siepi, fioriere, filari d'alberi con fontane e vasche dov'è
possibile camminare a filo d'acqua su lastre di pietra «a
raso». Donata Almici, in "Cavallotti 71" immagina
una strada che, all'altezza della rotonda della tangenziale,
passi sotto una "Porta Urbana": «Quasi la memoria
dell'antico bastione del Revellino, una piazza sopraelevata
delimitata da edifici porticati a sezione degradante e segnata
da un torrione spiraliforme». Sulle acque dell'Adda c'è
chi, come Roberto Pagani, in "L'odi all'Adda" disegna
terrazze panoramiche che uniscano il lungofiume a monte del
ponte urbano con l'ex Sicc, dove sorgerebbe un centro congressi,
ponti pedonali sospesi che si allungano sull'isolotto Achilli,
pontili e attracchi per le imbarcazioni. Davide Cerati, in "Centri_soglie_confini"
immagina, in prossimità delle arterie d'accesso, «colline
come contenitori di funzioni differenti» e «aggregati
abitativi ad alta densità con forte differenziazione
tipologica e con torri come segni di riconoscibilità».
Mauro Galantino, con "Penny lane", allarga il discorso
a un centro multiconfessionale, case "Mirador" con
appartamenti «orientati diversamente, seguendo una rotazione
ogni due livelli», poi case "torre", case "ponte"
e un "Polo delle Conoscenze", «evoluzione e
complessificazione del Polo tecnologico». Giancarlo De
Carlo, in "Di là dal fiume" innesta sul ponte
urbano «alla solida struttura muraria una struttura lignea
leggera» per ampliare la carreggiate «e ospitarvi
un caffè e un belvedere». Richiamo a un kolossal
del cinema giunto al terzo episodio, infine, per Giuseppe Gambirasio.
Il suo "Il signore degli anelli" parte da una constatazione:
«La città compatta del centro storico fronteggia
appena oltre il fiume la città rarefatta della dispersione.
Negli anni passati, gradualmente e nel generale sottaciuto consenso,
brandelli di insediamenti hanno guadato il fiume». Un
«magma rarefatto», «una città a basso
tono» che Gambirasio propone di racchiudere in una «struttura
anulare» dalla «forte carica simbolica» che
racchiuda «gli svincoli stradali e la dispersione di oggi
e quella futura»: un anello di 1.140 metri di diametro
e di 3 chilometri e mezzo di sviluppo formato da uno spalto
in rilevato coperto da verde pensile e inclinato verso l'esterno.
All'interno l'autore ipotizza piscine, aree sportive, shopping
center, boschi urbani di tigli, aceri, gelsi: «Poche cose
semplicemente necessarie, senza alcuna volontà di "riordinare"
gli abitati che, si è visto, sono sorti volontariamente
secondo il principio della dispersione».
Questi
i progetti sulla carta. Fuori dall'ex linificio, ad attendere
il visitatore della mostra, c'è il terminal degli autobus.
Vetri sfondati, panchine divelte, migliaia di gomme da masticare
spalmate sull'asfalto, sporcizia, un'angosciante e irritante
sensazione di abbandono. Dentro le idee, fuori la realtà.
Fabrizio
Tummolillo
Da
il CORRIERE DELLA SERA del 27 11 03
«Po e Ticino a rischio I lavori sono bloccati»
PONTE
DELLA BECCA (Pavia) - Sono bastati tre giorni di pioggia battente
per far tornare la paura lungo gli argini del Po e del Ticino.
In meno di 24 ore il livello dei due fiumi lombardi è
cresciuto anche di due metri e mezzo, superando dopo dieci mesi
di secca lo zero idrometrico. Una situazione che, secondo gli
esperti, è comunque destinata a rimanere sotto controllo:
al Ponte Coperto di Pavia il Ticino, ieri sera alle 19, era
sceso di 95 centimetri rispetto a lunedì notte, fermandosi
a circa un metro sotto lo zero idrometrico. L'idrometro del
Po posizionato al Ponte della Becca, invece, nel tardo pomeriggio
segnava già un metro e 45 centimetri sotto lo zero idrometrico.
Insomma, malgrado rimanga lo stato di allerta per le precipitazioni
previste da domani notte su tutta la Pianura Padana, in riva
ai due fiumi la parola alluvione non viene pronunciata. Ma non
si placano le polemiche sugli interventi di messa in sicurezza
promessi e pianificati dalla Prefettura ma mai realizzati. «Lo
scorso settembre - spiega Giancarlo Barbieri, presidente dell'Associazione
difesa natura e ambiente di Pavia - la Prefettura aveva presentato
in pompa magna il progetto Indaco, che prevedeva l'istallazione
di nuovi idrometri lungo il Ticino e il Po, oltre ai lavori
di messa in sicurezza dei punti ritenuti più a rischio.
Il progetto doveva essere portato a termine entro l' autunno,
ma nulla è stato fatto». Dalla Prefettura gettano
acqua sul fuoco e chiedono tempo per terminare la fase di programmazione
dei lavori: «In queste settimane - dice Valentina d'Urso,
capo di gabinetto della Prefettura - abbiamo continuato a lavorare
per realizzare il progetto Indaco. Molti lavori sono già
cominciati, altri sono finiti. Il progetto è imponente
e non poteva essere ultimato in poche settimane». Intanto
Piero Tedesca, direttore dell' agenzia interregionale per il
fiume Po (Aipo), ha annunciato la chiusura dei primi cantieri
sugli argini distrutti dall' ultima alluvione. «I progetti
ci sono, ma mancano i fondi - ha ribadito il direttore dell'
ex Magispo -. Per gli interventi urgenti, in vista di un possibile
peggioramento delle condizioni climatiche, a settembre siamo
stati costretti ad anticipare un milione e settecentomila euro
dal bilancio del prossimo anno. A giugno avevo scritto alla
presidenza del Consiglio e alla Protezione civile per ottenere
stanziamenti adeguati. A distanza di cinque mesi non ho ancora
ottenuto risposta. Così siamo intervenuti solo su quelle
situazioni che apparivano più urgenti». Del Po
e del Ticino si parlerà anche questa mattina nel corso
di un convegno organizzato dall' associazione «Acqua,
benessere e sicurezza», costituita da tutti i comuni che
sorgono sugli argini del Po dal Monviso al mare. L' incontro,
nella sala Nava della Fiera di Milano, sarà coordinato
da Giovanni Iannelli, del Dipartimento di Ingegneria Idraulica
dell'Università di Pavia. Al dibattito parteciperanno
inoltre Michele Presbitero dell'Autorità di Bacino e
il direttore dell'Aipo, Pietro Telesca.
Giuseppe
Spatola
La
scheda
SECCA
RECORD
Ad
agosto il Po ha registrato la secca record al Ponte della Becca:
3,55 metri sotto lo zero idrometrico.
IDROMETRO
L'idrometro
misura il livello dei fiumi tenendo come punto di riferimento
lo zero fissato per convenzione, nel 1951, a 55,02 cm sul livello
del mare.
INDACO
E'
il progetto che consentirà alla Protezione civile di
sapere quali aree saranno allagate, grazie ai nuovi idrometri
della diga della Miorina
Corteo,
fiaccolata e mostra un anno dopo gli allagamenti
LODI - Tre giorni di manifestazioni per ricordare l' alluvione
del 26 novembre 2002 a Lodi. Il programma è dei comitati
alluvionati della riva destra e sinistra. Si comincia domani,
alle 20, con corteo e fiaccolata che raggiungeranno il teatro
San Francesco, dove verranno proiettate alcune diapositive.
Sabato e domenica sarà allestita sotto i portici di piazza
della Vittoria una mostra fotografica sull'alluvione.
Alluvione,
arrivano i fondi per le case
Vertice della Regione con i sindaci bergamaschi. Fino a 300
mila euro per chi ha perso la prima abitazione
BERGAMO
- «La luce in fondo al tunnel», come dice il sindaco
di Gandellino Fabrizio Gusmini, è spuntata a un anno
esatto dall' alluvione. Da ieri mattina, dopo il vertice tra
l' assessore regionale alla Protezione civile Massimo Buscemi
e i primi cittadini dei paesi colpiti dall' emergenza meteorologica,
ci sono alcuni punti fermi che consentono di guardare al futuro
con maggiore serenità. Il Pirellone risarcirà
infatti il 100 per cento dei danni subiti dalle famiglie che
hanno perso la prima casa. Il tetto massimo rimborsabile, inizialmente
fissato a 260 mila euro, è stato elevato a 300 mila euro.
Per le abitazioni danneggiate il risarcimento sarà pari
al 75 per cento (con un tetto di 120 mila euro). I soldi tanto
attesi saranno disponibili entro metà febbraio (le famiglie
interessate hanno già ricevuto 60 mila euro). La Regione
li girerà ai Comuni, che a loro volta li verseranno secondo
queste modalità: un altro 20 per cento a fronte della
presentazione del contratto preliminare d' acquisto della nuova
casa (o progetto di costruzione), il resto sarà assegnato
per stati di avanzamento o alla firma del rogito. «Le
notizie che ci ha portato l'assessore Buscemi sono senz' altro
positive - commenta Gianni Salvi, sindaco di Brembilla (nella
frazione di Camorone una frana si è portata via undici
abitazioni) -. Finalmente sono stati quantificati i risarcimenti
ai privati e fissati i termini per l'assegnazione dei fondi.
E' un passo avanti importante, perché contribuisce a
fare chiarezza, sgombrando alcuni dei timori che angustiavano
la nostra gente». Anche se il terreno non è del
tutto libero da problemi. E' il caso di chi ha perso l'abitazione
e figura come proprietario di una seconda casa. Per costoro
non sono previsti risarcimenti di nessuna natura. «Facciamo
attenzione - ha messo in guardia il sindaco di Brembilla - perché
rischiamo di far finire sotto questa fattispecie anche il caso
di alcuni nostri anziani che hanno ceduto la propria casa ai
figli sposati e che vivevano nel vecchio edificio come usufruttuari».
Altri hanno fatto l'esempio degli immigrati all'estero che hanno
conservato la casa nel paese natale. L'assessore Buscemi ha
assicurato che queste situazioni rientreranno fra quelle che
hanno diritto al risarcimento dei danni. Una correzione è
prevista per un' altra prescrizione ipotizzata in un primo tempo
e ritenuta troppo vincolante: si potrà ricostruire non
solo nel Comune di residenza, ma anche in un qualsiasi altro
paese della provincia di Bergamo. «Tutto sommato, senza
farci prendere dall' entusiasmo, possiamo ritenerci soddisfatti
delle risposte ricevute - spiega il sindaco di Gandellino Gusmini
-. La Regione ha mostrato una certa sensibilità. Anche
la scelta di predisporre una bozza di provvedimento da discutere
con i sindaci interessati per apportare migliorie trovo sia
stata apprezzabile». I primi cittadini si augurano che
lo stesso metodo di concertazione sia applicato anche quando
si tratterà di discutere quali misure adottare per la
gestione degli interventi infrastrutturali. «Questo è
un fronte più che mai aperto - sottolineano in coro Salvi
e Gusmini -. La Regione, ma soprattutto lo Stato, devono trovare
le risorse per mettere mano al riassetto del territorio. Ci
sono ancora frane che incombono sulle nostre teste. Non possiamo
stare qui ad aspettare che vengano giù».
Cesare
Zapperi
I
risarcimenti
LA PRIMA CASA
La
Regione risarcirà il cento per cento dei danni subiti
dalle famiglie che hanno perso la prima casa. Il tetto massimo
rimborsabile è stato elevato a 300 mila euro
I
DANNI
Per
le abitazioni danneggiate il risarcimento sarà pari al
75 per cento, con un tetto di 120 mila euro
I
TEMPI
I
soldi saranno disponibili entro metà febbraio. Intanto
le famiglie interessate hanno già ricevuto 60 mila euro.
Un altro 20 per cento lo otterranno a fronte della presentazione
del contratto preliminare di acquisto della nuova casa, mentre
il resto sarà assegnato per stati di avanzamento o alla
firma del rogito
Da
IL CITTADINO del 28 11 03
Castiglione
Proseguono le analisi: per il recupero forse andrà rimessa
in una vasca con liquidi speciali
La
piroga è sempre più preziosa
Trovata
solo un'altra imbarcazione simile in regione
Castiglione
La piroga è un pezzo quasi unico. Arrivano le prime analisi
sul reperto più conteso di Lodi. Secondo la sezione Nausicaa
del ministero dei Beni Culturali (massimo centro italiano dell'archeologia
subacqua, con sede a Venezia) l'imbarcazione rivenuta nel maggio
scorso a Lodi dovrebbe essere datata tra il 1200 e il 1500.
Ma è soprattutto la tipologia del reperto a stupire,
trattandosi di una piroga con "ruota di poppa", che
è un disco di legno con cui viene chiusa l'imbarcazione,
scorrendo in apposite scanalature. Di questo tipo, in Lombardia
ne esistono soltanto due. Una fu ritrovata nel Garda e si trova
a Sirmione. Quella lodigiana (la seconda) è particolarmente
interessante perché molto più lunga della prima.
Dal laboratorio veneziano, che collabora con la Soprintendenza
al patrimonio artistico, storico e dermoetnoantropologico della
Lombardia, è arrivato anche un preventivo per il recupero
della piroga, che prevede una spesa tra i 40 e i 50 mila euro.
«Sembra - commenta il presidente del parco Adda Sud Attilio
Dadda - che sia possibile intervenire sull'imbarcazione con
un restauro simile a quello inizialmente previsto (immersione
per due anni in una soluzione "corroborante", ndr),
ma con tempi e risultati leggermente inferiori per via della
lunga esposizione fuori dall'acqua». In questo caso, il
parco con l'aiuto della Soprintendenza dovrà immergere
la piroga in una nuova vasca, appositamente costruita e riempita
con una soluzione di polimeri plastici. Il trattamento dovrebbe
essere più breve, probabilmente di alcuni mesi. Nel frattempo,
altri studi compiuti dalla piroga di Lodi smentirebbero che
si tratti di legno di castagno, e asseriscono che sia stata
costruita in rovere. Non è un particolare da poco: significherebbe
che è stata costruita nel Lodigiano (dove secondo le
mappe antiche c'erano querceti in riva al fiume) e che potrebbe
essere anche di epoca preistorica, ipotesi che nello scorso
settembre era stata accantonata. Per l'operazione recupero,
il parco Adda Sud ha già stanziato 30 mila euro da proprio
bilancio e avrebbe trovato anche la disponibilità di
una banca lodigiana (la Centropadana) a una donazione che si
aggirerebbe, secondo le voci, sui 7-8000 euro.
Francesco
Gastaldi
La
verità di Aurelio Ferrari sulla notte che sconvolse la
città, passarono più di sei ore prima che scattasse
l'ordine di evacuare
«Fummo
traditi dalla piena del Brembo»
Il
sindaco: «Con quei dati a disposizione rifarei le stesse
scelte»
«In
quelle condizioni, con quei dati... probabilmente rifarei le
stesse scelte». Per un cittadino non alluvionato la piena
del 26 novembre 2002 è durata un anno intero, e continua
a durare. Aurelio Ferrari, sindaco di Lodi, per colpa di quell'alluvione
è finito, insieme all'ex prefetto Francesco Avellone
e all'ex assessore Mauro Biscaldi, nel tritacarne dell'opinione
pubblica. Le accuse degli alluvionati per la ritardata evacuazione,
i palleggi di responsabilità con la prefettura, la guerra
coi conti del comune per trovare un po' di soldi e risarcire
gli sfollati (visti i silenzi di governo e regione), le recenti
bacchettate della procura, perfino il gossip politico con la
famosa "cena degli amministratori" per festeggiare
il compleanno di Biscaldi mentre un quarto di Lodi andava sott'acqua:
«In questi dodici mesi ho visto tanta caccia alle streghe
e poca volontà di capire perché sono state fatte
certe scelte». Così Aurelio Ferrari inizia a ripercorrere
il suo giorno più lungo.
Lunedì
25 novembre, ore 7: l'Adda supera per la prima volta quota 100
centimetri sopra lo zero idrometrico e si attesta a 124. Si
prosegue con una crescita media di circa 7-8 centimetri all'ora
fino alle 11: vengono chiusi il Lungoadda Bonaparte, via Mattei,
via Arrigoni, via dei Pescatori e la Piarda Ferrari. Poi il
livello dell'acqua si stabilizza a 144 centimetri. L'acqua fa
paura: viene allestita l'unità di crisi nella sala operativa
di corso Umberto.
Martedì
26 novembre, ore 3: l'Adda arriva a 168 centimetri, alle 7 il
livello è già salito di altri 10 centimetri. Nella
centrale operativa viene messa alle 7.30 una persona fissa a
rispondere alle eventuali chiamate dei residenti delle zone
interessate dalla piena. Nel frattempo, il Brembo a Ponte Briolo
ha già ampiamente superato i 5 metri.
Ore
9.30: l'acqua arriva a 184 centimetri e minaccia la città
bassa e la zona del Capanno. Viene disposta la chiusura di via
del Capanno. «Alle 9 telefonai a mia cognata, che abita
lì. Mi disse che stavano già lottando con l'acqua».
Alle 11 l'Adda supera la quota d'allarme a 194 centimetri, ma
a Ponte Briolo il Brembo arriva a 590. Il ponte urbano viene
chiuso al traffico e ai pedoni. Mancano i segnali, vengono mandati
i vigili sul posto. Iniziano le 14 ore peggiori per Lodi.
Ore
12: il Brembo raggiunge 639 centimetri, un'ora dopo arriva al
"picco" massimo di 6 metri e 40. L'Adda al ponte di
Lodi ha scavalcato i 2 metri: la quota di tracimazione è
a 270 centimetri, si aspetta con terrore la "Brembata"
che potrebbe portare l'Adda ad allagare tutta la città
bassa e l'Oltreadda. «Il Brembo cominciò a calare
- ricorda il sindaco - intorno alle 13.30. Ci aspettavamo la
massima quota a Lodi intorno alle 15.30-16. Perciò decisi
di avvisare quelle zone che erano sotto la minaccia diretta
dell'acqua».
Ore
14.07: l'Adda continua a salire con un ritmo di 10-15 centimetri
all'ora e si avvicina ai due metri e mezzo (235 alle 14). Il
prefetto decide di proclamare lo stato di emergenza, che scatta
a 2 metri 30 centimetri. Esattamente 20 minuti dopo l'acqua
raggiunge la nuova tangenziale: lo svincolo di via Massena si
allaga. Verrà chiuso alle 15.42. Il sindaco, che ne ha
l'autorità, sceglie di non procedere subito allo sgombero
e aspettare: «Tenevamo l'orecchio fisso ai dati di Ponte
Briolo, che nel frattempo scendeva di 10 centimetri ogni ora».
Ore
15: sono le ore del "grande inganno". Alle 15 l'Adda
è a 245, alle 16 a 260, alle 17 a 270, la cosiddetta
"quota di tracimazione". Dal comune ancora nessuna
ordinanza, tranne lo sgombero della Piarda Ferrari, ordinato
alle 16.23. «Pensavamo che fosse l'onda di piena del Brembo
- ricorda il sindaco -. Ci hanno dato degli incompetenti, ma
io difendo le mie scelte: a quell'ora il Brembo era calato di
mezzo metro e a Lodi l'acqua saliva, esattamente nel modo previsto
dal nostro piano di emergenza. Avremmo scoperto dopo che non
si trattava dell'onda di piena del Brembo, che sarebbe arrivata
durante la notte: ma allora non avevamo modo di saperlo, dato
che fra Ponte Briolo e Lodi non c'è nessun'altra centralina
di rilevamento. Cominciammo a mandare il personale ad avvisare
le zone a rischio, ma nessuno lasciava la propria casa. Le zone
che poi sono finite sotto non erano minacciate: perchè
avrei dovuto sgomberarle?».
Ore
17.28: l'acqua è arrivata fino a via Vecchio Bersaglio;
Borgo Adda, Selvagreca e Barbina sono minacciate dalla piena.
Arriva il primo ordine di evacuazione dal sindaco, attraverso
altoparlanti montati sulle auto. Alle 18 l'Adda è a 288
centimetri e continua a salire: via Massena, via Ferrabini,
via Nazario Sauro vanno sott'acqua.
Ore
18.30: comincia a succedere quello che nessuno aveva previsto,
l'acqua attacca e scavalca la strada per Boffalora. Sulla riva
destra si allaga la Martinetta e l'acqua salta fuori dai tombini
di via Bocconi. Alle 19 al ponte vengono raggiunti i 3 metri.
Nessuno sgombero: perchè? «Il Brembo stava calando
rapidamente: ci aspettavamo che da un momento all'altro anche
l'Adda cominciasse a scendere».
Ore
20.20: l'acqua è a 310 centimetri e sale con lo stesso
vertiginoso ritmo. Iniziano le evacuazioni mentre l'Adda comincia
ad attaccare via Defendente, che viene chiusa fino al Tribunale.
Partono gli avvisi in via X Maggio, via Defendente, via Massena,
via Ferrabini, poi il Borgo Adda che inizia ad allagarsi alle
21.35, mentre il fiume è a 325. Seguono via Milano, via
Cadamosto, via Cavallotti (alle 22.25). La Martinetta viene
evacuata alle 23.26, quando l'acqua è così alta
che i vigili non possono raggiungere la zona.
Mercoledì
27 novembre, ore 00.01: Adda a 335 centimetri. All'una è
raggiunto il picco massimo, 340 centimetri. Comincerà
lentamente a scendere solo 2 ore dopo. L'acqua ha già
aggirato la strada per Boffalora e invade Campo di Marte. L'evacuazione
non funziona bene: «La gente non ci ascoltava, a mezzanotte
il ricovero organizzato alle Spezzaferri era ancora vuoto».
Nelle ore seguenti arriveranno in 94. Per l'Oltreadda era iniziata
la notte più lunga.
Francesco
Gastaldi
Il
terrore, i pianti e il dolore ricordati con 500 immagini
Poco
meno di 500 foto, scelte tra le 2 mila che compongono quel collettivo
album di famiglia messo insieme dagli alluvionati di Lodi. Immagini
di salotti devastati dal fango ma anche la fotografia di un
cane che scappa dall'acqua. «Qualcuno piangerà
rivedendo quelle scene» osserva Domenico Ossino, coordinatore
del Comitato alluvionati riva destra. Sul sito del gruppo (350
persone contattate settimanalmente con le e-mail spedite dall'indirizzo
www.nautilaus.com/alluvionati.htm) alcune foto sono già
apparse. Questa sera altre ne sfileranno sullo schermo del salone
del collegio San Francesco con l'unico accompagnamento di brani
musicali. Perché la manifestazione che inizierà
alle 21 (dopo una fiaccolata che partirà dal Lungoadda
alle 20) organizzata da Ossino e da Carlo Bajoni, referente
per il Comitato alluvionati riva sinistra, vuole ricordare e
non rinfocolare polemiche. «Vorrei che questo sia un momento
di riappacificazione con il comune, spero davvero che da lunedì
si possa ripartire insieme» assicura Ossino. Una riconciliazione
che partirà proprio dalle sponde del fiume: alle 19.30,
di fronte alla scuola Gorini, comincerà l'afflusso di
persone. Alle 20 il corteo si muoverà, fiaccole alla
mano (ne sono state acquistate 200). Via X maggio, piazza Barzaghi,
via Lodino, corso Umberto, piazza della Vittoria, corso Roma
poi via Cavour, fino ad arrivare al salone del San Francesco.
Dove le 500 fotografie concluderanno una serata per la quale,
volutamente, non è stata fissata alcuna scaletta di interventi.
«Vedremo lì cosa succederà, non abbiamo
programmato niente. Vogliamo parlare, capire cosa è successo»
spiega Bajoni. Hanno invitato amministratori pubblici e parlamentari,
gli alluvionati. Non per coprirli di fischi, assicura Ossino:
«La speranza è che questa tragedia ci insegni che
occorre a percorrere nuove strade, passando dall'emergenza alla
pianificazione e adottando strategie lungimiranti per fare decollare
la cultura della prevenzione».
La
segreteria cittadina della Lega Nord ha ufficialmente aderito
alla manifestazione. I Democratici di sinistra hanno annunciato
che ci saranno. Francesco Marzorati, assessore alla protezione
civile del comune di Lodi, ieri non se la sentiva di assicurare
la propria presenza: «Noi abbiamo fatto autocritica rispetto
alle nostre carenze. A questo punto anche i Comitati degli alluvionati
dovrebbero accettare il fatto che l'alluvione è stato
un evento non controllabile. Quello che chiediamo è un
confronto più pacato e una collaborazione maggiore, non
una contrapposizione». Una contrapposizione che in alcuni
casi si è colorato di tinte politiche: «Non so
dire se alcuni partiti politici cavalchino la protesta - riflette
Marzorati -. Di certo alcuni esponenti di alcuni partiti lo
fanno. Noi, nei nostri rapporti con enti quali la regione Lombardia,
lo Stato, l'Agenzia interregionale per il Po, abbiamo voluto
lasciare fuori la politica».
Questa
sera Bajoni e Ossino si presenteranno al pubblico con una buona
notizia in tasca: «Ho ricevuto copia del progetto dell'argine
lungo la strada per Boffalora - conferma Bajoni -. Mi sembra
un ottimo progetto, che si integrerebbe con le difese previste
nell'area ex Sicc. Il costo è di circa 2 milioni 786
mila euro. Purtroppo il termine dell'opera è previsto
per l'autunno del 2006. Tempi lunghi, ma è anche vero
che mai si inizia, mai si arriva al dunque».
Fabrizio
Tummolillo
Così
l'astrofilo Bajoni e il sindacalista Ossino si sono trovati
a guidare la protesta degli alluvionati
Genesi
e storia di due "capipopolo"
Prima
di quel 26 novembre 2002 uno era noto come astrofilo impegnato
in un'estenuante e insolita battaglia contro palazzo Broletto
per l'illuminazione da stadio di piazza San Francesco, l'altro
per la militanza sindacale nella ex Polenghi. Dal giorno della
piena sono diventati, loro malgrado, una coppia di "Masaniello"
lodigiani capaci di mobilitare centinaia di persone e ascoltare
l'umore di interi quartieri. Tra i politici c'è chi guarda
Carlo Bajoni e Domenico Ossino, rispettivamente coordinatore
del Comitato alluvionati riva sinistra e riva destra, con sospetto
e chi ne pondera il peso politico in termini di voti. «La
mia vita è cambiata da quel giorno» racconta Bajoni.
Difficile immaginarlo come un trascinatore di masse: è
elegante, esibisce curiosi papillon, ha un certo aspetto anglosassone,
eppure è in grado di tirare fuori una voce da urlatore,
alle assemblee, in grado di annichilire il più navigato
dei relatori. «La nostra tecnica è l'invasione
di campo» racconta. Funziona così: c'è la
commissione comunale che discute del piano di protezione civile?
Si presentano in municipio in cinquanta, capitanati da lui.
«A quel punto non possono non ascoltarci». Non che
prima, da battitore libero, girasse a vuoto: da delegato territoriale
di Cielobuio, associazione contro l'inquinamento luminoso, ha
martellato sindaco e assessori per fare collocare in piazza
San Francesco lampade che non oscurino le stelle. Vincendo anche
una personale battaglia contro il McDonald's della tangenziale,
al quale il comune ha imposto di schermare gli 80 lampioni visibili
da chilometri. Naturale che attorno a una persona così
si coagulasse un comitato: «Dopo l'alluvione ci ritrovammo
all'oratorio di Campo di Marte - ricorda Bajoni -. Solo il fatto
di prendere la parola fu sufficiente. Qualcuno disse "Ok,
allora pensaci tu". È nato tutto da lì».
Tutto naturale anche per Ossino, uno abituato al braccio di
ferro con amministratori pubblici e privati: dal 1982 è
nelle Rappresentanze sindacali della ex Polenghi, per quattro
anni siede nel consiglio di amministrazione della casa di riposo
Santa Chiara su nomina dell'ex sindaco Andrea Cancellato («C'è
chi si rammarica ancora del fatto che io non sia più
lì») ed è stato vicepresidente del consiglio
di zona di Porta Regale. Qualcuno prevede una discesa in politica
per i due: «Al momento non c'è niente - assicura
Bajoni -. Comunque lavorare per il comitato è già
politica. Per il futuro non si sa». Sulla stessa frequenza
Ossino: «Perché "scendere"? Per me la
politica è una cosa alta. È quella che ci ha permesso,
come comitati di discutere alla pari, indipendentemente da chi
avessimo di fronte».
F.
T.
Le
storie di chi ha visto l'acqua sfondare la porta di casa senza
poter fare nulla
Rabbia
e orgoglio fra la gente «Così abbiamo ricominciato»
Un
anniversario all'insegna della pioggia. Ieri il tempo era come
dodici mesi fa nelle terre oltre l'Adda, tra Revellino e Campo
di Marte, con la pioggia, l'umidità che entravano nelle
ossa. Una sola differenza: il fiume che scorreva placido nel
suo letto, il livello ben lontano dalla temuta soglia di preallarme.
Una bella sicurezza, questa, ma alla gente della città
bassa non è sufficiente per dormire sonni tranquilli.
Troppo vivi sono ancora i ricordi, troppo recente è il
terrore per distogliere gli occhi dal cielo grigio e dalle sponde
del fiume.
In
quella notte tra il 26 e il 27 novembre del 2002, chi vive qui
da anni non si aspettava la catastrofe. L'acqua era salita per
tutto il giorno, certo, era uscita a Belgiardino, sicuro, il
ponte napoleonico era stato chiuso a mezzogiorno, d'accordo,
ma nessuno immaginava che il diluvio si sarebbe abbattuto dalla
strada per Boffalora, dalla Colonia Caccialanza, dove l'argine
si era arreso alla furia della corrente. Pochi minuti e un torrente
impetuoso si riversò sull'Oltreadda, cogliendo praticamente
di sorpresa i cittadini. Grazia Maioli, per esempio, che abita
in via Borsellino, era uscita poco prima delle 21 e si era avvicinata
alla Canottieri per guardare l'Adda, ma venne sorpresa dalla
piena: «La situazione era rimasta incerta per tutto il
giorno, ma non pensavo proprio di dovere abbandonare la mia
casa - commenta la signora -. Sono uscita e mi sono recata sulla
sponda, il tutto per neanche un'ora, e poi non sono più
potuta rientrare. Sono rimasta due giorni al centro di raccolta
di via Spezzaferri, senza borsa, senza soldi e senza telefonino.
Praticamente i miei amici hanno perso le mie tracce per 48 ore».
Alla fine Grazia Maioli è tornata in via Borsellino.
Il suo appartamento non aveva subito danni, ma nel box e nella
cantina c'era il caos più completo: «Ho perso cose
che possono sembrare insignificanti ma che per me erano importanti,
come fotografie, vecchie cartoline, ricordi di una vita - sottolinea
-. Mi rendo conto che c'è gente che ha avuto danni gravissimi
e so cosa possono provare queste persone. A tutti noi, comunque,
in un anno è stata riservata solo indifferenza».
Alla delusione della signora si aggiunge la rabbia di Luigi
Bandirali, che abita in via Cavallotti con la famiglia: «Se
ci avessero avvisato per tempo - si sfoga - il 70 per cento
delle cose che abbiamo perduto poteva essere salvato. Io penso
che il sindaco abbia sottovalutato l'evento, se è vero
che alle 14 il prefetto aveva già dato l'allarme».
Bandirali ha avuto almeno 36 mila euro di danni e ha recuperato
solo qualche briciola, ma quello che brucia è altro:
«Eravamo in strada, vicino alla farmacia e nessuno ci
informava del pericolo imminente - aggiunge -. Poi l'Adda ha
sfondato l'argine alla Caccialanza e in 20 minuti ci siamo trovati
in mezzo a un metro d'acqua. Ora siamo da capo: piove e noi
restiamo in balia degli agenti atmosferici. So che c'è
il progetto di alzare l'argine naturale costituito dalla strada
per Boffalora, e mi sembra una buona cosa, ma bisogna fare presto,
non lasciare i progetti sulla carta».
Nanda
Carenzi ha un brivido quando ripensa a quella notte del novembre
2002. Sua madre di 96 anni era in casa da sola, nella villetta
accanto alla sua, in via Cavalleggeri. Lei la sentiva urlare,
chiamare, ma non poteva fare nulla, completamente isolata dal
fango proveniente dall'Adda: «Alle 23 passate in casa
c'erano 35 centimetri d'acqua - rammenta la signora - e fuori
il livello era arrivato a un metro e mezzo. Mia mamma era scesa
al piano terra, si era accorta di quanto stava accadendo ed
era tornata a rifugiarsi al piano di sopra. Ha cominciato a
chiamarmi, ma io non potevo andare da lei. L'ho raggiunta solo
alle tre, con i pompieri». Nanda Carenzi si è vista
spazzare via la propria attività di parrucchiera («i
danni erano troppo ingenti, io avevo 40 anni di contributi,
per cui mi sono decisa a chiudere») ma il suo cruccio
è un altro: «Mia madre ora è inferma - dice
- deve stare a letto al piano terra. Lei è perfettamente
lucida ed ha coscienza che, se si dovesse presentare un'altra
alluvione di quelle dimensioni, avrebbe ben poche possibilità
di scampo».
Marina
D'Angelo, titolare del mercato dell'usato "Piazza Affari"
di via Cavallotti, ha preferito cambiare aria in occasione dell'approssimarsi
del primo anniversario della catastrofe: «Man mano che
si avvicinava novembre - ricorda la madre Natalina Angelini
- mia figlia diventava ansiosa, preoccupata, così le
ho proposto di fare un breve viaggio in Egitto e lei ha accettato».
Un'evasione di otto giorni dopo un anno di preoccupazioni, dopo
che l'acqua si era portata via merce in deposito, computer,
fatture e libri contabili, mettendo a rischio la stessa attività
commerciale, che però sta lentamente tornando alla normalità.
A quella stessa normalità è tornata lentamente
la famiglia Vianelli, che abita in una bella villa costruita
nel 1907 in via Cavallotti. In casa quella sera c'erano il capofamiglia
Cesare Vianelli, la moglie Maria Teresa e la figlia 31enne Ilaria.
Per loro quella del 26 novembre dell'anno scorso fu una notte
di paura. Alle 2.10 diciotto metri del muro di cinta cedettero
di fronte alla corrente e l'acqua invase il giardino e il seminterrato,
abbattendosi poi con violenza sulla recinzione posteriore prima
di defluire nei terreni limitrofi all'officina della retrostante
concessionaria Cazzamali. «Sono arrivati i carabinieri
- ricorda Maria Teresa Vianelli - invitandoci ad andare via
alla svelta. "Signora, metta qualcosa in una borsa e venga
con me, qui c'è pericolo" mi diceva un giovane militare.
Io mi muovevo come un automa, prendevo le cose meccanicamente.
Poi i carabinieri hanno preso in braccio me e mia figlia per
portarci oltre il lago che si era formato all'esterno. "Mamma,
rivedremo ancora la nostra casa?" mi chiedeva Ilaria. Io
ricordo di averle risposto "speriamo" ma devo confessare
che non ne ero affatto sicura». In quegli stessi minuti
Cesare Vianelli, aggrappato ad altri due soccorritori, cercava
di allontanarsi e di raggiungere la camionetta, parcheggiata
sulla strada, rischiando di venire travolto: «La corrente
davanti a casa era talmente forte che dovevamo sorreggerci a
vicenda. Alla fine ce l'abbiamo fatta e siamo approdati al centro
di raccolta di via Spezzaferri». La signora Maria Teresa
era una bambina quando visse in prima persona il bombardamento
del 1943 al quartiere San Lorenzo di Roma: «L'alluvione
è peggio - afferma -. In guerra ci avvisavano in caso
di allarme, quando arrivava il momento di correre nei rifugi.
Con l'acqua è diverso. L'acqua ti paralizza, il terrore
ti lascia senza fiato, senza contare che poi il rumore resta
nelle orecchie. Per mesi ho avuto in testa il fragore della
corrente». La famiglia Vianelli è tornata in via
Cavallotti, ha ritrovato la casa e ha ricominciato a vivere,
ricostruendo i muri distrutti, ripulendo i locali sotterranei:
«In alcune scatole tenevo le foto della mia famiglia -
dice dispiaciuto il signor Cesare -, scatti che aveva fatto
mio padre e che non so se potrò recuperare in qualche
modo». «Tanti miei ricordi sono andati perduti -
aggiunge la moglie -. L'acqua ha rovinato anche alcuni testi
che facevano parte della biblioteca scientifica di un caro amico
scomparso. Se avessi immaginato che potevano correre un pericolo,
non mi sarei mai sognata di accettarli dai figli e non li avrei
messi in un luogo che alla fine non si è dimostrato sicuro
come credevo fosse». La signora conclude con una considerazione
su quello che è stato e su quello che poteva essere:
«L'emergenza è stata sottovalutata, prima e dopo.
Dalle autorità e da qualcuno che dopo il disastro si
è permesso di dire che noi dell'Oltreadda avevamo avuto
solo danni contenuti. Di fatto a mezzogiorno il ponte era già
chiuso, c'era da prevedere un disastro e io alle 13 ero pronta
a lasciare la mia casa: a malincuore, ma ero pronta, perché
ero terrorizzata. In tutto questo tempo la cosa che più
mi ha fatto male è stata la mancanza di solidarietà,
l'indifferenza delle istituzioni e della città. Al Revellino
e a Campo di Marte abitano tanti anziani, che sono rimasti in
casa in balia dell'Adda finché non sono arrivati i soccorsi:
poteva succedere l'irreparabile, ma per fortuna non è
morto nessuno». «Non dimentichiamo però che
un'alluvione come quella dell'anno scorso potrebbe ripresentarsi
e a tutt'oggi non è stato fatto nulla per metterci al
sicuro, solo tante parole» dice il marito scuotendo la
testa.
Anche
Pierangelo Parmigiani, imprenditore ed ex presidente della Wasken
Boys, si è visto cancellare in una sola notte mesi e
mesi di lavoro: «Ho impiegato cinque anni a ristrutturare
la cascina Negrina (che si trova poco prima di Campo di Marte,
ndr) - ricorda Parmigiani -. Ci sono andato ad abitare il 16
ottobre e quaranta giorni dopo mi sono ritrovato un metro d'acqua
nei saloni». Un danno notevole, che l'interessato non
quantifica («perché ho perfino vergogna a dirlo»)
ma che deve essere stato cospicuo. Il parco, la piscina, il
parquet pregiato, i pavimenti, gli arredi, tutto al piano terreno
è andato distrutto: «Ho dovuto ricominciare da
capo - precisa Parmigiani -. Rifare la piscina, strappare i
pavimenti e per 20 giorni in casa hanno lavorato una cinquantina
di persone per ripulire tutto. Ho abitato per quasi una settimana
in albergo e poi sono andato a vivere nella casa del custode,
da dove mi sono di nuovo trasferito poche settimane fa. Solo
a distanza di un anno dal disastro sono rientrato nella mia
abitazione». Il diluvio è piombato sulla famiglia
di Pierangelo Parmigiani come un castigo divino: oltre al complesso
che era appena stato ristrutturato, infatti, il "bilancio"
comprende un'altra residenza e le due case dei figli. Tutti
immobili che si trovano nell'Oltreadda e che hanno subito ingenti
danni, senza contare le tre autovetture che sono state rottamate:
«Ho abitato per 32 anni in via Carloni, a poche decine
di metri dalla cascina Negrina - sospira l'imprenditore lodigiano
-, non è mai successo nulla del genere e mai mi sarei
aspettato che potesse accadere. Ora ho sistemato tutto e la
mia vita sta tornando alla normalità, ma il ricordo di
quell'evento non mi abbandona, la preoccupazione cresce, soprattutto
quando piove come in questi giorni. In un anno ho sentito tante
voci, tante polemiche inutili, ma non mi sembra che si sia fatto
veramente qualcosa di concreto. Non ci resta che aspettare che
venga realizzato l'argine rialzato lungo la strada per Boffalora,
un'opera che dovrebbe rappresentare un fronte contro altre possibili
alluvioni, ma per quest'anno non possiamo fare altro che sperare.
Per quanto mi riguarda, per difendere casa mia e renderla "a
prova di Adda" dovrei costruire un muro di recinzione di
due metri e mezzo in cemento armato e prevedere un sistema di
valvole su cui intervenire all'occorrenza. Si potrebbe anche
fare, ma sarebbe come vivere in prigione». Sarebbe come
non vivere, è vero, ma è forse vita aspettare
con il fiato sospeso che spiova, restare alla finestra con la
paura di dovere ancora lottare contro la corrente nel proprio
giardino per conquistare la salvezza? Forse no.
Arrigo
Boccalari
Piatti
(Ds)
«L'assicurazione
sulle abitazioni è un'altra tassa»
L'assicurazione
obbligatoria che il governo vorrebbe introdurre sulla casa?
Secondo i Ds a Lodi ci sarebbe una discriminazione tra zone
sicure e zone a rischio. «È giusto porsi il problema
di sgravare lo stato dai rischi di calamità, ma non in
questo modo. Così è tutta pappa per le assicurazioni».
I Democratici di sinistra vedono nero nel futuro degli alluvionati
del Lodigiano. A pochi giorni dall'approvazione della Finanziaria
Gianni Piatti, senatore Ds, prende posizione sulle conseguenze
della norma, bocciata dall'Antitrust, che renderebbe obbligatoria
l'assicurazione contro le calamità naturali per le nuove
polizze, con la graduale estensione per quelle già in
atto. «Altro che meno tasse per tutti! Questa è
una nuova tassa sulla casa. La minaccia è chiara: niente
assicurazione? Niente contributi statali, anche si si tratta
della casa in cui si vive» è il commento di Piatti,
che per questa sera ha annunciato la partecipazione (nella prima
parte della serata, a causa di un successivo impegno) alla manifestazione
organizzata dai Comitati degli alluvionati per ricordare la
piena del 26 novembre 2002. «Le calamità naturali
sono una delle voci più alte per l'erario pubblico. Le
azioni dovrebbero rispondere a un doppio movimento: rimborsi
rigorosi attraverso una "griglia" che sia uguale per
tutti e interventi di ripristino ambientale per non farli ripetere.
Così avevano iniziato a operare i governi dell'Ulivo.
In questo caso, invece, lo Stato si defila, si "privatizza"
il rischio catastrofe procedendo con iniquità verso chi
è più vicino al rischio e chi no, con casualità
perché si parte da chi ha una polizza antincendio e con
l'incertezza totale su quanto si pagherà». Piatti
intende cercare l'alleanza dei parlamentari lodigiani: «È
importante che vi siano altri pronunciamenti e che anche gli
onorevoli Gibelli della Lega e Falsitta di Forza Italia decidano
di non votare tale norma».
Da
il CORRIERE DELLA SERA del 28 11 03
Il
fiume Tresa fa paura: ronde in paese giorno e notte
(CREMENAGA) VARESE - Un paese costretto all'insonnia a causa
del pericolo alluvione: a Cremenaga, il paese in provincia di
Varese che un anno fa ha subito gravissimi danni provocati dalle
piogge torrenziali, da ieri è tornata la paura. Ma stavolta
il pericolo che il fiume Tresa possa straripare ha indotto gli
800 abitanti a decise contromisure: si sono infatti organizzati
per «montare la guardia» giorno e notte al livello
del fiume e per dare tempestivamente l' allarme nel caso il
rischio di esondazione diventi concreto. «Quanto accadde
un anno fa è servito da lezione - spiega Domenico Rigazzi,
coordinatore dell' iniziativa - e ci siamo dati da fare: due
volontari alla volta perlustreranno in continuazione gli argini,
anche di notte, con turni di quattro ore. Tutto ciò fino
a quando la situazione sarà tornata normale». L'anno
scorso l'onda di piena del Tresa portò via per intero
la strada principale di collegamento del paese, ancora oggi
raggiungibile solo con percorsi secondari; da ieri il fiume
è tornato a ingrossarsi ed è già stato
necessario rinforzare in alcuni punti gli argini e proteggere
il depuratore che già rischiava di finire sott'acqua.
Del
Frate Claudio
Finanziaria,
l'Antitrust boccia la polizza casa
Tesauro: l'assicurazione anti-calamità limita la concorrenza.
Dalle Fondazioni un miliardo per il 30% della Cassa spa Riproposto
il bonus-nonni, nuove imposte sulle armi. Ultimo assedio alla
manovra, 4 mila emendamenti da esaminare entro giovedì
ROMA
- Un miliardo e 56 milioni di euro sotto l' albero. Entro Natale,
forse prima, le fondazioni di origine bancaria entreranno nel
capitale della nuova Cassa Depositi e Prestiti, trasformata
in società per azioni. E gireranno al Tesoro, per una
quota che secondo ipotesi di studio molto avanzate si aggirerebbe
sul 30%, un assegno da più di un miliardo. Soldi che
finiranno nel fondo ammortamento per la riduzione del debito
pubblico. Le fondazioni si sono riunite ieri e hanno sostanzialmente
dato via libera all' operazione. Perché si realizzi si
attende ora l' approvazione del decreto del presidente del Consiglio
con il nuovo statuto della Cassa. Il testo è pronto,
ma non c' è ancora un accordo politico sulle nomine al
vertice dell' istituto, anche se la guida operativa sarà
quasi certamente confermata nelle mani di Antonino Turicchi.
La disponibilità delle Fondazioni è stata ben
accolta dal ministero dell' Economia, impegnato duramente in
Parlamento nella difesa della Finanziaria 2004, subissata da
4.000 emendamenti. Problema cui ieri si è aggiunta la
bocciatura da parte dell' Antitrust della polizza assicurativa
obbligatoria sulla casa contro le calamità naturali.
Secondo il Garante la polizza obbligatoria proposta dal governo,
che finora faceva fronte alle calamità ricorrendo alla
fiscalità generale, rischia di «compromettere la
concorrenza a danno dei consumatori». Le sue modalità,
ha fatto sapere ieri l' Antitrust con una segnalazione al Parlamento,
«non appaiono chiare e definite, nè in grado di
garantire un' efficace ed effettiva copertura assicurativa».
Il relatore della Finanziaria, Gianfranco Blasi, di Forza Italia,
ammette che a lui la polizza non piace, e che «sembra
non piacere al paese», ma il governo non pare disposto
a rinunciarvi. «Non credo che crei turbative di mercato»
ha replicato il sottosegretario all' Economia, Giuseppe Vegas.
Da martedì la Finanziaria e gli emendamenti saranno al
voto della Commissione Bilancio, che entro giovedì dovrebbe
dare mandato al relatore per l' Aula. Gran parte delle proposte
di modifica vengono dall' opposizione, ma la maggioranza non
è rimasta con le mani in mano. Vittorio Emanuele Falsitta
ha proposto una tassa sull' esportazione di armi, mentre Sabatino
Aracu, sempre di Forza Italia, ha riproposto il condono sulle
multe. La Lega chiede l' accelerazione dei pagamenti ai fornitori
della pubblica amministrazione, An ripropone il bonus per gli
anziani, l' Udc chiede 650 milioni per i forestali della Calabria.
Il Tesoro sembra intenzionato a resistere agli ultimi assalti,
e nel frattempo prepara i suoi emendamenti. Ieri il Consiglio
dei ministri ha trovato un intesa per destinare 500 milioni
in più alla sicurezza. I fondi arriveranno quasi certamente
dall' aumento delle accise sul tabacco. Due punti in più
porterebbero 800 milioni, utili anche per alleggerire i tagli
previsti nel 2004 sui bilanci degli enti locali.
Sensini
Mario
CASSA
DEPOSITI FONDI ALLA DE-TAX ANZIANI A CARICO LA MANOVRA ANTI
CALAMITA'
La
legge di bilancio prevede la trasformazione in società
per azioni della Cassa depositi e prestiti, da cui si attendono
benefici contabili sul debito pubblico. Entro il 10 dicembre
potrebbe chiudersi la trattativa per l'ingresso nel capitale
delle Fondazioni Una tassa speciale sulle esportazioni dei materiali
di armamento a carico delle imprese esportatrici. La proposta
di Emanuele Falsitta (FI), consentirebbe di innalzare da 5 a
50 milioni di euro i fondi destinati alla de-tax Un fondo di
150 milioni a sostegno dei nuclei familiari con anziani a carico.
È la nuova versione del «bonus-nonni» di
cui si è parlato nell'esame al Senato. La somma sarebbe
reperita dal Fondo per le politiche sociali Condono edilizio,
nuove cartolarizzazioni, dismissioni immobiliari, concordato
preventivo per autonomi e piccole imprese sono le misure che
da sole garantiscono 13 miliardi su 16 della correzione dei
conti pubblici del 2004 Nella Finanziaria si prevede l'introduzione
di una polizza obbligatoria «anti-calamità»
naturali, dai terremoti alle alluvioni. Ieri l'Autorità
Antitrust ha segnalato al Parlamento che la misura avrebbe un
effetto distorsivo sulla concorrenza
Da
IL CITTADINO del 29 11 03
Alluvione,una
fiaccolata per ricordare
A sfilare per piazza Barzaghi, via Lodino, corso Umberto erano
in 250, forse 300. Tutti dietro a uno striscione con la scritta
«Comitati degli alluvionati». Ma gli altri abitanti
di Lodi non hanno accompagnato il corteo voluto dai Comitati
degli alluvionati per ricordare la piena del 26 novembre di
un anno fa: c'era solo qualche politico o amministratore comunale.
Era una Lodi cupa e vuota quella in cui sono sfilate le fiaccole
colorate.
Slogan,
qualche politico, molta polizia, ma stavolta il sindaco non
viene contestato
La
fiaccolata degli alluvionati sfila in una città indifferente
È
una Lodi cupa e vuota quella in cui sfilano le fiaccole colorate.
L'aria scura della sera è impregnata dell'umidità
della giornata di pioggia, dalle finestre qualcuno si affaccia
con circospezione. La città non ha accompagnato il corteo
voluto dai Comitati degli alluvionati per ricordare la piena
del 26 novembre di un anno fa. Così sono stati loro stessi,
ieri sera, a stringersi in un ideale abbraccio quando, arrivati
in piazza della Vittoria, si sono allargati in fila indiana
fino a occupare il perimetro del quadrilatero. Erano partiti
una ventina di minuti prima dal fiume, un occhio alle acque
limacciose dopo le piogge di questi giorni. Appuntamento alle
19.30 sotto la scuola media Paolo Gorini. Gli alluvionati della
riva sinistra e quelli della riva destra. In testa Carlo Bajoni
e Domenico Ossino, i due coordinatori, dietro lo striscione.
Sopra c'è scritto semplicemente "Comitati degli
alluvionati".
Niente
drappi, nessuna insegna. Quando una delegazione della Lega Nord
si è presentata con le bandiere verdi qualcuno ha alzato
la voce finché il sole padano è stato ammainato.
Sono in pochi a urlare slogan. Il gruppo di testa e un gruppo
di signore, in fondo. «La sicurezza deve essere una certezza»
urlano, poi «L'Adda è un bene, proteggerla conviene»,
«Dobbiamo dragare per non annegare». A sfilare per
piazza Barzaghi, via Lodino, corso Umberto sono in 250, forse
300. C'è l'assessore ai lavori pubblici di Lodi, Emiliano
Lottaroli, con la candela in una mano e la pipa nell'altra.
Ci sono Mauro Rossi e Luigi Augussori, capogruppo in consiglio
comunale e presidente del consiglio di zona di San Fereolo Robadello,
della Lega Nord. Ci sono Simone Uggetti e Andrea Ferrari, consiglieri
comunali dei Democratici di sinistra e Giuseppe Monforte della
Margherita. Poco distante marcia Paolo Colizzi, presidente del
consiglio comunale. Poi Gianfranco Concordati, consigliere regionale
diessino, e il senatore della Quercia Gianni Piatti. Defilato
c'è anche un altro diessino, Franco Pinchiroli, ex presidente
di Porta d'Adda, che ieri ha presentato un'interpellanza al
sindaco contro le chiuse del Pratello, le idrovore previste
sulle rogge Gelata e Gaetana che per la sua stessa maggioranza
di centro sinistra metteranno in sicuro la zona di via Bocconi.
«Ma il rigurgito d'acqua danneggerà la Martinetta
e altre zone. Bisogna intervenire, ma non così».
Sotto
la prefettura ci sono due volanti della polizia. Ma quasi nessuno
alza gli occhi verso il palazzo del rappresentante del governo.
Per il resto del tragitto questura, carabinieri e polizia locale
seguono il corteo con attenzione e discrezione. All'ingresso
di piazza della Vittoria ci si incanala in fila indiana lungo
il perimetro. Altri slogan rimbombano nel silenzio: «Non
vogliamo tremare per ogni temporale», «Stare all'asciutto
è un nostro diritto». Poi ci si rimette in marcia
verso corso Roma. «Lodi è proprio un deserto»
commenta una signora in via Marsala. All'ingresso del teatro
del collegio San Francesco, dove si terrà la seconda
parte della serata, si spengono le fiaccole. Pochi metri più
in là, in via San Francesco, ci sono altre volanti. «Avevano
paura che andassimo sotto le finestre del sindaco» commenta
qualcuno. A pochi metri di distanza abita Aurelio Ferrari: arriverà
dopo qualche minuto, sedendosi in seconda fila, lo sguardo teso.
Invece non succederà niente quando prenderà la
parola per ricostruire la cronologia delle ore dell'alluvione.
Non si ripeteranno i fischi e le scene dell'assemblea alla scuola
Don Milani del 17 gennaio. Gli animi si sono calmati, soprattutto
si sono diradate le fila degli alluvionati. Qualcuno è
andato via prima di entrare in sala, ci sono molti posti vuoti.
Bajoni allarga le braccia: «Si sa che è così,
d'altronde qui ci siamo solo noi, stasera».
Sullo
schermo passano filmati amatoriali senza il sonoro e fotografie.
C'è la Piarda Ferrari come una palude con una gallina
che cerca riparo sui rami. Salotti devastati e interni di abitazioni,
con le persone che smettono di spazzare acqua per indicare il
livello dell'acqua sui muri. La villa razionalista di viale
Milano 1, tutta spigoli e angoli retti, che emerge surreale
dall'acqua marrone. Via Bocconi intasata di fango e olio, la
gente ferma a guardare attonita, come dopo un bombardamento.
Prende la parola Bajoni, seguito da Ossino, per parlare del
progetto dell'argine lungo la strada per Boffalora. Ringrazia
comune e provincia per il progetto: 2 milioni 786 mila euro
per mettere in sicurezza Campo di Marte. La gente rumoreggia
quando aggiunge che la fine dei lavori è prevista per
l'autunno 2006. La nuova battaglia dei Comitati si svolgerà
a monte di Lodi: «Terreni agricoli che possano essere
allagati per alleggerire la pressione dell'acqua sulla città.
Indennizzare un agricoltore costa meno che rimborsare migliaia
di cittadini». Il pensiero va a Scanzano, dove la rivolta
di cittadini e amministratori locali sotto le finestre del governo
ha dirottato altrove il cimitero di scorie nucleari. A Scanzano
c'era il sindaco del paese in prima fila. Ieri sera Ferrari
non è stato contestato.
Fabrizio
Tummolillo
A
Lodi Vecchio raccolti 3.900 euro per le famiglie colpite dalla
piena
Lodi
Vecchio, un anno fa, in piena emergenza alluvione, non ha perso
un attimo per cercare di aiutare chi era stato coinvolto nella
furia della calamità naturale. A dicembre e in gennaio
sul territorio si erano svolte più iniziative a sostegno
di queste persone finalizzate alla raccolta fondi. Ma si era
fatto anche di più: era stato aperto presso la banca
locale un conto corrente sul quale domiciliare i fondi. E ora
è ufficiale: Lodi Vecchio ha raccolto per le persone
alluvionate di Lodi 3.900 euro. «Certo - fanno sapere
ora gli amministratori comunali - il periodo invernale ha impedito
che si realizzassero più manifestazioni e anche che venissero
coinvolte più persone di quante non si sia riuscito a
fare. In ogni caso si è vista la volontà di aiutare
e di far aiutare, anche da parte delle associazioni locali».
I soldi saranno presto consegnati dal comitato ludevegino agli
interessati di Lodi.
Disabili
sono rimasti fuori quattro mesi, tutti gli arredi distrutti:
«Non ci sono strutture alternative»
Campo
di Marte, la comunità è rinata
Dopo
l'alluvione, il ritorno a casa dei disabili ospiti della comunità
di Campo di Marte, gestita dal comune in convenzione con la
comunità Il Mosaico, non è stato facile: «Sono
stati fuori dal loro ambiente per quattro mesi e quando sono
rientrati si sono ritrovati spazi rivoluzionati, arredi rinnovati,
dato che siamo stati costretti a buttare via praticamente tutto
- dice il funzionario comunale dei servizi sociali Sabrina Massazza
-. I ragazzi hanno dovuto riappropriarsi delle loro cose, un
processo che ha comportato fatica e un certo periodo di tempo».
Ma
ora tutto sembra essere tornato nella norma a Campo di Marte,
che recentemente è stata oggetto di verifica da parte
della commissione sicurezza sociale. «I disagi legati
all'alluvione sono stati superati - precisa la presidente Alida
Fratesi -, resta però la criticità legata all'assenza
di strutture alternative che consentano di ospitare disabili
di età il più possibile omogenee».
Oggi
gli ospiti hanno un'età che va dai 25 ai 55 anni, frequentano
strutture diurne, escono, qualcuno lavora per raggiungere l'autonomia
personale, uno di loro sarà inserito nel mondo produttivo
attraverso una borsa lavoro, ma l'obiettivo è quello
di sviluppare l'autonomia abitativa, senza particolari contatti
con gli operatori di sostegno, dove possibile e assistita negli
altri casi, fermi restando i progetti di vita "ritagliati"
sulla vita di ciascuno. «Enti locali, unità di
valutazione handicap, associazioni, sono chiamati ad affrontare
questa emergenza - aggiunge Alida Fratesi -. Bisogna abbattere
quelle barriere culturali che purtroppo permangono, ma penso
che ci siano buone possibilità per promuovere l'autonomia
residenziale dei disabili nel prossimo futuro».
L'associazione
Aiutiamoli ha già ottenuto una casa in affitto e sta
sperimentando i primi pernottamenti, mentre Il Mosaico è
alla ricerca di due appartamenti continui da comprare per avviare
un progetto di residenzialità per i suoi ospiti.
Zoncada
ci riprova
Un
supermercato nella zona finita sott'acqua
L'alluvione
del 2002 pare proprio non avere insegnato niente. L'impressione
scaturisce dal fatto che lunedì scorso, a due giorni
dal tragico anniversario del 26 novembre, la commissione territorio
del comune si è ritrovata all'ordine del giorno la variante
al piano regolatore per la costruzione di un supermercato nell'immediato
Oltreadda, in un terreno fra la strada per il cimitero di Riolo
e quello per Crema, un'area che lo scorso anno non venne risparmiata
dall'Adda. Altro che stop all'edificazione nelle zone esondabili,
il piano commerciale, di cui si era parlato nel dicembre del
2002, non è stato affatto accantonato, tanto che l'iter
per l'approvazione in consiglio comunale ha già interessato
la commissione. «La domanda del lottizzante - chiarisce
il sindaco Aurelio Ferrari - è stata depositata prima
dell'alluvione, nell'agosto del 2002. È chiaro che il
problema dell'ubicazione esiste, alla luce di quanto avvenuto,
sebbene quell'area, stando alla documentazione in nostro possesso,
non dovrebbe correre particolari rischi». Un conto però
sono le carte, un altro i fatti. «Evidentemente la compatibilità
ambientale, rispetto al piano di assetto idrogeologico, sarà
da valutare con attenzione - continua il sindaco -. La zona
ha bisogno di un supermercato, ma la costruzione di un complesso
della piccola o media distribuzione in un'area potenzialmente
pericolosa non potrà prescindere dall'osservanza di tutte
le norme di sicurezza». Dunque si andrà con i piedi
di piombo. La richiesta è stata presentata dal proprietario
Desiderio Zoncada, imprenditore, patròn della Star e
vice presidente vicario del gruppo Bpl, ed è indirizzata
a ottenere una variante del piano regolatore che "restituisca"
ai titolari, prendendola dalla fascia di rispetto della vecchia
strada per Riolo, una fetta di terreno sottratta con la costruzione
della tangenziale. Sul comparto di 11.500 metri quadrati si
potrà costruire un complesso da 3.800 metri quadrati
di struttura coperta, in cui sorgerà un centro commerciale,
essenzialmente alimentare, vasto meno di 2.500 metri quadrati.
«L'area ha destinazione commerciale e il Piano di assetto
idrogeologico non prevede in zona vincoli rispetto all'edificazione,
se si escludono prescrizioni tecniche riguardanti l'edificio
- precisa l'assessore all'urbanistica Leonardo Rudelli -. Il
che significa che i proprietari possono costruire senza attendere
le previste difese spondali. Detto questo non possiamo nascondere
la nostra preoccupazione. Proprio per fugare ogni dubbio, la
commissione ha stabilito di chiedere un parere ai nostri consulenti
idraulici, i quali dovranno fornire una valutazione proprio
alla luce dell'esondazione del 2002». Ci vorrà
del tempo, prima che la pratica urbanistica approdi in consiglio
comunale e quando arriverà, in ogni caso, sarà
corredata da una relazione firmata dagli esperti.
Arrigo
Boccalari
Da
il CORRIERE DELLA SERA del 29 11 03
Fiaccolata
per ricordare l'alluvione di un anno fa
LODI - Centinaia di persone hanno partecipato ieri sera alla
fiaccolata organizzata dai comitati degli alluvionati di Lodi,
in occasione dell'anniversario dell'inondazione del fiume Adda,
che nel novembre dell'anno scorso aveva allagato mezza città,
raggiungendo quartieri da sempre ritenuti sicuri. Il corteo
dei manifestanti è partito da via Mattei, ha attraversato
alcune strade del centro e si è concluso al teatro San
Francesco, dove sono state proiettate diapositive sugli allagamenti
e sui danni ingenti che hanno provocato e si è tenuto
un dibattito pubblico. «L'obiettivo di questa manifestazione
- ha detto Domenico Osino, presidente del comitato alluvionati
riva destra - rimane quello di non dimenticare un evento disastroso
e sollecitare gli organi responsabili ad attuare gli interventi
necessari perché episodi del genere non abbiano più
a ripetersi. E' soprattutto questo il nostro obiettivo per il
futuro». Le manifestazioni organizzate dai comitati degli
alluvionati in occasione del primo anniversario proseguono oggi
e domani. Dalle 8 alle 20, sotto i portici di piazza Vittoria,
sarà allestita un' esposizione di 500 fotografie scattate
durante l'inondazione.
Scotti
Diego