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alluvionati adda lodigiano
RESOCONTI SETTIMANALI

COMITATO ALLUVIONATI LODI ONLUS

Indice

Settimana del
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23/11/2003
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10/11/2003
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Comitato alluvionati
Lodi Onlus:

Indirizzo
Via Luigi Bay 26/G
26900 Lodi
Telefono

339-7495130
Posta elettronica

c.al.lo@tin.it

alluvionati adda lodigiano

alluvionati adda lodigiano

Da L'ECO DI BERGAMO del 23 11 03
E sull'Adda battelli turistici.
Il servizio comincerà nel 2005 con itinerari culturali e naturalistici
VILLA D'ADDA Nel giugno del 2005 il fiume Adda, nel tratto da Olginate-Garlate a Paderno, sarà riaperto alla navigazione turistica. Ultimati i lavori di sistemazione dell'alveo, da parte del Parco Adda Nord, un battello potrà solcare il fiume per circa 25 chilometri, permettendo alla gente di ammirare la flora e la fauna dell'Adda e di raggiungere i percorsi ciclopedonali che portano alle opere culturali e turistiche che sorgono lungo il fiume: il Museo della seta di Garlate, il santuario della Madonna del Lavello a Calolziocorte, il castello di Brivio, l'ecomuseo di Leonardo a Paderno e ancora, tra Villa d'Adda e Imbersago, il famoso traghetto di Leonardo da Vinci di manzoniana memoria. Inoltre la palude di Brivio e a Villa d'Adda l'osservatorio ornitologico e la colonia fluviale. A questo progetto sono interessati anche i comuni bergamaschi della sponda sinistra dell'Adda: Cisano, Pontida e Villa d'Adda che fanno parte del Parco Adda Nord.
Un passo decisivo per la riapertura della navigazione dell'Adda è stato l'approvazione da parte della Regione, su proposta dell'assessore alle Infrastrutture e Mobilità, Massimo Corsaro, di due convenzioni: quella con il Parco Adda Nord e un'altra con il Parco lombardo del Ticino, finalizzate alla riapertura alla navigazione del primo tratto dei due fiumi all'uscita dei laghi di Lecco e Maggiore. Il Parco Adda Nord collaborerà con la Regione per la progettazione degli interventi necessari alla riattivazione delle conche di Olginate e per altri interventi di sistemazione dell'alveo.
Il Parco Adda Nord, che ha sede a Trezzo, potrà contare su un finanziamento di 650 mila euro per adeguare l'alveo e realizzare tutte quelle opere che devono rendere navigabili il fiume, compresi gli attracchi per le imbarcazioni. L'intervento regionale per Adda e Ticino prevede una spesa globale di un milione e 200 mila euro. Un ulteriore finanziamento di 750 mila euro sarà garantito da fondi di un progetto comunitario.
«La riapertura alla navigazione del nostro fiume passa attraverso un accordo di programma tra le Province di Lecco e Bergamo e i Comuni rivieraschi compresi tra Garlate e Paderno - spiega il presidente del Parco Adda Nord, Piergiorgio Locatelli -. Approvati dalla Regione la convenzione e il relativo finanziamento, entro la fine dell'anno presenteremo il progetto esecutivo nel quale vengono indicate tutte le opere da eseguire lungo i 25 chilometri per rendere navigabile il fiume. Nel 2004 partirà la sistemazione che si prevede terminerà a metà del 2005 e a giugno il battello potrà scendere e risalire il fiume».
Remo Traina

Da IL CITTADINO del 24 11 03
Sentinelle sul Lambro per il maltempo
Anche Melegnano, come tutto il Sudmilano, teme il ripetersi (a cronometrica distanza di un anno) dell'esondazione che dodici mesi fa, iniziando esattamente dal 24 novembre, portò il Lambro a formare veri e propri laghi attorno all'abitato e impose il blocco della via Emilia per due giorni. Piove ininterrottamente da domenica pomeriggio, ma il fiume cittadino per ora scorre ben incanalato nel suo argine, due metri sotto il terrapieno. Del resto il vero pericolo è a monte: «Finché non c'è una vera emergenza lungo il corso nord del fiume, per noi l'attività è di ordinaria amministrazione», chiariscono dal nucleo locale di Protezione civile. A ogni modo anche a Melegnano, nella notte fra domenica e lunedi, è arrivata la comunicazione ufficiale di preallarme della direzione regionale di protezione civile e della prefettura di Milano. Lo stato di pre emergenza, codice 1, è per le province di Varese, Como, Milano, Lecco e Bergamo. L'unità locale della protezione civile ha cominciato a sorvegliare da lunedi sera i punti critici dove il Lambro esonda più facilmente. «Sono quelli individuati dal piano di emergenza comunale - spiegano i volontari -: via Cerca vecchia, cascina Cappuccina, ponte della via Emilia, via Baden Powell, via per Carpiano, cioè le zone alla quota più bassa rispetto al Lambro». I punti di misurazione del livello sono le chiuse dell'ex Broggi Izar e della centrale di San Zenone.

Da il CORRIERE DELLA SERA del 25 11 03
Abitazioni alluvionate un anno fa
Indagati tre dipendenti comunali
VAPRIO D'ADDA Tre dipendenti comunali sotto indagine per l'alluvione che il 26 novembre di un anno fa ha devastato un gruppo di case sulla riva dell'Adda: le sponde non avevano retto e le abitazioni erano state invase dall'acqua. Alcuni residenti avevano sporto denuncia alla procura di Milano per capire se ci fossero state responsabilità per il mancato avviso di evacuazione dalle case. Il magistrato ha notificato l' avviso di garanzia ai tre dipendenti incaricati delle notifiche di sgombero: ci sarebbero state irregolarità nella procedura.

Da IL CITTADINO del 26 11 03
Barche contro chi inquina
Barche sul Lambro per prevenire scarichi non autorizzati nel fiume. «Abbiamo apprezzato la disponibilità della provincia di Lodi e del sindaco di Sant'Angelo a mettere a disposizione una piccola imbarcazione per individuarli», dicono alla Basso Lambro Spa. E della salute del fiume si parlerà oggi in un convegno a S. Angelo. Sant'Angelo Provincia e comune mandano un natante sul Lambro: un convegno sugli interventi futuri

In barca a caccia di inquinatori
L'attività di depurazione non basta a risanare il fiume
Sant'Angelo L'impegno nella tutela del territorio, a livello locale, non sempre riesce a risolvere i problemi che affliggono l'ambiente, anche nel Lodigiano. L'esempio lampante è quello del fiume Lambro: nonostante l'attività di depurazione degli scarichi da parte della Basso Lambro Spa, l'ex consorzio del Basso Lambro, il fiume resta ancora tra i più inquinati d'Italia, e fa crescere forti preoccupazioni per la salute pubblica. Insomma, pur in presenza degli sforzi dei 27 comuni rivieraschi che fanno parte della Basso Lambro, la qualità delle acque del fiume rimane tutt'altro che accettabile. Secondo il presidente della Basso Lambro, Antonio Danelli, è quindi: «Assolutamente necessario andare ad individuare quegli scarichi che senza nessun trattamento immettono i loro veleni nei due rami del nostro fiume. Abbiamo apprezzato la disponibilità della provincia di Lodi e quella del sindaco di Sant'Angelo di mettere a disposizione una piccola imbarcazione per andare ad individuarli, ma ci sembra, anzi ne siamo certi, che detti scarichi avvengano in territori non di loro competenza e più precisamente per il ramo settentrionale il maggior carico inquinante proviene dal tratto fra Melegnano e Monza»».
L'argomento Lambro sarà al centro del convegno in programma per stasera alle 21 alla sala Girona di Sant'Angelo, dal titolo “Politiche Ambientali”, organizzato dall'assessorato all'ecologia del comune barasino, e che si prefigge di dare vita ad un'analisi precisa del territorio locale, combinata ad un esame di più ampio respiro. Si parlerà dunque di tematiche che riguardano il Lodigiano, ma non solo, dal momento che tra i relatori ci sarà anche Maurizio Bernardo, assessore regionale alle risorse idriche. Risorse idriche che tanto a Sant'Angelo, quanto in molti altri comuni del Lodigiano, comprendono, anzi pongono in primo piano, proprio il fiume Lambro. Stasera il presidente della Basso Lambro Antonio Danelli si concentrerà su un punto: l'attività dei singoli comuni incide sul miglioramento della qualità del fiume, ma rimane comunque nel complesso una realtà ben precisa, il Lambro è inquinato, e i toccasana che arrivano alle sue acque dal Lodigiano sono soltanto una goccia nel mare. Danelli non lo nasconderà durante il convegno, e in un'anticipazione della sua relazione, spiega che: «Nonostante gli sforzi di comuni e consorzi per cercare rimedio a questa insostenibile situazione di degrado, lo scenario dal punto di vista igienico sanitario del nostro territorio è sicuramente negativo». Non si parlerà però solo di Lambro: l'ingegnere ambientale Claudio Tedesi tratterà anche il capitolo bonifiche ambientali previste nel territorio di Sant'Angelo.
Lorenzo Rinaldi

Maleo, la protezione civile in linea: in sede ricetrasmittenti d'avanguardia
Maleo Maleo si mette in frequenza. La giunta comunale ha approvato una delibera per la convenzione con la Fir Cb, la Federazione italiana ricetrasmissioni, per l'attivazione delle antenne in uso alla protezione civile. Il comune si è dotato del suo nucleo di volontari per le emergenze abbastanza di recente, a partire dall'ottobre dello scorso anno, ricavando al gruppo una sede presso piazza XXV Aprile dove si svolgono gli incontri di programmazione e di formazione e dove si organizzano dimostrazioni e manifestazioni pubbliche.
Al suo interno è stata installata la centrale operativa, che verrà maneggiata proprio dagli uomini della Protezione civile e che costituirà l'orecchio del paese della Bassa, specie nei momenti più delicati e nelle fasi di emergenza. Presso la sede sono state predisposte diverse attrezzature tecnologiche per la ricezione di frequenza: si va dall'antenna Cb di 27 megahertz, a quella che sviluppa 43 mhz, oltre all'antenna bibanda in grado di ricevere Uhf e Vhf.
La centralina è costituita da una radio ricetrasmittente base da 43 mhz, che dirama il segnale ad altre sei radio ricetrasmittenti portatili, sempre dotate di 43 mhz. La Federazione, il cui comitato provinciale ha sede a Lodi, si è presa l'incarico di attivare il sistema radio Cb, con una convenzione rinnovabile che per il momento ha validità annuale e che dispone il versamento di 300 euro da parte del comune malerino. I compiti della Federazione ricetrasmissioni, peraltro, non si fermano all'installazione: gli operatori dovranno infatti garantire il corretto funzionamento della centrale con verifiche periodiche sulle apparecchiature radio.
Ma una certa attenzione verrà data anche alla formazione ed almeno una volta l'anno, infatti, la Fir organizzerà appositi corsi di formazione sfruttando la tecnologia abbastanza sofisticata di cui si dispone. Proprio questi corsi saranno rivolti al volontariato locale, in modo da diffondere la conoscenza sull'utilizzo degli strumenti e delle bande di frequenza e da poter affrontare in futuro con maggiore competenza ogni tipo di emergenza.
Paolo Migliorini

Da IL CITTADINO del 27 11 03

In tanti hanno lasciato i piani bassi come sono: «L'Adda può tornare a ferirci»

«Dopo un anno nessun rimedio e quella paura non è passata»

Un anno dopo c'è ancora aria di pioggia che si disperde nel cielo sopra Lodi. Un anno dopo le auto, i giardini, i marciapiedi, sono un'altra volta bagnati e la gente fissa le nubi, che nel pomeriggio tendono però a regalare timidi squarci di azzurro. Un anno dopo la disastrosa alluvione del 2002 l'Adda è ben al di sotto dei 0,90 centimetri sopra lo zero idrometrico che rappresenta il livello di preallarme. Nella tarda serata del 26 novembre 2002, quando venne deciso lo sgombero della città bassa e prima che via Bocconi e la zona Martinetta venissero sommerse da acqua e fango, mentre Belgiardino e Campo di Marte capitolavano davanti a una marea scura, il fiume aveva toccato i 3,28 metri sopra lo zero idrometrico e all'1,30 di notte sarebbe arrivato a sfondare la quota storica dei 3,43 metri.

Ma dodici mesi dopo la gente che visse sulla propria pelle la fredda notte senza elettricità, il terrore dell'acqua che saliva, che sperimentò l'abbandono e la paura, ha ancora negli occhi le immagini di quel tragico martedì sera. In via Bocconi, una delle zone che inaspettatamente andarono sotto, Gaia Bocchioli, 27 anni, è affacciata al balcone del terzo piano della sua casa di via Fogazzaro con il papà Angelo e la mamma Carmen Ansi. Tutti e tre indicano il terreno che si estende tra il tribunale, via D'Azeglio e via Monti: «Su quest'area - dice Angelo Bocchioli - sembra che il comune voglia avviare una nuova lottizzazione rialzando di due metri il terreno. Ciò significa che altra acqua si riverserà su via Bocconi e sulle strade limitrofe. La lezione dello scorso anno non è servita». La palazzina porta ancora i segni dell'acqua, del fango e dell'olio fuoriuscito dai serbatoi di un'officina: una poltiglia che raggiunse gli 80 centimetri e che coprì il pavimento delle parti comuni e dei box privati, che si riversò negli scantinati e nell'ascensore. La famiglia Bocchioli ha avuto un danno di circa 4.500 euro e fino ad ora ha incassato il contributo dell'Astem per asciugare muri e pavimenti e quello del comitato promosso dalla provincia, per un totale di poco meno di 1.600 euro. «Il problema non è tanto quello dei rimborsi - sottolinea Gaia Bocchioli mentre riguarda il filmato amatoriale girato in quei giorni, dalla casa in cui è rimasta "prigioniera" tre giorni e dalla strada, subito dopo - ma il fatto che siamo ancora allo stesso punto. Non si è fatto nulla per proteggerci da future e analoghe calamità, anzi, si pensa a costruire altre case». «Il comune parla delle chiuse sulle rogge di viale Milano come se dovessero risolvere tutti i guai - fa eco la signora Carmen -. In realtà si tratta di opere inutili, che metterebbero in pericolo la Martinetta senza garantire la sicurezza a noi».

Arriva Maria Rosa Canevara, una vicina: «Noi abbiamo dovuto rifare l'impianto elettrico, non avevamo molta roba in garage, per cui non ci è andata male - rimarca -. Dopo un anno, però, resta il disagio psicologico che mi fa stare con in fiato sospeso se piove per più di due giorni di fila».

Tanta gente, infatti, ha ancora la paura negli occhi, il ricordo tremendo di quella notte in cui solo alle tre arrivarono i soccorsi, dopo un pomeriggio di allarmi e di inutili rassicurazioni. «Abbiamo dovuto buttare via l'arredamento intero di due appartamenti - dice da via Bocconi Lorella Monticelli Bolchi -, senza contare le tre porte blindate che sono state rovinate. Di esse per ora lasciamo montata solo la parte metallica, non abbiamo ancora avuto il coraggio di sostituire le componenti in legno, perché temiamo che tutto possa succedere di nuovo». A fronte dei danni subiti, 40 mila euro circa, alla famiglia Bolchi sono arrivati «1.023 euro dalla provincia, oltre a circa 200 euro come contributo per il riscaldamento - aggiunge la signora Lorella -. Noi però abbiamo dovuto deumidificare gli ambienti per quattro mesi e abbiamo speso molto di più».

Anche i titolari della carrozzeria Ferrario di via Vincenzo Monti ricordano gli ultimi giorni di novembre dello scorso anno: «In officina abbiamo avuto 70 centimetri di fango - rammenta Luisella Ferrari, che abita con la famiglia nei locali soprastanti -. Subito siamo scesi per cercare di mettere al sicuro le macchine». Il padre Pietro aggiunge: «All'interno e sul piazzale c'erano 13 macchine, comprese le nostre; abbiamo cercato di sollevarne la maggior parte, utilizzando i crick a disposizione e così siamo riusciti a non perderne nemmeno una». E i danni subiti dalle vetture dei clienti «sono stati pagati di tasca nostra» annota il marito di Luisella, Alfredo Premoli, che nei giorni successivi alla piena si è prodigato nei soccorsi e nelle opere di pulizia, assieme al dipendente Francesco Mantegazza. Come risarcimento, ai titolari della Ferrario sono arrivati 2 mila euro dal comune e niente di più. E dire che Alfredo Premoli ci ha anche rimesso il suo gommone: «Lo usavo per andare al mare con la mia famiglia - sorride - e l'anno scorso è stato utile anche a Lodi. Quando le persone mi vedevano in giro mi chiedevano di essere trasportate a comprare il pane o a fare commissioni importanti e ho accompagnato anche il Tg 3, navigando tra le vie di Lodi». Il natante è stato buttato via, perché l'olio lubrificante che si era sparso in via Bocconi l'aveva rovinato, ma Premoli ne ha comprato uno nuovo: «Se ci sarà ancora bisogno di me io sono pronto - dice - ma spero che una cosa simile non capiti più». Un auspicio condiviso da Giuseppe Malusardi, residente in una villetta di via Foscolo: «L'acqua ha superato i gradini della veranda ed è entrata in casa, rovinando l'arredamento - dice -. Io e la mia famiglia ci siamo spostati al primo piano, dove abbiamo la camera da letto, aspettando che l'emergenza finisse. È stato un evento eccezionale, di cui non si aveva memoria recente e che potrebbe non verificarsi più per decenni. Tuttavia non mi sembra che il comune si stia attivando concretamente per realizzare delle opere di prevenzione».

Alla Martinetta, dodici mesi dopo, il terrore e il senso di abbandono vissuti il 26 novembre lasciano il posto alla rassegnazione e alla rabbia. Lo spazio interrato della villetta di Lorenza Casini, che vive in viale Aosta con il marito e i due figli, è stata invasa dall'acqua, che ha raggiunto il livello di 2 metri e mezzo, minacciando di entrare nell'appartamento: «Quando ho comprato questa casa - dice - nessuno mi ha detto che avrei corso questo rischio. Io vengo da Reggio Emilia, la posizione mi piaceva e così mi è sembrata un'ottima scelta». Ma la signora si sbagliava e se n'è resa conto drammaticamente lo scorso novembre: «Per tre giorni abbiamo lavorato senza sosta per rimuovere suppellettili, arredi ed elettrodomestici e solo da poche settimane i muri si sono completamente asciugati. Quello che mi fa rabbia è che nessuno ha fatto nulla in questi mesi. L'anno scorso siamo rimasti soli di fronte all'Adda che saliva, ci siamo spinti con l'acqua fino alla cintola, nel buio più completo, per raggiungere le macchine e portarle al sicuro, abbiamo perso 18 mila euro (con un indennizzo che al momento è arrivato a 2.200 euro circa, ndr) - aggiunge -, ma in tutto questo tempo le cose non sono cambiate. Di sistemare le sponde non si parla, mentre invece si rincorrono voci di chiuse sulle rogge e di sirene. Mi sembra una presa in giro». Lorenza Casini, così come ha fatto la sua vicina, Angela Digiesi, sposata e madre di due ragazzi, non ha riarredato la sua taverna, lasciando i locali a uso cantina e lavanderia: «Ho troppa paura che tutto possa capitare un'altra volta - dice la signora Angela - senza contare che l'acqua si è portata via una buona parte dei beni in cui avevamo investito dei soldi. Questa casa rappresenta il sogno della vita mia e della mia famiglia; ci stiamo riprendendo lentamente, ma non riesco ancora a progettare un completo ritorno alla normalità, per cui per adesso evito di arredare di nuovo le stanze che sono state sommerse dall'acqua».

Qualcuno ha pensato anche di cambiare aria. Basta vedere i cartelli di "vendesi" che campeggiano sia alla Martinetta, sia soprattutto in via Bocconi. Indicazioni inutili, in quanto compratore e potenziale venditore non si incontrano sul prezzo: il primo punta a un deprezzamento dettato dalla posizione non più appetibile, il secondo vorrebbe almeno recuperare quanto sborsato in origine: «Dieci anni fa abbiamo comprato questo capannone facendo un sacrificio economico non indifferente, ma dubito fortemente che potremmo recuperare quando investito, qualora decidessimo di vendere oggi» afferma Maria Teresa Peviani, titolare, con la sorella Adriana, della Codif, società specializzata nel commercio all'ingrosso di articoli di cancelleria. «Abbiamo perso 33 mila euro di merce - le fa eco la sorella -, ma il peggio è che siamo stati avvisati in ritardo e dai vicini, non dalle autorità. Adesso parlano di installare delle sirene per chiamare a raccolta la gente: per quanto mi riguarda possono anche buttarle in Adda, tanto per restare in tema».

Gabriella Mondini abita in via Firenze dal 2000 e mai si aspettava che si sarebbe ritrovata il fiume nella propria villetta: «Sono stata risarcita con un terzo dell'ammontare effettivo dei danni - commenta -, ma avrei volentieri rinunciato a quei 2 mila euro per destinarli alla sicurezza futura della Martinetta. Questa è una zona a rischio, me ne sono accorta sulla mia pelle, e occorre far qualcosa di concreto, altrimenti in inverno non smetteremo mai di guardare con apprensione l'Adda».

Il ricordo di quei giorni porta con sé risentimento, paura, sconforto, ma anche una nota di speranza che racconta Angelo Bocchioli: «Terminata l'emergenza - dice -, per ripulire le parti comuni della nostra palazzina abbiamo chiamato la persona che solitamente si occupa delle pulizie. Si chiama Sokol Mani, è un ragazzo albanese di 32 anni che studia legge a Parma e che si mantiene all'università facendo questo lavoro. Una volta terminata la pulizia, che non è stata né facile e né leggera, gli ho chiesto quando gli dovessi e lui mi ha risposto in un modo che mi ha commosso e mi ha fatto riflettere sul valore della solidarietà: "Non voglio niente, perché non ho nessuna intenzione di speculare sulle disgrazie della gente"».

E ieri ha continuato a piovere.

Arrigo Boccalari

Bacheche luminose e sirene da 110 decibel per avvisare i cittadini, l'evacuazione scatterà con l'Adda a 2,3 metri oltre lo zero

L'alluvione non arriverà più di sorpresa

Nuovo piano di emergenza, corretti i tempi dell'ondata di piena

È pronto il nuovo piano di emergenza comunale, messo a punto in commissione territorio con il contributo dei consigli di zona, per prevenire e fronteggiare i rischi di una possibile esondazione del fiume Adda.

Il piano è stato presentato martedì sera in consiglio comunale dall'assessore all'ambiente Francesco Marzorati, e prevede che almeno una volta all'anno ne sia provata l'efficacia direttamente sul campo. Rispetto a quello precedente sono state introdotte alcune modifiche, a partire dalla previsione del tempo di percorrenza del fiume Brembo da Ponte Briolo a Lodi (in precedenza stimato in circa quattro ore e adesso in dodici), e quello dell'Adda da Ponte Lavello a Lodi, stimato in quindici ore.

Due elementi che furono la causa scatenante della mancata evacuazione della città bassa, perché considerati in modo errato. Infatti l'anno scorso, visto che la piena non arrivava nei tempi previsti (quattro ore), il sistema dei soccorsi stava già quasi per smobilitare. All'improvviso, ma molto dopo, l'Adda salì, e fu il disastro.

Con il nuovo piano migliorano, secondo l'amministrazione, le modalità di comunicazione del pericolo e dell'evolversi della situazione ai cittadini: oltre a messaggi sul cellulare, ad auto con altoparlanti e al ricorso a radio e tv locali, saranno utilizzati dei pannelli luminosi posti nelle zone critiche, che serviranno da bacheche per le informazioni date dal sindaco sulla situazione e che potranno emettere un suono di 110 decibel in caso di allarme. «Nei prossimi giorni - ha detto Marzorati - tutte le famiglie riceveranno una comunicazione per presenta il piano, in cui saranno identificate su una cartina queste bacheche». Parcheggi di emergenza saranno quelli di piazzale III Agosto, del cimitero Maggiore, e le piazzole della tangenziale, mentre rimangono invariati i livelli sopra lo zero idrometrico fissati per stabilire le varie fasi di allarme: a 0,90 metri scatta la fase di preallarme con la riunione dell'unità di crisi locale, a 1,90 scatta l'allarme, mentre a 2,30 l'emergenza, tenuto conto che alcune zone, come via Vecchio Bersaglio, vanno sotto già a un livello di 1,30 metri.

«Ad ogni fase si preparerà la successiva, con il controllo costante dei livelli di Adda e Brembo». Non sarà più automatico, a differenza dell'anno scorso, l'ordinanza di chiusura del ponte cittadino e l'evacuazione dalle zone a rischio da parte del sindaco quando scatta la fase di emergenza. La decisione sarà infatti vincolata al parere dei tecnici riuniti nella sala operativa: se diranno che la piena non è al culmine ma dovrà crescere ancora, allora si procederà allo sgombero e alla chiusura del ponte, altrimenti non succederà nulla. Una posizione, questa, che ha suscitato in consiglio alcuni dubbi. Per quanto riguarda infine le operazione di evacuazione, gli sfollati saranno trasportati come lo scorso anno nelle scuole Spezzaferri, Don Milani e Pezzani, e per loro saranno messi a disposizione gli scuolabus del comune. Il coordinamento dei soccorsi sarà invece alla Faustina, dove si concentreranno i mezzi della protezione civile.

Un occhio infine anche ai rischi nucleari, per la centrale di Caorso possibile sede di attentati terroristici, e chimico-industriale, per i due stabilimenti della Barlocher e della Euticals. Ma per queste situazioni, ha concluso Marzorati, la progettazione di un piano di emergenza esterno è competenza del prefetto.

Davide Cagnola

«Con le paratie il danno sarebbe stato nullo»

Se le rogge Gelata e Valentina di viale Milano fossero state dotate di paratie e di idrovore in grado di rigettare l'acqua in eccesso a valle (provvedimenti già decisi dal comune), la zona del Pratello, durante l'alluvione di un anno fa, sarebbe stata invasa da un livello di acqua inferiore della metà rispetto a quello che si è verificato. Se poi il tratto di viale Milano dal quale l'Adda è tracimata, stimato in circa 150 metri, fosse stato riparato da una piccola difesa spondale, l'intero quartiere sarebbe completamente stato all'asciutto. Sono queste le prime conclusioni a cui è giunto Silvio Rossetti, ingegnere della Etatec srl cui è stato commissionato dal comune l'aggiornamento del piano per le aree a rischio idrogeologico, che martedì ha relazionato i risultati dello studio al consiglio comunale. Una rivalutazione, ha detto il sindaco, del piano di rischio idrogeologico fatto a partire dagli effetti reali avuti con la piena. «Il problema - ha spiegato - è che già prima che l'Adda tracimasse da viale Milano, l'intera zona era già sommersa dall'acqua per un rigurgito dalle rogge, e quando l'Adda è uscita dagli argini ha trovato qui un livello di acqua già elevato. Con un sistema di chiuse e idrovore alle rogge questo problema sarebbe stato eliminato». Per ora, ha aggiunto, è stata studiata solo questa zona, della quale sono giunti per tempo tutti i dati necessari, mentre per un'altra zona a rischio, quella di Campo Marte e della strada per Boffalora, i dati solo sono arrivati da poco. Nella relazione di Rossetti è poi emerso ancora una volta il carattere eccezionale della piena del 2002: con una portata massima di circa 1.900 metri cubi al secondo si è trattato infatti di una piena che, secondo una statistica dell'Autorità di bacino, dovrebbe ripetersi nella zona di Lodi in media una volta ogni 150 anni. «La piena a Lodi si verifica solo in concomitanza con quelle del lago di Como e del Brembo. Solo in questo caso l'acqua a Lodi esce dagli argini. Mentre in assenza di una di queste due, anche nelle zone più basse l'acqua non dovrebbe uscire».

Tagliano per sbaglio cento alberi sul Serio
Gli operai si sono fatti prendere la mano. Dovevano tagliare 13 piante che rischiavano di danneggiare le difese delle sponde del Serio, ma alla fine hanno raso al suolo un'area di oltre duemila metri quadrati. Per questo il parco del Serio, insieme alla guardia forestale, sta preparando una notizia di reato per "taglio a raso di bosco ad alto fusto" a carico di una ditta di Lodi. «Abbiamo interpellato l'azienda su quello che è successo - spiega il presidente del parco, Ferruccio Rozza - e loro hanno ammesso l'errore. Hanno detto però di essere disponibili a ripristinare l'intera area con un progetto di recupero ambientale che potremmo preparare noi stessi del parco».

Il taglio del bosco è avvenuto tra il 15 e il 18 novembre ed è stato scoperto grazie alla segnalazione di alcuni residenti in zona Saletti, in un'area conosciuta come Palata della Borromea. La gente ha visto gli operai all'opera e ha avvertito subito le guardie del parco che sono andate a controllare. Gli operai hanno mostrato l'autorizzazione dell'Aipo. L'autorità di bacino però aveva dato indicazioni solo per 13 piante, mentre la squadra ha allargato il proprio raggio d'azione. Il danno è stato scoperto qualche giorno dopo, quando sono arrivate le precisazioni dell'Aipo sull'entità dei lavori.

Adesso il parco del Serio sta aspettando la documentazione dell'autorità di bacino con il progetto preciso del taglio delle piante che mettevano in pericolo la tenuta delle sponde. Quelle invece che non c'entravano nulla, ma che sono finite lo stesso a terra sotto i colpi delle seghe elettriche, sarebbero più di cento. Si tratta di alberi ad altro fusto e con una certa robustezza di tronco. «Quella ditta - spiega il presidente Rozza - lavora da anni con l'Aipo e non è masi successo nulla. Stavolta invece c'è stato un errore».

All'ex linificio i progetti sull'Oltreadda, una città high-tech

Una rambla spagnola nella Lodi della fantasia

Vele d'acciaio, case ponte, torri luminose

Una vela d'acciaio, enorme, sul martoriato isolotto Achilli. Oppure colline artificiali che celano, al loro interno, strutture per il commercio e il terziario. Anche una "Porta urbana", una piazza sopraelevata sotto la quale transita il traffico di via Cavallotti. Poi una "Torre-segno" luminosa, edifici inglobati nelle massicciate della tangenziale, "case a ponte", strutture in vetro e acciaio e padiglioni coperti dalla vegetazione. Architetti e professionisti che hanno partecipato al concorso di idee per riqualificare l'Oltreadda hanno disegnato una Lodi futuristica, simile a certe città dei film di fantascienza degli anni Cinquanta. Idee e proposte innovative immerse, se non altro, in una rassicurante ipotesi di riqualificazione ambientale, con la creazione di parchi, filari di pioppi, boschi urbani.

La Lodi dei "desiderata" o del libro dei sogni è esposta in una trentina di pannelli collocati, fino al 12 dicembre, nella nuova sede del Centro di formazione professionale provinciale inaugurato il 13 novembre in una porzione ristrutturata dell'ex linificio di via Fascetti. Il concorso di idee è stato promosso dall'ex assessore diessino all'urbanistica Mauro Biscaldi in collaborazione con l'Istituto nazionale di architettura e la rivista "Casabella". Indetto a febbraio, si è concluso a maggio di quest'anno con la vittoria del progetto "Comprendere la contemporaneità" proposto da Cesare Macchi Cassia, indicato come uno dei "mostri sacri" dell'urbanistica moderna, già autore di una proposta (che per la verità ha raccolto contestazioni) del recupero dell'antico borgo di Viboldone a San Giuliano Milanese.

Se Macchi Cassia ipotizzava un ritorno al fiume con proposte cariche di simboli come lo smantellamento del portico in ferro e vetro della scuola Gorini, in origine aperto sul fiume, la costruzione di un terrazzo sulla riva opposta e la collocazione di «una lama sottile» sull'isolotto Achilli quale «segnale alle due parti della città da parte del fiume», altri concorrenti si sono lanciati in disegni e soluzioni non meno azzardate.

Come "Paesaggio connesso intimo e collettivo", secondo sul podio, presentato da Angelo Bugatti in collaborazione con un pool di professionisti composto da Alessandro Toccolini, Roberto De Lotto, Giulio Senes, Ioanni Delsante, Massimiliano Koch, Carlo Berizzi, Benedetto Mezzapelle, Stefano Pugni e Valentina Dalmanzio. Quello di Bugatti è un Oltreadda riqualificato, pulito dal traffico (deviato su una nuova tangenziale) con una via Cavallotti destinata a biciclette e pedoni, garantiti nella loro incolumità da piste ciclopedonali e marciapiedi allargati. Piazza Crema diventerebbe una «piastra di affaccio sull'Adda» e il punto di partenza di un parco fluviale in cui spazi verdi si alternerebbero a strutture per lo sport, piscine coperte, percorsi diretti al lungofiume.

La giuria (presieduta dall'architetto Aimaro Isola, e composta Carlo Masera, Luigi Trabattoni per palazzo Broletto, Massimo Giuliani, Anna Giorgi, il presidente dell'Ordine provinciale degli architetti Vincenzo Puglielli e Alberto Ferlenga) ha riservato il terzo posto a "mARGINI urbani", progetto presentato da Paolo Favole che porta la firma anche di Antonio Muzzi. Anche in questo caso si disegna un Oltreadda affacciato sull'acqua: la Morta trasformata in una darsena affacciata su un centro per gli sport acquatici, via Cavallotti trasformata in un «percorso sinuoso» con parcheggi alternati ad alberi, nuove case realizzate secondo «modelli residenziali bioclimatici» con l'uso di tecnologie solari passive per il riscaldamento e il raffreddamento e cellule fotovoltaiche. Le strade principali promosse a «boulevard» impreziosite da filari di carpini. Poi una "Torre-segno" luminosa e un centro per il terziario e per il commercio a ridosso dello svincolo della tangenziale, inglobato nel cavalcavia e racchiuso da muri di contenimento trasformati «in argini verdi».

A Palazzo Broletto, che aveva chiesto di restituire un'anima a via Cavallotti, oggi sgangherata strada di passaggio per i camionisti che da Crema si dirigono a Milano, hanno risposto in vario modo. Innanzitutto togliendo tir e automobili, magari pensando a un terzo ponte sull'Adda. Poi mettendo mano alla via. Pietro Capussela, in "Oltreadda e d'Intorni", la vede coma una "rambla", il lungo viale che caratterizza le città spagnole: uno spazio centrale lastricato riservato ai pedoni, delimitato da siepi, fioriere, filari d'alberi con fontane e vasche dov'è possibile camminare a filo d'acqua su lastre di pietra «a raso». Donata Almici, in "Cavallotti 71" immagina una strada che, all'altezza della rotonda della tangenziale, passi sotto una "Porta Urbana": «Quasi la memoria dell'antico bastione del Revellino, una piazza sopraelevata delimitata da edifici porticati a sezione degradante e segnata da un torrione spiraliforme». Sulle acque dell'Adda c'è chi, come Roberto Pagani, in "L'odi all'Adda" disegna terrazze panoramiche che uniscano il lungofiume a monte del ponte urbano con l'ex Sicc, dove sorgerebbe un centro congressi, ponti pedonali sospesi che si allungano sull'isolotto Achilli, pontili e attracchi per le imbarcazioni. Davide Cerati, in "Centri_soglie_confini" immagina, in prossimità delle arterie d'accesso, «colline come contenitori di funzioni differenti» e «aggregati abitativi ad alta densità con forte differenziazione tipologica e con torri come segni di riconoscibilità». Mauro Galantino, con "Penny lane", allarga il discorso a un centro multiconfessionale, case "Mirador" con appartamenti «orientati diversamente, seguendo una rotazione ogni due livelli», poi case "torre", case "ponte" e un "Polo delle Conoscenze", «evoluzione e complessificazione del Polo tecnologico». Giancarlo De Carlo, in "Di là dal fiume" innesta sul ponte urbano «alla solida struttura muraria una struttura lignea leggera» per ampliare la carreggiate «e ospitarvi un caffè e un belvedere». Richiamo a un kolossal del cinema giunto al terzo episodio, infine, per Giuseppe Gambirasio. Il suo "Il signore degli anelli" parte da una constatazione: «La città compatta del centro storico fronteggia appena oltre il fiume la città rarefatta della dispersione. Negli anni passati, gradualmente e nel generale sottaciuto consenso, brandelli di insediamenti hanno guadato il fiume». Un «magma rarefatto», «una città a basso tono» che Gambirasio propone di racchiudere in una «struttura anulare» dalla «forte carica simbolica» che racchiuda «gli svincoli stradali e la dispersione di oggi e quella futura»: un anello di 1.140 metri di diametro e di 3 chilometri e mezzo di sviluppo formato da uno spalto in rilevato coperto da verde pensile e inclinato verso l'esterno. All'interno l'autore ipotizza piscine, aree sportive, shopping center, boschi urbani di tigli, aceri, gelsi: «Poche cose semplicemente necessarie, senza alcuna volontà di "riordinare" gli abitati che, si è visto, sono sorti volontariamente secondo il principio della dispersione».

Questi i progetti sulla carta. Fuori dall'ex linificio, ad attendere il visitatore della mostra, c'è il terminal degli autobus. Vetri sfondati, panchine divelte, migliaia di gomme da masticare spalmate sull'asfalto, sporcizia, un'angosciante e irritante sensazione di abbandono. Dentro le idee, fuori la realtà.

Fabrizio Tummolillo

Da il CORRIERE DELLA SERA del 27 11 03
«Po e Ticino a rischio I lavori sono bloccati»

PONTE DELLA BECCA (Pavia) - Sono bastati tre giorni di pioggia battente per far tornare la paura lungo gli argini del Po e del Ticino. In meno di 24 ore il livello dei due fiumi lombardi è cresciuto anche di due metri e mezzo, superando dopo dieci mesi di secca lo zero idrometrico. Una situazione che, secondo gli esperti, è comunque destinata a rimanere sotto controllo: al Ponte Coperto di Pavia il Ticino, ieri sera alle 19, era sceso di 95 centimetri rispetto a lunedì notte, fermandosi a circa un metro sotto lo zero idrometrico. L'idrometro del Po posizionato al Ponte della Becca, invece, nel tardo pomeriggio segnava già un metro e 45 centimetri sotto lo zero idrometrico. Insomma, malgrado rimanga lo stato di allerta per le precipitazioni previste da domani notte su tutta la Pianura Padana, in riva ai due fiumi la parola alluvione non viene pronunciata. Ma non si placano le polemiche sugli interventi di messa in sicurezza promessi e pianificati dalla Prefettura ma mai realizzati. «Lo scorso settembre - spiega Giancarlo Barbieri, presidente dell'Associazione difesa natura e ambiente di Pavia - la Prefettura aveva presentato in pompa magna il progetto Indaco, che prevedeva l'istallazione di nuovi idrometri lungo il Ticino e il Po, oltre ai lavori di messa in sicurezza dei punti ritenuti più a rischio. Il progetto doveva essere portato a termine entro l' autunno, ma nulla è stato fatto». Dalla Prefettura gettano acqua sul fuoco e chiedono tempo per terminare la fase di programmazione dei lavori: «In queste settimane - dice Valentina d'Urso, capo di gabinetto della Prefettura - abbiamo continuato a lavorare per realizzare il progetto Indaco. Molti lavori sono già cominciati, altri sono finiti. Il progetto è imponente e non poteva essere ultimato in poche settimane». Intanto Piero Tedesca, direttore dell' agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo), ha annunciato la chiusura dei primi cantieri sugli argini distrutti dall' ultima alluvione. «I progetti ci sono, ma mancano i fondi - ha ribadito il direttore dell' ex Magispo -. Per gli interventi urgenti, in vista di un possibile peggioramento delle condizioni climatiche, a settembre siamo stati costretti ad anticipare un milione e settecentomila euro dal bilancio del prossimo anno. A giugno avevo scritto alla presidenza del Consiglio e alla Protezione civile per ottenere stanziamenti adeguati. A distanza di cinque mesi non ho ancora ottenuto risposta. Così siamo intervenuti solo su quelle situazioni che apparivano più urgenti». Del Po e del Ticino si parlerà anche questa mattina nel corso di un convegno organizzato dall' associazione «Acqua, benessere e sicurezza», costituita da tutti i comuni che sorgono sugli argini del Po dal Monviso al mare. L' incontro, nella sala Nava della Fiera di Milano, sarà coordinato da Giovanni Iannelli, del Dipartimento di Ingegneria Idraulica dell'Università di Pavia. Al dibattito parteciperanno inoltre Michele Presbitero dell'Autorità di Bacino e il direttore dell'Aipo, Pietro Telesca.

Giuseppe Spatola

La scheda

SECCA RECORD

Ad agosto il Po ha registrato la secca record al Ponte della Becca: 3,55 metri sotto lo zero idrometrico.

IDROMETRO

L'idrometro misura il livello dei fiumi tenendo come punto di riferimento lo zero fissato per convenzione, nel 1951, a 55,02 cm sul livello del mare.

INDACO

E' il progetto che consentirà alla Protezione civile di sapere quali aree saranno allagate, grazie ai nuovi idrometri della diga della Miorina

Corteo, fiaccolata e mostra un anno dopo gli allagamenti
LODI - Tre giorni di manifestazioni per ricordare l' alluvione del 26 novembre 2002 a Lodi. Il programma è dei comitati alluvionati della riva destra e sinistra. Si comincia domani, alle 20, con corteo e fiaccolata che raggiungeranno il teatro San Francesco, dove verranno proiettate alcune diapositive. Sabato e domenica sarà allestita sotto i portici di piazza della Vittoria una mostra fotografica sull'alluvione.

Alluvione, arrivano i fondi per le case
Vertice della Regione con i sindaci bergamaschi. Fino a 300 mila euro per chi ha perso la prima abitazione

BERGAMO - «La luce in fondo al tunnel», come dice il sindaco di Gandellino Fabrizio Gusmini, è spuntata a un anno esatto dall' alluvione. Da ieri mattina, dopo il vertice tra l' assessore regionale alla Protezione civile Massimo Buscemi e i primi cittadini dei paesi colpiti dall' emergenza meteorologica, ci sono alcuni punti fermi che consentono di guardare al futuro con maggiore serenità. Il Pirellone risarcirà infatti il 100 per cento dei danni subiti dalle famiglie che hanno perso la prima casa. Il tetto massimo rimborsabile, inizialmente fissato a 260 mila euro, è stato elevato a 300 mila euro. Per le abitazioni danneggiate il risarcimento sarà pari al 75 per cento (con un tetto di 120 mila euro). I soldi tanto attesi saranno disponibili entro metà febbraio (le famiglie interessate hanno già ricevuto 60 mila euro). La Regione li girerà ai Comuni, che a loro volta li verseranno secondo queste modalità: un altro 20 per cento a fronte della presentazione del contratto preliminare d' acquisto della nuova casa (o progetto di costruzione), il resto sarà assegnato per stati di avanzamento o alla firma del rogito. «Le notizie che ci ha portato l'assessore Buscemi sono senz' altro positive - commenta Gianni Salvi, sindaco di Brembilla (nella frazione di Camorone una frana si è portata via undici abitazioni) -. Finalmente sono stati quantificati i risarcimenti ai privati e fissati i termini per l'assegnazione dei fondi. E' un passo avanti importante, perché contribuisce a fare chiarezza, sgombrando alcuni dei timori che angustiavano la nostra gente». Anche se il terreno non è del tutto libero da problemi. E' il caso di chi ha perso l'abitazione e figura come proprietario di una seconda casa. Per costoro non sono previsti risarcimenti di nessuna natura. «Facciamo attenzione - ha messo in guardia il sindaco di Brembilla - perché rischiamo di far finire sotto questa fattispecie anche il caso di alcuni nostri anziani che hanno ceduto la propria casa ai figli sposati e che vivevano nel vecchio edificio come usufruttuari». Altri hanno fatto l'esempio degli immigrati all'estero che hanno conservato la casa nel paese natale. L'assessore Buscemi ha assicurato che queste situazioni rientreranno fra quelle che hanno diritto al risarcimento dei danni. Una correzione è prevista per un' altra prescrizione ipotizzata in un primo tempo e ritenuta troppo vincolante: si potrà ricostruire non solo nel Comune di residenza, ma anche in un qualsiasi altro paese della provincia di Bergamo. «Tutto sommato, senza farci prendere dall' entusiasmo, possiamo ritenerci soddisfatti delle risposte ricevute - spiega il sindaco di Gandellino Gusmini -. La Regione ha mostrato una certa sensibilità. Anche la scelta di predisporre una bozza di provvedimento da discutere con i sindaci interessati per apportare migliorie trovo sia stata apprezzabile». I primi cittadini si augurano che lo stesso metodo di concertazione sia applicato anche quando si tratterà di discutere quali misure adottare per la gestione degli interventi infrastrutturali. «Questo è un fronte più che mai aperto - sottolineano in coro Salvi e Gusmini -. La Regione, ma soprattutto lo Stato, devono trovare le risorse per mettere mano al riassetto del territorio. Ci sono ancora frane che incombono sulle nostre teste. Non possiamo stare qui ad aspettare che vengano giù».

Cesare Zapperi

I risarcimenti
LA PRIMA CASA

La Regione risarcirà il cento per cento dei danni subiti dalle famiglie che hanno perso la prima casa. Il tetto massimo rimborsabile è stato elevato a 300 mila euro

I DANNI

Per le abitazioni danneggiate il risarcimento sarà pari al 75 per cento, con un tetto di 120 mila euro

I TEMPI

I soldi saranno disponibili entro metà febbraio. Intanto le famiglie interessate hanno già ricevuto 60 mila euro. Un altro 20 per cento lo otterranno a fronte della presentazione del contratto preliminare di acquisto della nuova casa, mentre il resto sarà assegnato per stati di avanzamento o alla firma del rogito

Da IL CITTADINO del 28 11 03

Castiglione Proseguono le analisi: per il recupero forse andrà rimessa in una vasca con liquidi speciali

La piroga è sempre più preziosa

Trovata solo un'altra imbarcazione simile in regione

Castiglione La piroga è un pezzo quasi unico. Arrivano le prime analisi sul reperto più conteso di Lodi. Secondo la sezione Nausicaa del ministero dei Beni Culturali (massimo centro italiano dell'archeologia subacqua, con sede a Venezia) l'imbarcazione rivenuta nel maggio scorso a Lodi dovrebbe essere datata tra il 1200 e il 1500. Ma è soprattutto la tipologia del reperto a stupire, trattandosi di una piroga con "ruota di poppa", che è un disco di legno con cui viene chiusa l'imbarcazione, scorrendo in apposite scanalature. Di questo tipo, in Lombardia ne esistono soltanto due. Una fu ritrovata nel Garda e si trova a Sirmione. Quella lodigiana (la seconda) è particolarmente interessante perché molto più lunga della prima. Dal laboratorio veneziano, che collabora con la Soprintendenza al patrimonio artistico, storico e dermoetnoantropologico della Lombardia, è arrivato anche un preventivo per il recupero della piroga, che prevede una spesa tra i 40 e i 50 mila euro. «Sembra - commenta il presidente del parco Adda Sud Attilio Dadda - che sia possibile intervenire sull'imbarcazione con un restauro simile a quello inizialmente previsto (immersione per due anni in una soluzione "corroborante", ndr), ma con tempi e risultati leggermente inferiori per via della lunga esposizione fuori dall'acqua». In questo caso, il parco con l'aiuto della Soprintendenza dovrà immergere la piroga in una nuova vasca, appositamente costruita e riempita con una soluzione di polimeri plastici. Il trattamento dovrebbe essere più breve, probabilmente di alcuni mesi. Nel frattempo, altri studi compiuti dalla piroga di Lodi smentirebbero che si tratti di legno di castagno, e asseriscono che sia stata costruita in rovere. Non è un particolare da poco: significherebbe che è stata costruita nel Lodigiano (dove secondo le mappe antiche c'erano querceti in riva al fiume) e che potrebbe essere anche di epoca preistorica, ipotesi che nello scorso settembre era stata accantonata. Per l'operazione recupero, il parco Adda Sud ha già stanziato 30 mila euro da proprio bilancio e avrebbe trovato anche la disponibilità di una banca lodigiana (la Centropadana) a una donazione che si aggirerebbe, secondo le voci, sui 7-8000 euro.

Francesco Gastaldi

La verità di Aurelio Ferrari sulla notte che sconvolse la città, passarono più di sei ore prima che scattasse l'ordine di evacuare

«Fummo traditi dalla piena del Brembo»

Il sindaco: «Con quei dati a disposizione rifarei le stesse scelte»

«In quelle condizioni, con quei dati... probabilmente rifarei le stesse scelte». Per un cittadino non alluvionato la piena del 26 novembre 2002 è durata un anno intero, e continua a durare. Aurelio Ferrari, sindaco di Lodi, per colpa di quell'alluvione è finito, insieme all'ex prefetto Francesco Avellone e all'ex assessore Mauro Biscaldi, nel tritacarne dell'opinione pubblica. Le accuse degli alluvionati per la ritardata evacuazione, i palleggi di responsabilità con la prefettura, la guerra coi conti del comune per trovare un po' di soldi e risarcire gli sfollati (visti i silenzi di governo e regione), le recenti bacchettate della procura, perfino il gossip politico con la famosa "cena degli amministratori" per festeggiare il compleanno di Biscaldi mentre un quarto di Lodi andava sott'acqua: «In questi dodici mesi ho visto tanta caccia alle streghe e poca volontà di capire perché sono state fatte certe scelte». Così Aurelio Ferrari inizia a ripercorrere il suo giorno più lungo.

Lunedì 25 novembre, ore 7: l'Adda supera per la prima volta quota 100 centimetri sopra lo zero idrometrico e si attesta a 124. Si prosegue con una crescita media di circa 7-8 centimetri all'ora fino alle 11: vengono chiusi il Lungoadda Bonaparte, via Mattei, via Arrigoni, via dei Pescatori e la Piarda Ferrari. Poi il livello dell'acqua si stabilizza a 144 centimetri. L'acqua fa paura: viene allestita l'unità di crisi nella sala operativa di corso Umberto.

Martedì 26 novembre, ore 3: l'Adda arriva a 168 centimetri, alle 7 il livello è già salito di altri 10 centimetri. Nella centrale operativa viene messa alle 7.30 una persona fissa a rispondere alle eventuali chiamate dei residenti delle zone interessate dalla piena. Nel frattempo, il Brembo a Ponte Briolo ha già ampiamente superato i 5 metri.

Ore 9.30: l'acqua arriva a 184 centimetri e minaccia la città bassa e la zona del Capanno. Viene disposta la chiusura di via del Capanno. «Alle 9 telefonai a mia cognata, che abita lì. Mi disse che stavano già lottando con l'acqua». Alle 11 l'Adda supera la quota d'allarme a 194 centimetri, ma a Ponte Briolo il Brembo arriva a 590. Il ponte urbano viene chiuso al traffico e ai pedoni. Mancano i segnali, vengono mandati i vigili sul posto. Iniziano le 14 ore peggiori per Lodi.

Ore 12: il Brembo raggiunge 639 centimetri, un'ora dopo arriva al "picco" massimo di 6 metri e 40. L'Adda al ponte di Lodi ha scavalcato i 2 metri: la quota di tracimazione è a 270 centimetri, si aspetta con terrore la "Brembata" che potrebbe portare l'Adda ad allagare tutta la città bassa e l'Oltreadda. «Il Brembo cominciò a calare - ricorda il sindaco - intorno alle 13.30. Ci aspettavamo la massima quota a Lodi intorno alle 15.30-16. Perciò decisi di avvisare quelle zone che erano sotto la minaccia diretta dell'acqua».

Ore 14.07: l'Adda continua a salire con un ritmo di 10-15 centimetri all'ora e si avvicina ai due metri e mezzo (235 alle 14). Il prefetto decide di proclamare lo stato di emergenza, che scatta a 2 metri 30 centimetri. Esattamente 20 minuti dopo l'acqua raggiunge la nuova tangenziale: lo svincolo di via Massena si allaga. Verrà chiuso alle 15.42. Il sindaco, che ne ha l'autorità, sceglie di non procedere subito allo sgombero e aspettare: «Tenevamo l'orecchio fisso ai dati di Ponte Briolo, che nel frattempo scendeva di 10 centimetri ogni ora».

Ore 15: sono le ore del "grande inganno". Alle 15 l'Adda è a 245, alle 16 a 260, alle 17 a 270, la cosiddetta "quota di tracimazione". Dal comune ancora nessuna ordinanza, tranne lo sgombero della Piarda Ferrari, ordinato alle 16.23. «Pensavamo che fosse l'onda di piena del Brembo - ricorda il sindaco -. Ci hanno dato degli incompetenti, ma io difendo le mie scelte: a quell'ora il Brembo era calato di mezzo metro e a Lodi l'acqua saliva, esattamente nel modo previsto dal nostro piano di emergenza. Avremmo scoperto dopo che non si trattava dell'onda di piena del Brembo, che sarebbe arrivata durante la notte: ma allora non avevamo modo di saperlo, dato che fra Ponte Briolo e Lodi non c'è nessun'altra centralina di rilevamento. Cominciammo a mandare il personale ad avvisare le zone a rischio, ma nessuno lasciava la propria casa. Le zone che poi sono finite sotto non erano minacciate: perchè avrei dovuto sgomberarle?».

Ore 17.28: l'acqua è arrivata fino a via Vecchio Bersaglio; Borgo Adda, Selvagreca e Barbina sono minacciate dalla piena. Arriva il primo ordine di evacuazione dal sindaco, attraverso altoparlanti montati sulle auto. Alle 18 l'Adda è a 288 centimetri e continua a salire: via Massena, via Ferrabini, via Nazario Sauro vanno sott'acqua.

Ore 18.30: comincia a succedere quello che nessuno aveva previsto, l'acqua attacca e scavalca la strada per Boffalora. Sulla riva destra si allaga la Martinetta e l'acqua salta fuori dai tombini di via Bocconi. Alle 19 al ponte vengono raggiunti i 3 metri. Nessuno sgombero: perchè? «Il Brembo stava calando rapidamente: ci aspettavamo che da un momento all'altro anche l'Adda cominciasse a scendere».

Ore 20.20: l'acqua è a 310 centimetri e sale con lo stesso vertiginoso ritmo. Iniziano le evacuazioni mentre l'Adda comincia ad attaccare via Defendente, che viene chiusa fino al Tribunale. Partono gli avvisi in via X Maggio, via Defendente, via Massena, via Ferrabini, poi il Borgo Adda che inizia ad allagarsi alle 21.35, mentre il fiume è a 325. Seguono via Milano, via Cadamosto, via Cavallotti (alle 22.25). La Martinetta viene evacuata alle 23.26, quando l'acqua è così alta che i vigili non possono raggiungere la zona.

Mercoledì 27 novembre, ore 00.01: Adda a 335 centimetri. All'una è raggiunto il picco massimo, 340 centimetri. Comincerà lentamente a scendere solo 2 ore dopo. L'acqua ha già aggirato la strada per Boffalora e invade Campo di Marte. L'evacuazione non funziona bene: «La gente non ci ascoltava, a mezzanotte il ricovero organizzato alle Spezzaferri era ancora vuoto». Nelle ore seguenti arriveranno in 94. Per l'Oltreadda era iniziata la notte più lunga.

Francesco Gastaldi

Il terrore, i pianti e il dolore ricordati con 500 immagini

Poco meno di 500 foto, scelte tra le 2 mila che compongono quel collettivo album di famiglia messo insieme dagli alluvionati di Lodi. Immagini di salotti devastati dal fango ma anche la fotografia di un cane che scappa dall'acqua. «Qualcuno piangerà rivedendo quelle scene» osserva Domenico Ossino, coordinatore del Comitato alluvionati riva destra. Sul sito del gruppo (350 persone contattate settimanalmente con le e-mail spedite dall'indirizzo www.nautilaus.com/alluvionati.htm) alcune foto sono già apparse. Questa sera altre ne sfileranno sullo schermo del salone del collegio San Francesco con l'unico accompagnamento di brani musicali. Perché la manifestazione che inizierà alle 21 (dopo una fiaccolata che partirà dal Lungoadda alle 20) organizzata da Ossino e da Carlo Bajoni, referente per il Comitato alluvionati riva sinistra, vuole ricordare e non rinfocolare polemiche. «Vorrei che questo sia un momento di riappacificazione con il comune, spero davvero che da lunedì si possa ripartire insieme» assicura Ossino. Una riconciliazione che partirà proprio dalle sponde del fiume: alle 19.30, di fronte alla scuola Gorini, comincerà l'afflusso di persone. Alle 20 il corteo si muoverà, fiaccole alla mano (ne sono state acquistate 200). Via X maggio, piazza Barzaghi, via Lodino, corso Umberto, piazza della Vittoria, corso Roma poi via Cavour, fino ad arrivare al salone del San Francesco. Dove le 500 fotografie concluderanno una serata per la quale, volutamente, non è stata fissata alcuna scaletta di interventi. «Vedremo lì cosa succederà, non abbiamo programmato niente. Vogliamo parlare, capire cosa è successo» spiega Bajoni. Hanno invitato amministratori pubblici e parlamentari, gli alluvionati. Non per coprirli di fischi, assicura Ossino: «La speranza è che questa tragedia ci insegni che occorre a percorrere nuove strade, passando dall'emergenza alla pianificazione e adottando strategie lungimiranti per fare decollare la cultura della prevenzione».

La segreteria cittadina della Lega Nord ha ufficialmente aderito alla manifestazione. I Democratici di sinistra hanno annunciato che ci saranno. Francesco Marzorati, assessore alla protezione civile del comune di Lodi, ieri non se la sentiva di assicurare la propria presenza: «Noi abbiamo fatto autocritica rispetto alle nostre carenze. A questo punto anche i Comitati degli alluvionati dovrebbero accettare il fatto che l'alluvione è stato un evento non controllabile. Quello che chiediamo è un confronto più pacato e una collaborazione maggiore, non una contrapposizione». Una contrapposizione che in alcuni casi si è colorato di tinte politiche: «Non so dire se alcuni partiti politici cavalchino la protesta - riflette Marzorati -. Di certo alcuni esponenti di alcuni partiti lo fanno. Noi, nei nostri rapporti con enti quali la regione Lombardia, lo Stato, l'Agenzia interregionale per il Po, abbiamo voluto lasciare fuori la politica».

Questa sera Bajoni e Ossino si presenteranno al pubblico con una buona notizia in tasca: «Ho ricevuto copia del progetto dell'argine lungo la strada per Boffalora - conferma Bajoni -. Mi sembra un ottimo progetto, che si integrerebbe con le difese previste nell'area ex Sicc. Il costo è di circa 2 milioni 786 mila euro. Purtroppo il termine dell'opera è previsto per l'autunno del 2006. Tempi lunghi, ma è anche vero che mai si inizia, mai si arriva al dunque».

Fabrizio Tummolillo

Così l'astrofilo Bajoni e il sindacalista Ossino si sono trovati a guidare la protesta degli alluvionati

Genesi e storia di due "capipopolo"

Prima di quel 26 novembre 2002 uno era noto come astrofilo impegnato in un'estenuante e insolita battaglia contro palazzo Broletto per l'illuminazione da stadio di piazza San Francesco, l'altro per la militanza sindacale nella ex Polenghi. Dal giorno della piena sono diventati, loro malgrado, una coppia di "Masaniello" lodigiani capaci di mobilitare centinaia di persone e ascoltare l'umore di interi quartieri. Tra i politici c'è chi guarda Carlo Bajoni e Domenico Ossino, rispettivamente coordinatore del Comitato alluvionati riva sinistra e riva destra, con sospetto e chi ne pondera il peso politico in termini di voti. «La mia vita è cambiata da quel giorno» racconta Bajoni. Difficile immaginarlo come un trascinatore di masse: è elegante, esibisce curiosi papillon, ha un certo aspetto anglosassone, eppure è in grado di tirare fuori una voce da urlatore, alle assemblee, in grado di annichilire il più navigato dei relatori. «La nostra tecnica è l'invasione di campo» racconta. Funziona così: c'è la commissione comunale che discute del piano di protezione civile? Si presentano in municipio in cinquanta, capitanati da lui. «A quel punto non possono non ascoltarci». Non che prima, da battitore libero, girasse a vuoto: da delegato territoriale di Cielobuio, associazione contro l'inquinamento luminoso, ha martellato sindaco e assessori per fare collocare in piazza San Francesco lampade che non oscurino le stelle. Vincendo anche una personale battaglia contro il McDonald's della tangenziale, al quale il comune ha imposto di schermare gli 80 lampioni visibili da chilometri. Naturale che attorno a una persona così si coagulasse un comitato: «Dopo l'alluvione ci ritrovammo all'oratorio di Campo di Marte - ricorda Bajoni -. Solo il fatto di prendere la parola fu sufficiente. Qualcuno disse "Ok, allora pensaci tu". È nato tutto da lì». Tutto naturale anche per Ossino, uno abituato al braccio di ferro con amministratori pubblici e privati: dal 1982 è nelle Rappresentanze sindacali della ex Polenghi, per quattro anni siede nel consiglio di amministrazione della casa di riposo Santa Chiara su nomina dell'ex sindaco Andrea Cancellato («C'è chi si rammarica ancora del fatto che io non sia più lì») ed è stato vicepresidente del consiglio di zona di Porta Regale. Qualcuno prevede una discesa in politica per i due: «Al momento non c'è niente - assicura Bajoni -. Comunque lavorare per il comitato è già politica. Per il futuro non si sa». Sulla stessa frequenza Ossino: «Perché "scendere"? Per me la politica è una cosa alta. È quella che ci ha permesso, come comitati di discutere alla pari, indipendentemente da chi avessimo di fronte».

F. T.

Le storie di chi ha visto l'acqua sfondare la porta di casa senza poter fare nulla

Rabbia e orgoglio fra la gente «Così abbiamo ricominciato»

Un anniversario all'insegna della pioggia. Ieri il tempo era come dodici mesi fa nelle terre oltre l'Adda, tra Revellino e Campo di Marte, con la pioggia, l'umidità che entravano nelle ossa. Una sola differenza: il fiume che scorreva placido nel suo letto, il livello ben lontano dalla temuta soglia di preallarme. Una bella sicurezza, questa, ma alla gente della città bassa non è sufficiente per dormire sonni tranquilli. Troppo vivi sono ancora i ricordi, troppo recente è il terrore per distogliere gli occhi dal cielo grigio e dalle sponde del fiume.

In quella notte tra il 26 e il 27 novembre del 2002, chi vive qui da anni non si aspettava la catastrofe. L'acqua era salita per tutto il giorno, certo, era uscita a Belgiardino, sicuro, il ponte napoleonico era stato chiuso a mezzogiorno, d'accordo, ma nessuno immaginava che il diluvio si sarebbe abbattuto dalla strada per Boffalora, dalla Colonia Caccialanza, dove l'argine si era arreso alla furia della corrente. Pochi minuti e un torrente impetuoso si riversò sull'Oltreadda, cogliendo praticamente di sorpresa i cittadini. Grazia Maioli, per esempio, che abita in via Borsellino, era uscita poco prima delle 21 e si era avvicinata alla Canottieri per guardare l'Adda, ma venne sorpresa dalla piena: «La situazione era rimasta incerta per tutto il giorno, ma non pensavo proprio di dovere abbandonare la mia casa - commenta la signora -. Sono uscita e mi sono recata sulla sponda, il tutto per neanche un'ora, e poi non sono più potuta rientrare. Sono rimasta due giorni al centro di raccolta di via Spezzaferri, senza borsa, senza soldi e senza telefonino. Praticamente i miei amici hanno perso le mie tracce per 48 ore». Alla fine Grazia Maioli è tornata in via Borsellino. Il suo appartamento non aveva subito danni, ma nel box e nella cantina c'era il caos più completo: «Ho perso cose che possono sembrare insignificanti ma che per me erano importanti, come fotografie, vecchie cartoline, ricordi di una vita - sottolinea -. Mi rendo conto che c'è gente che ha avuto danni gravissimi e so cosa possono provare queste persone. A tutti noi, comunque, in un anno è stata riservata solo indifferenza». Alla delusione della signora si aggiunge la rabbia di Luigi Bandirali, che abita in via Cavallotti con la famiglia: «Se ci avessero avvisato per tempo - si sfoga - il 70 per cento delle cose che abbiamo perduto poteva essere salvato. Io penso che il sindaco abbia sottovalutato l'evento, se è vero che alle 14 il prefetto aveva già dato l'allarme». Bandirali ha avuto almeno 36 mila euro di danni e ha recuperato solo qualche briciola, ma quello che brucia è altro: «Eravamo in strada, vicino alla farmacia e nessuno ci informava del pericolo imminente - aggiunge -. Poi l'Adda ha sfondato l'argine alla Caccialanza e in 20 minuti ci siamo trovati in mezzo a un metro d'acqua. Ora siamo da capo: piove e noi restiamo in balia degli agenti atmosferici. So che c'è il progetto di alzare l'argine naturale costituito dalla strada per Boffalora, e mi sembra una buona cosa, ma bisogna fare presto, non lasciare i progetti sulla carta».

Nanda Carenzi ha un brivido quando ripensa a quella notte del novembre 2002. Sua madre di 96 anni era in casa da sola, nella villetta accanto alla sua, in via Cavalleggeri. Lei la sentiva urlare, chiamare, ma non poteva fare nulla, completamente isolata dal fango proveniente dall'Adda: «Alle 23 passate in casa c'erano 35 centimetri d'acqua - rammenta la signora - e fuori il livello era arrivato a un metro e mezzo. Mia mamma era scesa al piano terra, si era accorta di quanto stava accadendo ed era tornata a rifugiarsi al piano di sopra. Ha cominciato a chiamarmi, ma io non potevo andare da lei. L'ho raggiunta solo alle tre, con i pompieri». Nanda Carenzi si è vista spazzare via la propria attività di parrucchiera («i danni erano troppo ingenti, io avevo 40 anni di contributi, per cui mi sono decisa a chiudere») ma il suo cruccio è un altro: «Mia madre ora è inferma - dice - deve stare a letto al piano terra. Lei è perfettamente lucida ed ha coscienza che, se si dovesse presentare un'altra alluvione di quelle dimensioni, avrebbe ben poche possibilità di scampo».

Marina D'Angelo, titolare del mercato dell'usato "Piazza Affari" di via Cavallotti, ha preferito cambiare aria in occasione dell'approssimarsi del primo anniversario della catastrofe: «Man mano che si avvicinava novembre - ricorda la madre Natalina Angelini - mia figlia diventava ansiosa, preoccupata, così le ho proposto di fare un breve viaggio in Egitto e lei ha accettato». Un'evasione di otto giorni dopo un anno di preoccupazioni, dopo che l'acqua si era portata via merce in deposito, computer, fatture e libri contabili, mettendo a rischio la stessa attività commerciale, che però sta lentamente tornando alla normalità. A quella stessa normalità è tornata lentamente la famiglia Vianelli, che abita in una bella villa costruita nel 1907 in via Cavallotti. In casa quella sera c'erano il capofamiglia Cesare Vianelli, la moglie Maria Teresa e la figlia 31enne Ilaria. Per loro quella del 26 novembre dell'anno scorso fu una notte di paura. Alle 2.10 diciotto metri del muro di cinta cedettero di fronte alla corrente e l'acqua invase il giardino e il seminterrato, abbattendosi poi con violenza sulla recinzione posteriore prima di defluire nei terreni limitrofi all'officina della retrostante concessionaria Cazzamali. «Sono arrivati i carabinieri - ricorda Maria Teresa Vianelli - invitandoci ad andare via alla svelta. "Signora, metta qualcosa in una borsa e venga con me, qui c'è pericolo" mi diceva un giovane militare. Io mi muovevo come un automa, prendevo le cose meccanicamente. Poi i carabinieri hanno preso in braccio me e mia figlia per portarci oltre il lago che si era formato all'esterno. "Mamma, rivedremo ancora la nostra casa?" mi chiedeva Ilaria. Io ricordo di averle risposto "speriamo" ma devo confessare che non ne ero affatto sicura». In quegli stessi minuti Cesare Vianelli, aggrappato ad altri due soccorritori, cercava di allontanarsi e di raggiungere la camionetta, parcheggiata sulla strada, rischiando di venire travolto: «La corrente davanti a casa era talmente forte che dovevamo sorreggerci a vicenda. Alla fine ce l'abbiamo fatta e siamo approdati al centro di raccolta di via Spezzaferri». La signora Maria Teresa era una bambina quando visse in prima persona il bombardamento del 1943 al quartiere San Lorenzo di Roma: «L'alluvione è peggio - afferma -. In guerra ci avvisavano in caso di allarme, quando arrivava il momento di correre nei rifugi. Con l'acqua è diverso. L'acqua ti paralizza, il terrore ti lascia senza fiato, senza contare che poi il rumore resta nelle orecchie. Per mesi ho avuto in testa il fragore della corrente». La famiglia Vianelli è tornata in via Cavallotti, ha ritrovato la casa e ha ricominciato a vivere, ricostruendo i muri distrutti, ripulendo i locali sotterranei: «In alcune scatole tenevo le foto della mia famiglia - dice dispiaciuto il signor Cesare -, scatti che aveva fatto mio padre e che non so se potrò recuperare in qualche modo». «Tanti miei ricordi sono andati perduti - aggiunge la moglie -. L'acqua ha rovinato anche alcuni testi che facevano parte della biblioteca scientifica di un caro amico scomparso. Se avessi immaginato che potevano correre un pericolo, non mi sarei mai sognata di accettarli dai figli e non li avrei messi in un luogo che alla fine non si è dimostrato sicuro come credevo fosse». La signora conclude con una considerazione su quello che è stato e su quello che poteva essere: «L'emergenza è stata sottovalutata, prima e dopo. Dalle autorità e da qualcuno che dopo il disastro si è permesso di dire che noi dell'Oltreadda avevamo avuto solo danni contenuti. Di fatto a mezzogiorno il ponte era già chiuso, c'era da prevedere un disastro e io alle 13 ero pronta a lasciare la mia casa: a malincuore, ma ero pronta, perché ero terrorizzata. In tutto questo tempo la cosa che più mi ha fatto male è stata la mancanza di solidarietà, l'indifferenza delle istituzioni e della città. Al Revellino e a Campo di Marte abitano tanti anziani, che sono rimasti in casa in balia dell'Adda finché non sono arrivati i soccorsi: poteva succedere l'irreparabile, ma per fortuna non è morto nessuno». «Non dimentichiamo però che un'alluvione come quella dell'anno scorso potrebbe ripresentarsi e a tutt'oggi non è stato fatto nulla per metterci al sicuro, solo tante parole» dice il marito scuotendo la testa.

Anche Pierangelo Parmigiani, imprenditore ed ex presidente della Wasken Boys, si è visto cancellare in una sola notte mesi e mesi di lavoro: «Ho impiegato cinque anni a ristrutturare la cascina Negrina (che si trova poco prima di Campo di Marte, ndr) - ricorda Parmigiani -. Ci sono andato ad abitare il 16 ottobre e quaranta giorni dopo mi sono ritrovato un metro d'acqua nei saloni». Un danno notevole, che l'interessato non quantifica («perché ho perfino vergogna a dirlo») ma che deve essere stato cospicuo. Il parco, la piscina, il parquet pregiato, i pavimenti, gli arredi, tutto al piano terreno è andato distrutto: «Ho dovuto ricominciare da capo - precisa Parmigiani -. Rifare la piscina, strappare i pavimenti e per 20 giorni in casa hanno lavorato una cinquantina di persone per ripulire tutto. Ho abitato per quasi una settimana in albergo e poi sono andato a vivere nella casa del custode, da dove mi sono di nuovo trasferito poche settimane fa. Solo a distanza di un anno dal disastro sono rientrato nella mia abitazione». Il diluvio è piombato sulla famiglia di Pierangelo Parmigiani come un castigo divino: oltre al complesso che era appena stato ristrutturato, infatti, il "bilancio" comprende un'altra residenza e le due case dei figli. Tutti immobili che si trovano nell'Oltreadda e che hanno subito ingenti danni, senza contare le tre autovetture che sono state rottamate: «Ho abitato per 32 anni in via Carloni, a poche decine di metri dalla cascina Negrina - sospira l'imprenditore lodigiano -, non è mai successo nulla del genere e mai mi sarei aspettato che potesse accadere. Ora ho sistemato tutto e la mia vita sta tornando alla normalità, ma il ricordo di quell'evento non mi abbandona, la preoccupazione cresce, soprattutto quando piove come in questi giorni. In un anno ho sentito tante voci, tante polemiche inutili, ma non mi sembra che si sia fatto veramente qualcosa di concreto. Non ci resta che aspettare che venga realizzato l'argine rialzato lungo la strada per Boffalora, un'opera che dovrebbe rappresentare un fronte contro altre possibili alluvioni, ma per quest'anno non possiamo fare altro che sperare. Per quanto mi riguarda, per difendere casa mia e renderla "a prova di Adda" dovrei costruire un muro di recinzione di due metri e mezzo in cemento armato e prevedere un sistema di valvole su cui intervenire all'occorrenza. Si potrebbe anche fare, ma sarebbe come vivere in prigione». Sarebbe come non vivere, è vero, ma è forse vita aspettare con il fiato sospeso che spiova, restare alla finestra con la paura di dovere ancora lottare contro la corrente nel proprio giardino per conquistare la salvezza? Forse no.

Arrigo Boccalari

Piatti (Ds)

«L'assicurazione sulle abitazioni è un'altra tassa»

L'assicurazione obbligatoria che il governo vorrebbe introdurre sulla casa? Secondo i Ds a Lodi ci sarebbe una discriminazione tra zone sicure e zone a rischio. «È giusto porsi il problema di sgravare lo stato dai rischi di calamità, ma non in questo modo. Così è tutta pappa per le assicurazioni». I Democratici di sinistra vedono nero nel futuro degli alluvionati del Lodigiano. A pochi giorni dall'approvazione della Finanziaria Gianni Piatti, senatore Ds, prende posizione sulle conseguenze della norma, bocciata dall'Antitrust, che renderebbe obbligatoria l'assicurazione contro le calamità naturali per le nuove polizze, con la graduale estensione per quelle già in atto. «Altro che meno tasse per tutti! Questa è una nuova tassa sulla casa. La minaccia è chiara: niente assicurazione? Niente contributi statali, anche si si tratta della casa in cui si vive» è il commento di Piatti, che per questa sera ha annunciato la partecipazione (nella prima parte della serata, a causa di un successivo impegno) alla manifestazione organizzata dai Comitati degli alluvionati per ricordare la piena del 26 novembre 2002. «Le calamità naturali sono una delle voci più alte per l'erario pubblico. Le azioni dovrebbero rispondere a un doppio movimento: rimborsi rigorosi attraverso una "griglia" che sia uguale per tutti e interventi di ripristino ambientale per non farli ripetere. Così avevano iniziato a operare i governi dell'Ulivo. In questo caso, invece, lo Stato si defila, si "privatizza" il rischio catastrofe procedendo con iniquità verso chi è più vicino al rischio e chi no, con casualità perché si parte da chi ha una polizza antincendio e con l'incertezza totale su quanto si pagherà». Piatti intende cercare l'alleanza dei parlamentari lodigiani: «È importante che vi siano altri pronunciamenti e che anche gli onorevoli Gibelli della Lega e Falsitta di Forza Italia decidano di non votare tale norma».

Da il CORRIERE DELLA SERA del 28 11 03

Il fiume Tresa fa paura: ronde in paese giorno e notte
(CREMENAGA) VARESE - Un paese costretto all'insonnia a causa del pericolo alluvione: a Cremenaga, il paese in provincia di Varese che un anno fa ha subito gravissimi danni provocati dalle piogge torrenziali, da ieri è tornata la paura. Ma stavolta il pericolo che il fiume Tresa possa straripare ha indotto gli 800 abitanti a decise contromisure: si sono infatti organizzati per «montare la guardia» giorno e notte al livello del fiume e per dare tempestivamente l' allarme nel caso il rischio di esondazione diventi concreto. «Quanto accadde un anno fa è servito da lezione - spiega Domenico Rigazzi, coordinatore dell' iniziativa - e ci siamo dati da fare: due volontari alla volta perlustreranno in continuazione gli argini, anche di notte, con turni di quattro ore. Tutto ciò fino a quando la situazione sarà tornata normale». L'anno scorso l'onda di piena del Tresa portò via per intero la strada principale di collegamento del paese, ancora oggi raggiungibile solo con percorsi secondari; da ieri il fiume è tornato a ingrossarsi ed è già stato necessario rinforzare in alcuni punti gli argini e proteggere il depuratore che già rischiava di finire sott'acqua.

Del Frate Claudio

Finanziaria, l'Antitrust boccia la polizza casa
Tesauro: l'assicurazione anti-calamità limita la concorrenza. Dalle Fondazioni un miliardo per il 30% della Cassa spa Riproposto il bonus-nonni, nuove imposte sulle armi. Ultimo assedio alla manovra, 4 mila emendamenti da esaminare entro giovedì

ROMA - Un miliardo e 56 milioni di euro sotto l' albero. Entro Natale, forse prima, le fondazioni di origine bancaria entreranno nel capitale della nuova Cassa Depositi e Prestiti, trasformata in società per azioni. E gireranno al Tesoro, per una quota che secondo ipotesi di studio molto avanzate si aggirerebbe sul 30%, un assegno da più di un miliardo. Soldi che finiranno nel fondo ammortamento per la riduzione del debito pubblico. Le fondazioni si sono riunite ieri e hanno sostanzialmente dato via libera all' operazione. Perché si realizzi si attende ora l' approvazione del decreto del presidente del Consiglio con il nuovo statuto della Cassa. Il testo è pronto, ma non c' è ancora un accordo politico sulle nomine al vertice dell' istituto, anche se la guida operativa sarà quasi certamente confermata nelle mani di Antonino Turicchi. La disponibilità delle Fondazioni è stata ben accolta dal ministero dell' Economia, impegnato duramente in Parlamento nella difesa della Finanziaria 2004, subissata da 4.000 emendamenti. Problema cui ieri si è aggiunta la bocciatura da parte dell' Antitrust della polizza assicurativa obbligatoria sulla casa contro le calamità naturali. Secondo il Garante la polizza obbligatoria proposta dal governo, che finora faceva fronte alle calamità ricorrendo alla fiscalità generale, rischia di «compromettere la concorrenza a danno dei consumatori». Le sue modalità, ha fatto sapere ieri l' Antitrust con una segnalazione al Parlamento, «non appaiono chiare e definite, nè in grado di garantire un' efficace ed effettiva copertura assicurativa». Il relatore della Finanziaria, Gianfranco Blasi, di Forza Italia, ammette che a lui la polizza non piace, e che «sembra non piacere al paese», ma il governo non pare disposto a rinunciarvi. «Non credo che crei turbative di mercato» ha replicato il sottosegretario all' Economia, Giuseppe Vegas. Da martedì la Finanziaria e gli emendamenti saranno al voto della Commissione Bilancio, che entro giovedì dovrebbe dare mandato al relatore per l' Aula. Gran parte delle proposte di modifica vengono dall' opposizione, ma la maggioranza non è rimasta con le mani in mano. Vittorio Emanuele Falsitta ha proposto una tassa sull' esportazione di armi, mentre Sabatino Aracu, sempre di Forza Italia, ha riproposto il condono sulle multe. La Lega chiede l' accelerazione dei pagamenti ai fornitori della pubblica amministrazione, An ripropone il bonus per gli anziani, l' Udc chiede 650 milioni per i forestali della Calabria. Il Tesoro sembra intenzionato a resistere agli ultimi assalti, e nel frattempo prepara i suoi emendamenti. Ieri il Consiglio dei ministri ha trovato un intesa per destinare 500 milioni in più alla sicurezza. I fondi arriveranno quasi certamente dall' aumento delle accise sul tabacco. Due punti in più porterebbero 800 milioni, utili anche per alleggerire i tagli previsti nel 2004 sui bilanci degli enti locali.

Sensini Mario

CASSA DEPOSITI FONDI ALLA DE-TAX ANZIANI A CARICO LA MANOVRA ANTI CALAMITA'

La legge di bilancio prevede la trasformazione in società per azioni della Cassa depositi e prestiti, da cui si attendono benefici contabili sul debito pubblico. Entro il 10 dicembre potrebbe chiudersi la trattativa per l'ingresso nel capitale delle Fondazioni Una tassa speciale sulle esportazioni dei materiali di armamento a carico delle imprese esportatrici. La proposta di Emanuele Falsitta (FI), consentirebbe di innalzare da 5 a 50 milioni di euro i fondi destinati alla de-tax Un fondo di 150 milioni a sostegno dei nuclei familiari con anziani a carico. È la nuova versione del «bonus-nonni» di cui si è parlato nell'esame al Senato. La somma sarebbe reperita dal Fondo per le politiche sociali Condono edilizio, nuove cartolarizzazioni, dismissioni immobiliari, concordato preventivo per autonomi e piccole imprese sono le misure che da sole garantiscono 13 miliardi su 16 della correzione dei conti pubblici del 2004 Nella Finanziaria si prevede l'introduzione di una polizza obbligatoria «anti-calamità» naturali, dai terremoti alle alluvioni. Ieri l'Autorità Antitrust ha segnalato al Parlamento che la misura avrebbe un effetto distorsivo sulla concorrenza

Da IL CITTADINO del 29 11 03

Alluvione,una fiaccolata per ricordare
A sfilare per piazza Barzaghi, via Lodino, corso Umberto erano in 250, forse 300. Tutti dietro a uno striscione con la scritta «Comitati degli alluvionati». Ma gli altri abitanti di Lodi non hanno accompagnato il corteo voluto dai Comitati degli alluvionati per ricordare la piena del 26 novembre di un anno fa: c'era solo qualche politico o amministratore comunale. Era una Lodi cupa e vuota quella in cui sono sfilate le fiaccole colorate.

Slogan, qualche politico, molta polizia, ma stavolta il sindaco non viene contestato

La fiaccolata degli alluvionati sfila in una città indifferente

È una Lodi cupa e vuota quella in cui sfilano le fiaccole colorate. L'aria scura della sera è impregnata dell'umidità della giornata di pioggia, dalle finestre qualcuno si affaccia con circospezione. La città non ha accompagnato il corteo voluto dai Comitati degli alluvionati per ricordare la piena del 26 novembre di un anno fa. Così sono stati loro stessi, ieri sera, a stringersi in un ideale abbraccio quando, arrivati in piazza della Vittoria, si sono allargati in fila indiana fino a occupare il perimetro del quadrilatero. Erano partiti una ventina di minuti prima dal fiume, un occhio alle acque limacciose dopo le piogge di questi giorni. Appuntamento alle 19.30 sotto la scuola media Paolo Gorini. Gli alluvionati della riva sinistra e quelli della riva destra. In testa Carlo Bajoni e Domenico Ossino, i due coordinatori, dietro lo striscione. Sopra c'è scritto semplicemente "Comitati degli alluvionati".

Niente drappi, nessuna insegna. Quando una delegazione della Lega Nord si è presentata con le bandiere verdi qualcuno ha alzato la voce finché il sole padano è stato ammainato. Sono in pochi a urlare slogan. Il gruppo di testa e un gruppo di signore, in fondo. «La sicurezza deve essere una certezza» urlano, poi «L'Adda è un bene, proteggerla conviene», «Dobbiamo dragare per non annegare». A sfilare per piazza Barzaghi, via Lodino, corso Umberto sono in 250, forse 300. C'è l'assessore ai lavori pubblici di Lodi, Emiliano Lottaroli, con la candela in una mano e la pipa nell'altra. Ci sono Mauro Rossi e Luigi Augussori, capogruppo in consiglio comunale e presidente del consiglio di zona di San Fereolo Robadello, della Lega Nord. Ci sono Simone Uggetti e Andrea Ferrari, consiglieri comunali dei Democratici di sinistra e Giuseppe Monforte della Margherita. Poco distante marcia Paolo Colizzi, presidente del consiglio comunale. Poi Gianfranco Concordati, consigliere regionale diessino, e il senatore della Quercia Gianni Piatti. Defilato c'è anche un altro diessino, Franco Pinchiroli, ex presidente di Porta d'Adda, che ieri ha presentato un'interpellanza al sindaco contro le chiuse del Pratello, le idrovore previste sulle rogge Gelata e Gaetana che per la sua stessa maggioranza di centro sinistra metteranno in sicuro la zona di via Bocconi. «Ma il rigurgito d'acqua danneggerà la Martinetta e altre zone. Bisogna intervenire, ma non così».

Sotto la prefettura ci sono due volanti della polizia. Ma quasi nessuno alza gli occhi verso il palazzo del rappresentante del governo. Per il resto del tragitto questura, carabinieri e polizia locale seguono il corteo con attenzione e discrezione. All'ingresso di piazza della Vittoria ci si incanala in fila indiana lungo il perimetro. Altri slogan rimbombano nel silenzio: «Non vogliamo tremare per ogni temporale», «Stare all'asciutto è un nostro diritto». Poi ci si rimette in marcia verso corso Roma. «Lodi è proprio un deserto» commenta una signora in via Marsala. All'ingresso del teatro del collegio San Francesco, dove si terrà la seconda parte della serata, si spengono le fiaccole. Pochi metri più in là, in via San Francesco, ci sono altre volanti. «Avevano paura che andassimo sotto le finestre del sindaco» commenta qualcuno. A pochi metri di distanza abita Aurelio Ferrari: arriverà dopo qualche minuto, sedendosi in seconda fila, lo sguardo teso. Invece non succederà niente quando prenderà la parola per ricostruire la cronologia delle ore dell'alluvione. Non si ripeteranno i fischi e le scene dell'assemblea alla scuola Don Milani del 17 gennaio. Gli animi si sono calmati, soprattutto si sono diradate le fila degli alluvionati. Qualcuno è andato via prima di entrare in sala, ci sono molti posti vuoti. Bajoni allarga le braccia: «Si sa che è così, d'altronde qui ci siamo solo noi, stasera».

Sullo schermo passano filmati amatoriali senza il sonoro e fotografie. C'è la Piarda Ferrari come una palude con una gallina che cerca riparo sui rami. Salotti devastati e interni di abitazioni, con le persone che smettono di spazzare acqua per indicare il livello dell'acqua sui muri. La villa razionalista di viale Milano 1, tutta spigoli e angoli retti, che emerge surreale dall'acqua marrone. Via Bocconi intasata di fango e olio, la gente ferma a guardare attonita, come dopo un bombardamento. Prende la parola Bajoni, seguito da Ossino, per parlare del progetto dell'argine lungo la strada per Boffalora. Ringrazia comune e provincia per il progetto: 2 milioni 786 mila euro per mettere in sicurezza Campo di Marte. La gente rumoreggia quando aggiunge che la fine dei lavori è prevista per l'autunno 2006. La nuova battaglia dei Comitati si svolgerà a monte di Lodi: «Terreni agricoli che possano essere allagati per alleggerire la pressione dell'acqua sulla città. Indennizzare un agricoltore costa meno che rimborsare migliaia di cittadini». Il pensiero va a Scanzano, dove la rivolta di cittadini e amministratori locali sotto le finestre del governo ha dirottato altrove il cimitero di scorie nucleari. A Scanzano c'era il sindaco del paese in prima fila. Ieri sera Ferrari non è stato contestato.

Fabrizio Tummolillo

A Lodi Vecchio raccolti 3.900 euro per le famiglie colpite dalla piena

Lodi Vecchio, un anno fa, in piena emergenza alluvione, non ha perso un attimo per cercare di aiutare chi era stato coinvolto nella furia della calamità naturale. A dicembre e in gennaio sul territorio si erano svolte più iniziative a sostegno di queste persone finalizzate alla raccolta fondi. Ma si era fatto anche di più: era stato aperto presso la banca locale un conto corrente sul quale domiciliare i fondi. E ora è ufficiale: Lodi Vecchio ha raccolto per le persone alluvionate di Lodi 3.900 euro. «Certo - fanno sapere ora gli amministratori comunali - il periodo invernale ha impedito che si realizzassero più manifestazioni e anche che venissero coinvolte più persone di quante non si sia riuscito a fare. In ogni caso si è vista la volontà di aiutare e di far aiutare, anche da parte delle associazioni locali». I soldi saranno presto consegnati dal comitato ludevegino agli interessati di Lodi.

Disabili sono rimasti fuori quattro mesi, tutti gli arredi distrutti: «Non ci sono strutture alternative»

Campo di Marte, la comunità è rinata

Dopo l'alluvione, il ritorno a casa dei disabili ospiti della comunità di Campo di Marte, gestita dal comune in convenzione con la comunità Il Mosaico, non è stato facile: «Sono stati fuori dal loro ambiente per quattro mesi e quando sono rientrati si sono ritrovati spazi rivoluzionati, arredi rinnovati, dato che siamo stati costretti a buttare via praticamente tutto - dice il funzionario comunale dei servizi sociali Sabrina Massazza -. I ragazzi hanno dovuto riappropriarsi delle loro cose, un processo che ha comportato fatica e un certo periodo di tempo».

Ma ora tutto sembra essere tornato nella norma a Campo di Marte, che recentemente è stata oggetto di verifica da parte della commissione sicurezza sociale. «I disagi legati all'alluvione sono stati superati - precisa la presidente Alida Fratesi -, resta però la criticità legata all'assenza di strutture alternative che consentano di ospitare disabili di età il più possibile omogenee».

Oggi gli ospiti hanno un'età che va dai 25 ai 55 anni, frequentano strutture diurne, escono, qualcuno lavora per raggiungere l'autonomia personale, uno di loro sarà inserito nel mondo produttivo attraverso una borsa lavoro, ma l'obiettivo è quello di sviluppare l'autonomia abitativa, senza particolari contatti con gli operatori di sostegno, dove possibile e assistita negli altri casi, fermi restando i progetti di vita "ritagliati" sulla vita di ciascuno. «Enti locali, unità di valutazione handicap, associazioni, sono chiamati ad affrontare questa emergenza - aggiunge Alida Fratesi -. Bisogna abbattere quelle barriere culturali che purtroppo permangono, ma penso che ci siano buone possibilità per promuovere l'autonomia residenziale dei disabili nel prossimo futuro».

L'associazione Aiutiamoli ha già ottenuto una casa in affitto e sta sperimentando i primi pernottamenti, mentre Il Mosaico è alla ricerca di due appartamenti continui da comprare per avviare un progetto di residenzialità per i suoi ospiti.

Zoncada ci riprova

Un supermercato nella zona finita sott'acqua

L'alluvione del 2002 pare proprio non avere insegnato niente. L'impressione scaturisce dal fatto che lunedì scorso, a due giorni dal tragico anniversario del 26 novembre, la commissione territorio del comune si è ritrovata all'ordine del giorno la variante al piano regolatore per la costruzione di un supermercato nell'immediato Oltreadda, in un terreno fra la strada per il cimitero di Riolo e quello per Crema, un'area che lo scorso anno non venne risparmiata dall'Adda. Altro che stop all'edificazione nelle zone esondabili, il piano commerciale, di cui si era parlato nel dicembre del 2002, non è stato affatto accantonato, tanto che l'iter per l'approvazione in consiglio comunale ha già interessato la commissione. «La domanda del lottizzante - chiarisce il sindaco Aurelio Ferrari - è stata depositata prima dell'alluvione, nell'agosto del 2002. È chiaro che il problema dell'ubicazione esiste, alla luce di quanto avvenuto, sebbene quell'area, stando alla documentazione in nostro possesso, non dovrebbe correre particolari rischi». Un conto però sono le carte, un altro i fatti. «Evidentemente la compatibilità ambientale, rispetto al piano di assetto idrogeologico, sarà da valutare con attenzione - continua il sindaco -. La zona ha bisogno di un supermercato, ma la costruzione di un complesso della piccola o media distribuzione in un'area potenzialmente pericolosa non potrà prescindere dall'osservanza di tutte le norme di sicurezza». Dunque si andrà con i piedi di piombo. La richiesta è stata presentata dal proprietario Desiderio Zoncada, imprenditore, patròn della Star e vice presidente vicario del gruppo Bpl, ed è indirizzata a ottenere una variante del piano regolatore che "restituisca" ai titolari, prendendola dalla fascia di rispetto della vecchia strada per Riolo, una fetta di terreno sottratta con la costruzione della tangenziale. Sul comparto di 11.500 metri quadrati si potrà costruire un complesso da 3.800 metri quadrati di struttura coperta, in cui sorgerà un centro commerciale, essenzialmente alimentare, vasto meno di 2.500 metri quadrati. «L'area ha destinazione commerciale e il Piano di assetto idrogeologico non prevede in zona vincoli rispetto all'edificazione, se si escludono prescrizioni tecniche riguardanti l'edificio - precisa l'assessore all'urbanistica Leonardo Rudelli -. Il che significa che i proprietari possono costruire senza attendere le previste difese spondali. Detto questo non possiamo nascondere la nostra preoccupazione. Proprio per fugare ogni dubbio, la commissione ha stabilito di chiedere un parere ai nostri consulenti idraulici, i quali dovranno fornire una valutazione proprio alla luce dell'esondazione del 2002». Ci vorrà del tempo, prima che la pratica urbanistica approdi in consiglio comunale e quando arriverà, in ogni caso, sarà corredata da una relazione firmata dagli esperti.

Arrigo Boccalari

Da il CORRIERE DELLA SERA del 29 11 03

Fiaccolata per ricordare l'alluvione di un anno fa
LODI - Centinaia di persone hanno partecipato ieri sera alla fiaccolata organizzata dai comitati degli alluvionati di Lodi, in occasione dell'anniversario dell'inondazione del fiume Adda, che nel novembre dell'anno scorso aveva allagato mezza città, raggiungendo quartieri da sempre ritenuti sicuri. Il corteo dei manifestanti è partito da via Mattei, ha attraversato alcune strade del centro e si è concluso al teatro San Francesco, dove sono state proiettate diapositive sugli allagamenti e sui danni ingenti che hanno provocato e si è tenuto un dibattito pubblico. «L'obiettivo di questa manifestazione - ha detto Domenico Osino, presidente del comitato alluvionati riva destra - rimane quello di non dimenticare un evento disastroso e sollecitare gli organi responsabili ad attuare gli interventi necessari perché episodi del genere non abbiano più a ripetersi. E' soprattutto questo il nostro obiettivo per il futuro». Le manifestazioni organizzate dai comitati degli alluvionati in occasione del primo anniversario proseguono oggi e domani. Dalle 8 alle 20, sotto i portici di piazza Vittoria, sarà allestita un' esposizione di 500 fotografie scattate durante l'inondazione.

Scotti Diego

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