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RESOCONTI SETTIMANALI

COMITATO ALLUVIONATI LODI ONLUS

Indice

Settimana del
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13/10/2003
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Comitato alluvionati
Lodi Onlus:

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Via Luigi Bay 26/G
26900 Lodi
Telefono

339-7495130
Posta elettronica

c.al.lo@tin.it

cronaca politica lodi

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Con ritardo vi trasmetto la cronaca di nostro interesse della settimana appena trascorsa. Giovedì 16 abbiamo avuto un incontro con il Prefetto di Lodi, del quale vi illustrerò nella prossima assemblea Sempre giovedì 16 ottobre abbiamo presentato un nuovo atto ricorso contro il Comune, per le chiaviche di viale Milano.
Per diritto di replica, vi invito a leggere la lettera del consigliere comunale di Lodi Gio Gozzi.
Il testo del ricorso al TAR potete scaricarlo dal nostro sito:
www.nautilaus.com/alluvionati.htm
Domenico Ossino
Presidente c.al.lo. onlus

Da Lettere al IL CITTADINO del 15 10 03
LODI
Anch'io ho votato per Guerini

Mi sia consentito di rispondere al signor Stefano Caserini, con cui avrei piacere di parlare, se non altro per capire se è in buona fede. Anche perché mi è parso che abbia capito ben poco della mia lettera al «Cittadino», o forse, semplicemente, non ha voluto capire. Poiché una proposta chiara è stata fatta: acquisire all'uso pubblico tutte le aree centrali in prossimità della stazione ferroviaria, principiando dalle Abb Adda, prima che questa prenda la destinazione dei condomini residenziali, come è accaduto per la Sordi, per l'area dell'ex Consorzio agrario, per quella dell'ex mercato ortofrutticolo e per quella dell'ex stabilimento dei Mangimi Ferrari, dei Magazzini Generali, ecc. Altre città, diversamente da Lodi, lo fanno o l'hanno fatto. Mi limito a citare la vicina Milano che, nelle aree dell'ex mercato ortofrutticolo, ha realizzato un parco e nelle ex aree della Bovisa ha realizzato l'università, nelle ex aree della Bicocca ha creato il teatro degli Arcimboldi, e nella ex raffineria di Pero il nuovo polo fieristico. Che a Lodi sia la Bipielle a realizzare quel centro direzionale da me proposto va benissimo; che il progettista sia un grande nome quale quello dell'architetto Botta, va ancor meglio. Che in quelle aree preziose si debbano costruire altri alloggi di lusso, mi sembra uno spreco, un errore, una occasione perduta per fare qualcosa di grande.
Non ritiene il signor Stefano Caserini che il concedere sempre e ovunque immobili a uso abitativo sia una anomalia tutta lodigiana? E che sia poco di "sinistra" o di centrosinistra essere così proni a favorire tre o quattro imprenditori edili e i loro lucrosi profitti? Questo monopolio delle aree ha determinato un caro case che non ha limiti e il cui bel risultato lo si è potuto osservare con la recente alluvione. Una Lodi dove il poco verde dell'Isola Carolina è stato ridotto di un terzo per far posto al cemento, e questo in barba al vincolo ambientale e monumentale del torrione, simbolo di Lodi, il quale, però, per l'inerzia dell'amministrazione, sta ora cadendo a pezzi.
Il signor Caserini Stefano vuole un'altro proposta? Restauriamo il torrione e ripristiniamo al suo intorno un giardino verde, demolendo la bruttura di quell'edificio a ridosso di quel monumento storico. Ora l'amministrazione comunale di Lodi sembra che stia attendendo che crolli l'Antico Forno Italiano del Sandone, se non è già stato demolito. Potrei farne cento di proposte, ma il signor Caserini poi mi chiederebbe con quali soldi e io gli dovrei rispondere: con quelli buttati via in luminarie senza valore, oppure con l'inutile rifacimento della piazza San Francesco - Ospitale, e così continueremmo all'infinito, senza costrutto, perché il suo compito è sminuire e porre dubbi e ombre affinché tutto continui come sempre.
L'onorevole Lodigiani ha proposto Efeso, un progetto interessante, sia pur discutibile, ma mai discusso seriamente e vanificato nei fatti, avendo l'amministrazione comunale compromesso le aree che sarebbero servite per realizzarlo. Ho chiesto, tramite le molte mie osservazioni alle molte varianti del Prg, che fosse fatto, prioritariamente a ogni scelta, un piano dei servizi, come la legge regionale n. 1 del 2001 fa obbligo di effettuare, senza però conseguire alcun risultato. E la ragione del diniego è facile da capire: si vogliono occupare prima tutte le aree libere, destinandole all'edilizia residenziale e poi, solo dopo di ciò, "scoprire" che di aree centrali giuste per onorare i disposti del D.L. 1444 del 2 aprile 1968, guarda caso, non ce ne sono più. Non so se il signor Caserini queste le chiami proposte. Se così fosse, ne ho fatte proprio tante, ma tutte inutilmente. Perché non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Cosa rimprovero ai politici che in provincia e nel capoluogo governano da dieci anni il territorio? Rimprovero proprio il fatto di non aver fatto nulla di sinistra, se si ritiene che "essere di sinistra" debba significare la tutela del patrimonio di tutti, il garantire il verde, l'aria, l'acqua, gli elementi che servono per vivere e respirare, soprattutto per chi non ha i soldi per disintossicarsi nei paradisi naturali. Parchi, giardini e asili sottocasa, attivati per mamme e anziani, e servizi pubblici per le classi più deboli che non si possono permettere altro. È proprio questo che non vedo realizzare dalle attuali amministrazioni e che, appunto, rimprovero loro. E non mi pare proprio di aver contrapposto, come buona amministrazione, alcune volontà di governo o della regione Lombardia che non condivido, quali il condono edilizio e le autorizzazioni a nuove centrali termoelettriche nel Lodigiano, poiché sono dell'idea che ciascuna provincia debba tenersi lo sporco in casa sua e, di conseguenza, che si facciano le centrali dove c'è il consumo, nella misura che serve in quei territori. Poiché non capisco per quale ragione il Lodigiano, un patrimonio inestimabile di verde agricolo ad alto valore produttivo, debba essere sacrificato con la sua gente per diventare la pattumiera di Milano, di una Milano luccicante di luminarie e di vetrine e dagli alti redditi. Né comprendo per quale ragione noi si debba essere condannati a vivere nel retrobottega di un'area ricca e industriale, un retrobottega dove si nasconde lo sporco e tutto ciò che è male (e per questo nascosto fra i nostri alberi per non farlo vedere), pagando queste scelte permissive dei nostri amministratori con la nostra salute. Che il signor Stefano Caserini faccia il capzioso e il polemico per negare queste verità non può che dispiacermi, anche perché, come lui, purtroppo, ce ne sono tanti.
Pongo sotto accusa la provincia di "sinistra" e i comuni di sinistra o di destra, poco importa, in quanto hanno tradito il loro compito di pianificare e tutelare il territorio, per aver acconsentito colpevolmente ad accogliere ogni richiesta, cosicché discariche, logistica, industrie inquinanti e chi più ne ha più ne metta, hanno trovato solerte accoglienza nel Lodigiano, determinando in alcuni casi processi di cementificazione e di conurbazione insostenibili, come è visibile a tutti nel tratto da Lodi al casello dell'Autostrada del sole. Certo che proposte responsabili ne ho, ma per descriverle tutte mi occorrerebbero tre interi numeri del «Cittadino». La mia lettera voleva essere una presa di coscienza e un invito alla ribellione esteso a tutti, senza distinzione di colore politico. Dirò una cosa che sorprenderà, a dimostrazione che non scrivo per partito preso: anch'io ho votato per Guerini, non essendo al tempo iscritto ad alcun partito. Ma di quel mio voto di fiducia mi sembra, ora, giusto chiedere conto a Guerini, così come agli altri.
Gio Gozzi Lodi

Da Lettere al IL CITTADINO del 13 10 03
LODI
Anche noi abbiamo avuto il nostro Vajont

Mercoledì 9 ottobre, ore 22. In programmazione su Raiuno il film "Vajont". Scorrono le immagini.
Pochi minuti prima del disastro "annunciato", l'attore che impersona nel film il direttore della diga, rispondendo al tecnico che, sul posto, lo mette in allarme cogliendo segni del disastro, pronuncia la frase: «Non creiamo allarmismo».
Poco dopo il fatto si compie.
La memoria corre al 26 novembre 2002, giorno dell'alluvione a Lodi. Anche per noi la stessa frase. L'hanno sentita e riferita in molti. Anche noi abbiamo avuto il nostro Vajont.
La storia, evidentemente, a prescindere dalla diversa modalità e gravità del fatto, nulla insegna...
Gaia Bocchioli Lodi

Da IL GIORNO del 15 10 03
Un Idroscalo in riva all'Adda

MONTANASO LOMBARDO — Sala consiliare gremita di cittadini lunedì sera in occasione dell'incontro promosso dalla lista locale «Forza Montanaso» sul tema «Recupero e utilizzazione della Cava Belgiardino». Una partecipazione che ha interessato anche parecchia gente di Lodi, curiosa di sapere quali sono i progetti legati al futuro della cava. Attiva dalla seconda metà degli anni Settanta, la cava è situata in territorio comunale di Montanaso Lombardo e fornisce ghiaia e sabbia. Lunga circa un chilometro, larga dai 250 ai 300 metri, profonda mediamente 25 metri, è posta in parallelo al corso del fiume Adda dal quale dista alcune centinaia di metri.
L'attività estrattiva, ancora in funzione, ha provocato la formazione di un vero e proprio laghetto, peraltro molto suggestivo e spettacolare. Il Comune di Montanaso si cura di far effettuare periodicamente alcuni controlli per evitare lacerazioni all'ambiente, visto che la concessione della cava, gestita da privati, prevede determinate norme di rispetto. La concessione sarà attiva per altri cinque anni, peraltro rinnovabili alla scadenza per altri dieci anni (spetta alla Provincia di Lodi, sentito il parere del Comune, la licenza di merito).
In pratica, a fronte di un laghetto artificiale già ormai delineato, si prosegue nell'attività estrattiva, sia pure nel rispetto delle regole previste dall'accordo di concessione. Il dibattito ha riguardato il futuro del laghetto e degli spazi adiacenti. C'è stata una introduzione del responsabile di «Forza Montanaso», Claudio Pedrazzini, il quale ha evidenziato la necessità, rilevata dalla sua lista (che in Comune a Montanaso siede sui banchi della minoranza) di esaminare e discutere le proposte di recupero dell'intera area del Belgiardino. Proposte che sono state illustrate dal sindaco Silverio Gori.
Dopo aver fatto la cronistoria della cava, il primo cittadino si è addentrato appunto nella descrizione dei progetti già approvati, i quali prevedono una destinazione a svago, per attività ricettive, utilizzo dello specchio d'acqua con barche senza motore, attività di pesca sportiva, razionalizzazione degli spazi delle rive (rispetto di 25 metri dal catino d'acqua) con strutture ricreative e di richiamo.
Il presidente del Parco Adda Sud, Attilio Dadda, ha insistito sulla salvaguardia dell'ambiente, con la necessità di partire subito nella realizzazione delle infrastrutture, così da dare l'esempio per iniziative similari. Cesare Cadeo, assessore alla provincia di Milano (si occupa, tra l'altro, della gestione dell'Idroscalo), ha apprezzato le intenzioni del Comune di Montanaso riguardo al Belgiardino e, parlando della esperienza dell'Idroscalo, si è soffermato su interventi misti pubblici e privati. Tra gli altri intervenuti, anche il presidente della Confartigianato della Provincia di Lodi, Antonio Palermo, che ha insistito sulla necessità di dotare l'area di attività ricettive.
di Luigi Albertini

Da IL CITTADINO del 15 10 03
Groppali mira a valorizzare gli insetti come cuore di un'agricoltura compatibile con la natura e a far conoscere le farfalle «Dobbiamo salvare le nostre paludi»
Il direttore del Parco pensa anche al recupero delle cave a lago

Il punto di forza del Parco Adda Sud nei prossimi anni sarà il potenziamento delle zone umide. E in zone umide potrebbero trasformarsi anche le cave a lago purtroppo già presenti sul territorio. Il direttore del consorzio lodigiano Riccardo Groppali si è appena insediato, ma ha già alcune idee chiare su come organizzare la tutela del nostro patrimonio ambientale. Mettendosi, per esempio, sulle orme dei segreti naturali ancora da svelare, sfruttando in qualità di segugi numero uno le guardie ecologiche. «Sarebbe interessante scoprire - dice Groppali - dove sono i cervi volanti, dove volano la farfalla delle paludi e la Zerinthia, quella gialla e nera, che è in via di estinzione. Ma ancora numerosi altri sarebbero i particolari da approfondire: dove sono le tane dei tassi, dove vengono a svernare i corvi e dove si trovano alcuni insetti come l'aromia moscata e la ceramice. Di loro non si sa nulla». Il direttore ha il ruolo di tecnico, le sue proposte poi devono integrarsi con la volontà politica del consiglio di amministrazione. Per intanto, però, bisogna farsi venire delle idee e progettare dei sistemi di riqualificazione del territorio. Groppali ha percorso a piedi quasi tutto il perimetro del parco, da Rivolta a Castelnuovo, essendosi occupato in passato del piano territoriale di coordinamento. «Mi piace muovermi pensando che tutte queste zone dove ho camminato anni fa avanti e indietro devono essere viste da altri, la Zerbaglia, il bosco della Pianella, il parco della preistoria, ma anche Soltarico e Abbadia Cerreto, un paesaggio che ti fa sembrare di essere al di fuori del mondo. Senza dimenticarsi di citare veri e propri gioielli come l'Adda morta di Pizzighettone. Il mio compito è di mantenere questi paradisi naturali e conservarli il più possibile». Il direttore insegna conservazione della natura a biologi, geologi e naturalisti dell'Università di Pavia, ma anche ecologia applicata agli architetti del Politecnico milanese. L'attività che lo diverte di più sono le 6 ore di insegnamento ai musicologi di Cremona. Deve occuparsi di elementi di botanica, così si può sbizzarrire nell'insegnare conservazione della natura.
Quali sono i suoi obiettivi?
«Ipotizzare un modello agricolo produttivo, mantenendo la struttura portante del paesaggio. In genere approviamo le richieste degli agricoltori per quanto riguarda i tagli delle piante, purché si impegnino a ripiantumare qualcos'altro. L'obiettivo è rendere tematico il paesaggio: togliere le robinie perché sono infestanti e infastidiscono gli altri alberi nei filari. Anche gli ailanti, per esempio, si possono sostituire con le piante tipiche, querce, salici, pioppi e aceri della nostra tradizione paesaggistica».
Qual è l'aspetto più interessante del parco da valorizzare?
«Il fiume, sicuramente, come elemento in continuo mutamento. Ma soprattutto vorrei ripristinare le zone umide che il fiume ha regimato e abbassato e che non vengono più alimentate dalle acque. Il Parco Adda Sud è un parco di palude. Le aree boscate sono isolate e piccole, quelle umide, invece, numerose e ben distribuite. Ma anche difficili da mantenere, perché si modificano rapidamente: i canneti avanzano, i salici anche e l'area si trasforma in bosco».
Quali sono le zone umide nelle quali è necessario un intervento?
«Il Mortone, per esempio, è sempre stato ricco d'acqua e adesso invece si è asciugato, la lanca di Soltarico, l'Adda morta di Pizzighettone e la lanca della rotta, a Cavenago, dove l'acqua sta iniziando a diminuire. La Zerbaglia è ben conservata perché subisce costanti interventi. La sfida è avere le risorse necessarie, mentre un problema è rappresentato dal fatto che le zone umide sono quasi tutte riserve di caccia. Tendenzialmente l'attività venatoria dovrebbe essere esclusa, anche se le zone meglio conservate sono proprio le riserve».
Ma a cosa servono le zone umide?
«Sono molto importanti. Un fiume ben dotato di zone umide è corridoio di transito di numerosi migratori che attraversano il Sahara e vanno a riprodursi nel Nord Europa. Un fiume senza paludi è pressoché inutile. Nelle acque ferme gli uccelli possono riposarsi durante il percorso migratorio, mentre non potrebbero farlo nell'acqua corrente del fiume e in mezzo ai rami insidiosi dei boschi. La palude, inoltre, protetta dalla fitta vegetazione presente lungo le sponde, offre agli uccelli abbondanza di cibo. Molti animali come anatre, limicoli, cavalieri d'Italia e piro piro vengono a svernare qui».
Lei è un esperto di insetti. Questo che effetti avrà sul Parco?
«Gli insetti sono la base dell'alimentazione di molti volatili. Ma anche il riccio, la talpa, i ragni hanno come piatto forte gli insetti e tutti i fiori vengono impollinati da api, mosche e coleotteri. Senza dimenticare anche la valenza della piccola fauna. La processionaria della quercia, l'infantria americana e la piralide del mais (che secondo alcuni andrebbe distrutta coltivando mais transgenico, ndr) possono venire parassitati e distrutti da altri insetti».
La piccola fauna viene utilizzata anche in agricoltura.
«Adesso si sta diffondendo la pratica della coltura biologica anche qui da noi, della lotta guidata e dell'agricoltura biodinamica che assecondano i meccanismi della natura. Per distruggere i nemici dell'orzo, gli afidi, per esempio, invece di usare i velenosi pesticidi basterebbe piantare il sambuco, fonte di attrazione per i loro avversari. L'ambiente sicuramente ringrazia questo genere di agricoltura e anche i produttori dovrebbero farlo, visto che smetterebbero di utilizzare sostanze velenose».
Un progetto che le sta a cuore?
«Mi piacerebbe realizzare nel parco percorsi tematici dedicati alle farfalle e alle libellule, per coinvolgere soprattutto le scolaresche. Sorta di visite guidate, nell'ambiente, sulle orme di questi animali».
Ma è così facile vederli?
«È proprio questo il bello. Ci sono dei punti più favorevoli, come l'Adda morta di Pizzighettone o il Mortone di Cavenago. Per mantenere le farfalle, per esempio, basta coltivare determinate essenze e sfalciare solo in certi periodi dell'anno. Se si sbaglia anche solo un dettaglio gli insetti se ne vanno».
Cosa dice delle cave presenti nel parco?
«Mi sono occupato di recupero naturalistico delle cave. La scelta di farle e la localizzazione non dipendono dal Parco. Visto che dobbiamo subirle possiamo solo muoverci per il recupero. In questo senso alcune cave a lago dismesse possono diventare risorse ambientali di pregio. Il problema è che le cave sono molto grandi e profonde».
Cristina Vercellone

Il Consorzio Muzza insegna come non rimanere a secco

La Muzza fa lezione: il Lodigiano è stato fra i pochissimi territori agricoli a salvarsi dalla siccità di quest'estate, e il merito va al canale Muzza, che, forte di 500 anni di storia e di una gestione completamente automatizzata di livelli e portate, ha assicurato l'approvvigionamento idrico a tutti i coltivatori inseriti nel suo reticolo di canali e colatori. Proprio per questo motivo si è tenuta nei giorni scorsi, presso la sede del Consorzio in via Nino dall'Oro, una lezione di idraulica applicata al territorio, nell'ambito di un corso di aggiornamento promosso dalla regione Lombardia, cui hanno partecipato tecnici delle pubbliche amministrazioni provenienti da quasi tutte le regioni del bacino del Po.
Obiettivo delle lezioni, tenute dai tecnici Marco Chiesa, Fausto Cremascoli, Massimo Servidati e Alessandro Gallarati, con la comunicazione curata da Natalia Viganò, l'uso plurimo dell'acqua: da quello irriguo al raffreddamento delle centrali termoelettriche di Cassano e Tavazzano, passando quindi per la generazione idroelettrica a Paullo, Bolenzana, Quartiano, Montanaso e Bertonico (oltre 50 megawatt all'anno), l'allevamento di pesce a Lodi Vecchio e a Cornegliano, il mantenimento di zone umide e del minimo vitale dell'Adda, anche attraverso quanto, dai canali in terra, discende nella falda, e il drenaggio delle bassure, attraverso il sistema di idrovore lungo il Po, che assicurano la fruizione di circa 20 mila ettari di Bassa Lodigiana. Un equilibrio ottenuto con il lavoro di secoli, scavando quel "fiume" artificiale che è la Muzza, lunga circa 40 chilometri, e collegandovi sapientemente un reticolo di migliaia di chilometri di rogge e canali.
Gli eventi meteorologici estremi dell'ultimo anno, a partire dall'alluvione del 26 novembre 2002, hanno confermato la necessità di un miglior governo del rapporto tra il territorio urbanizzato e i corsi d'acqua. Ma quello dell'emergenza è solo uno degli aspetti, dato che, come ha potuto essere illustrato ai tecnici a lezione attraverso alcune tappe sul canale, non mancano neppure le opportunità di valorizzazione dell'ambiente naturale e di fruizione ciclopedonale delle alzaie, come sottolinea il direttore del Consorzio, Ettore Fanfani. Tutti esempi molto apprezzati dagli "allievi", che a loro volta, anche in sede di programmazione urbanistica o idraulica, potranno trovare spunti nel "sistema Muzza".
Car. Cat.

Oasi dell'Isolabella: la parola ai cittadini

Dovrà diventare un parco pubblico e prevedere al proprio interno una difesa spondale. Con questi due punti fermi e poco altro l'assessore all'ecologia del comune di Lodi Francesco Marzorati si presenterà all'assemblea pubblica indetta per le 21 di venerdì 24 ottobre nella sede del consiglio di zona di Porta d'Adda, in via Maddalena 10, per parlare dell'Isolabella. «Una proposta volutamente carente» sottolinea Marzorati: volontà dell'amministrazione comunale è infatti quella di coinvolgere i cittadini di Lodi nella progettazione della zona avviando così quella politica della partecipazione sociale di cui Marzorati è promotore. Sull'area, assicura Marzorati, «di idee ne abbiamo ma non vogliamo imporre niente, preferendo raccogliere indicazioni». A dare forma al futuro parco potranno essere singoli cittadini, associazioni e professionisti che, in forma gratuita, decidano di proporre progetti, suggerimenti, idee. Sull'area ha gravato a lungo un progetto di costruzione di una zona residenziale e commerciale, prevista nel piano regolatore e risolta dall'ex assessore all'urbanistica Mauro Biscaldi con uno scambio di aree. Nell'ampio spazio compreso tra l'Adda, la nuova tangenziale, via Massena e il parcheggio dell'ospedale (per il quale è previsto un ampliamento) gli interventi messi in atto sono stati la piantumazione di filari di pioppi cipressini (falcidiati dalla siccità di questa estate) da parte del comune e la messa a dimora di piante autoctone (queste in salute) da parte del Wwf in un'area limitrofa che Palazzo Broletto ha successivamente delimitato con una recinzione e dotato di panchine, cestini e altri elementi di arredo urbano diventati bersaglio dei vandali. Marzorati ha assicurato che le piante esistenti non verranno toccate. Quanto alle indicazioni dei lodigiani, costituiranno una sorta di progetto preliminare che il comune girerà a un professionista per quello definitivo.

Montanaso Le proposte del territorio al convegno sul futuro dell'impianto. Cadeo suggerisce: «Pensate ai più giovani»
«Un paradiso per gli sport acquatici»
Alla cava Belgiardino un centro ricreativo come l'Idroscalo

MONTANASO Come trasformare una ferita da 25 metri di profondità, 900 metri di lunghezza e 300 di larghezza in una risorsa per il territorio? Lunedì sera a Montanaso il gruppo Forza Montanaso ha cercato di dare una risposta a tutto questo considerando la cava Belgiardino in una conferenza dal titolo: "Un futuro per la cava Belgiardino, Idroscalo lodigiano? Idee e progetti a confronto". «Da tempo si parlava del futuro della cava che per il piano cave provinciale potrà continuare a funzionare per non più di 10 anni ancora, ma non ci si era mai riuniti intorno ad un tavolo per cercare soluzioni come politici e per far conoscere potenzialità e possibilità ai cittadini». Tanti i relatori presenti. Il sindaco di Montanaso, innanzitutto, che ha spiegato come la cava esista dagli anni '70 e ha auspicato che qui possano arrivare le Olimpiadi.
Ma l'incontro è stato introdotto, agli oltre 150 convenuti, da Claudio Pedrazzini, consigliere di Forza Montanaso, che ha sottolineato: «Il 2003 è l'anno internazionale dell'acqua proclamato dall'Unesco. In questa parte del territorio lodigiano dove al termine acqua si associano soprattutto i problemi relativi alle recenti esondazioni del fiume Adda, vi è la possibilità di affrontare i contenuti di questo anno internazionale anche dal punto di vista delle opportunità che il grande spazio d'acqua di Montanaso offre sul territorio». Significativo l'intervento di Attilio Dadda, presidente del Parco Adda Sud che ha sottolineato: «È necessario prevedere spazi e attività a dimensione d'uomo, evitando interventi di cementificazione eccessivi delle aree e esaltando il ruolo della natura e del Parco per la pratica di tutti gli sport che possono trovare riferimento in questo contesto». Montanaso e Milano a confronto, poi, nell'intervento di Cesare Cadeo, assessore milanese per l'area sport, turismo e tempo libero, il quale oltre a descrivere le attività che, come nel caso dell'Idroscalo milanese, potrebbero trovare collocazione in questo grande specchio d'acqua, ha portato l'attenzione soprattutto sul ruolo dei giovani, delle scuole, delle famiglie e di tutti gli sportivi professionisti e dilettanti per la massima valorizzazione del territorio e, di riflesso, anche degli abitanti. «Non serve un secondo Idroscalo milanese e non è necessario preparare quest'area per le Olimpiadi del 2016 - ha detto Cadeo - . Bisogna, al contrario, a mio parere, valorizzare le persone e soprattutto le famiglie nei progetti che si sceglieranno per la riqualificazione di questa cava e non pensare invece ai progetti in prima persona per adattarli poi alle persone. Le scuole e la formazione in aggiunta alla pratica delle attività sportive (sport acquatici, canoa, sub, vela, oltre a piste di ciclocross, jogging, tennis, piscine, percorsi ippici, spazi attrezzati per il relax per le famiglie) rappresentano le grandi opportunità e le sfide di un futuro Idropark lodigiano, dove sarà necessario anche l'intervento e il sostegno di importanti sponsor come è avvenuto per l'Idroscalo milanese ora chiamato Idropark Fila». Diverse anche le associazioni del territorio presenti. Il presidente della Lega Navale di Lodi, Claudio Ciprian, innanzitutto, ha promesso: «Porteremo volentieri la nostra esperienza per avviare un grande progetto per tutti coloro che amano gli sport d'acqua, per i ragazzi e le scuole (dato che la Lega Navale rientra nell'ambito delle attività formative del Ministero della Pubblica Istruzione) e per tutte le famiglie lodigiane». Il 7 volte campione italiano di Canoa Luca Cardinali, Presidente dell'Associazione difesa dell'Adda, poi, ha comunicato: «È fondamentale poter avere la disponibilità di strutture attrezzate dove poter favorire la cultura degli sport d'acqua: strutture che oggi sono lasciate alle mille difficoltà anche economiche di ogni singola associazione che rimane isolata rispetto ad un progetto comune e coordinato. E un progetto comune e coordinato è anche quello che sogna Forza Montanaso, promotrice della serata.
Flavia Mazza

I comuni attendono la stagione delle piogge:
pronto un piano per dare un tetto agli sfollati

La stagione autunnale impone agli amministratori locali di alzare gli occhi al cielo, nella speranza che non sia troppo plumbeo. Gli echi di due alluvioni ravvicinate, quelle del 1994 e del 2000, con i disastri legati alle esondazioni, sono ancora ben vivi tra chi, come i sindaci, si assume in quei casi responsabilità piuttosto delicate. La scorsa settimana il comune di Codogno ha compiuto un passo importante con l'elaborazione di un progetto di accoglimento delle famiglie evacuate dai paesi limitrofi. La cosa ha sollevato approvazione tra gli stessi: «Sapere di disporre di un punto di riferimento e di appoggio in situazioni così drammatiche è rassicurante - esordisce Francesco Merli, vicesindaco di Guardamiglio - e ben ha fatto il comune di Codogno a investire in questo senso». Insomma, il Com 3 funzionerà: «ero presente all'illustrazione del piano - prosegue Merli -, e mi sembra ben fatto e scrupoloso: nel 2000, effettivamente le cose non andarono per il meglio e fummo tutti colti un po' di sorpresa». Stesso indirizzo anche per Pierangelo Foletti, primo cittadino di Meleti, dal quale, oltre al plauso per Codogno, arriva però anche qualche critica: «Occorrerebbe lavorare anche per prevenire - è il suo commento - ma in questo senso i comuni sono in grado di fare ben poco». Secondo Foletti, si deve «combattere l'incuria a cui spesso sono lasciate le rive dei fiumi: la vegetazione crea tappi che andrebbero rimossi, mentre le nutrie fanno il resto, creando un dissesto cui va messo riparo». Foletti ritiene inoltre, che la prima opera di prevenzione vada elaborata altrove: «penso che sia importantissima la cura dei fiumi e delle loro sponde nelle zone montane: lì c'è sempre stata un sorta di volontariato di chi ci abitava, quando la legna era fonte di reddito. Ma oggi i paesi si spopolano e l'azione di manutenzione di quelle persone va in qualche modo sostituita». Ma i comuni, cosa possono fare? «Le competenze non sono molte - riprende Merli -, se non per quanto riguarda la cura dei piani di protezione civile e la preparazione degli uomini: a Guardamiglio stiamo investendo parecchio in tal senso, con la nuova sede autonoma del gruppo locale e con l'ottima collaborazione della provincia». Merli, inoltre, si dice soddisfatto di quanto realizzato a livello strutturale, con l'innalzamento della sommità arginale tra il Gargatano e la cascina Breghenze, quello che era considerato uno dei punti critici. Da Foletti, invece, ancora perplessità: «ho segnalato più volte dal 1994 la perdita di una paratia in zona Chiavicone e nessuno è intervenuto: il danno nel frattempo si aggrava». E ancora: «Occorre una politica comune, concordata fra tutti gli enti e i comuni interessati»: cosa che, a dire del primo cittadino, non è ancora metabolizzata: «Ho sentito dell'idea di Lodi per l'innalzamento dell'argine dove l'Adda ha fatto disastri: penso che una cosa di questo genere vada ragionata, poiché alzare in un punto significa creare più pressione a valle». Foletti garantisce di «comprendere il disagio e il dramma dei cittadini di Lodi, anche se considera “scellerata” l'espansione nella città bassa.
Pa. Mi.

«Troppe cave a rischio idrogeologico, meglio prelevare la ghiaia dal fiume»
Dragare i fiumi e limitare le cave. Pierangelo Foletti, sindaco di Meleti e rappresentante del centrodestra nel consiglio del Parco dell'Adda Sud, interviene in polemica con il presidente del Parco, Attilio Dadda, il quale nei giorni scorsi si era violentemente scagliato contro l'idea di tornare al dragaggio dei fiumi. Dadda aveva parlato di interessi economici, nascosti ma neanche troppo, e non aveva esitato a contestare Domenico Ossino e Carlo Bajoni, membri del comitato degli alluvionati. «Dadda si sbaglia - esordisce Foletti -, poiché il piano presentato dalla Lega Nord in provincia, quello che riprende l'idea di prelievo di ghiaia dai fiumi, andrebbe preso in più seria considerazione». Il sindaco di Meleti precisa «di non voler nemmeno sfiorare le questioni sollevate da Dadda», relative «a intreressi economici occulti», ma non vuole esimersi dal sottolineare che «è ridicolo non pensare che gli stessi interessi non reggano tutta la questione cave». Anzi, secondo Foletti, «il fenomeno delle cave è più incontrollabile, poiché è un piatto al quale molti soggetti possono accedere», mentre «le autorizzazioni per pescare dai fiumi erano ridotte e quindi più controllabili». E non è tutto: «Il Lodigiano si sta trasformando da paese dei colori a paese delle cave - continua - ed ormai è bucherellato in ogni dove». La questione non è di poco conto, se è vero che «alcune escavazioni sono pericolosamente a ridosso dei fiumi, con profondità che rischiano di creare un effetto sifone con i vicini corsi d'acqua». Secondo Foletti, tanto basta per giudicare il piano cave della provincia di Lodi, «un mezzo disastro» e giudizio migliore non ottiene la dirigenza del Parco Adda nella sua funzione consultiva. L'ex democristiano precisa peraltro che «la regimazione del dragaggio dovrebbe essere rigida, non come quella troppo permissiva degli anni Settanta, che aveva poi portato al divieto poi rimasto». Infine, secondo Foletti, il ritorno delle cave sui fiumi «consentirebbe di eliminare uno degli elementi che causano le esondazioni».


Da IL CITTADINO del 16 10 03
Montanaso
Il presidente dell'ente di tutela attacca Forza Italia:
«Hanno fatto campagna elettorale»
L'idroparco ha pochi sponsor
Cavatori interessati, ambientalisti cauti sul progetto
Montanaso È assurdo pensare di trasformare le sei grandi cave esistenti nel territorio in piste di canottaggio. Il presidente del Parco Adda Sud commenta così l'idea di un idroscalo nel sito estrattivo di Belgiardino. Le dichiarazioni arrivano all'indomani dell'incontro pubblico organizzato dal gruppo Forza Montanaso guidato da Luca Pedrazzini. L'idea, oltre che dal circolo azzurro locale era stata caldeggiata dal sindaco Silverio Gori che vorrebbe addirittura organizzare, nel lago della cava, le olimpiadi del 2016. «Prima - dice Attilio Dadda - bisogna pensare alla riqualificazione ambientale, ridare alla natura quello che gli è stato tolto in tutti questi anni: una priorità rispetto all'idea di fare qualsiasi attività ricreativa». E parlare di questo progetto è un po' prematuro anche secondo il direttore dello stesso ente Riccardo Groppali: «L'attività continuerà per altri dieci anni e adesso - dice - la discussione non può essere che piuttosto generica. L'idroscalo di Milano è enorme, non ha un bacino di un chilometro e mezzo come il lago della cava. Bisogna vedere se questo progetto è compatibile. Tutto va bene, purché tutto funzioni». Il presidente regionale di Legambiente Andrea Poggio non vede di cattivo occhio l'iniziativa, purché «non si faccia un parco giochi all'americana», buttando quintalate di cemento in mezzo al verde. Ma l'idea, dice Poggio, «non è nuova; era nata all'interno del piano di risanamento provinciale, era stata avanzata dagli stessi cavatori, anche perché per legge devi pensare comunque al ripristino e c'era stata una discussione tra esperti». Secondo l'esponente ambientalista, «nel rispetto della natura e nella tutela idrogeologica del territorio del fiume è giusto porsi il problema della fruizione delle sponde dell'Adda. Le aree di accesso sono poche e sempre super affollate da gente che viene anche da fuori per godersi un po' il fiume». L'idea, perciò, secondo Poggio, «è ottima; spero solo - dice - che non sia invasiva. Una sorta di Belgiardino 2, con un bassissimo impiego di cemento, andrebbe benissimo». La Cosmocal, società estrattiva barasina guidata da Luigi Gallotta, ammette di essere interessata al progetto di una sorta di idropark a Montanaso. «La nostra visione del recupero - spiegano i cavatori in una nota - è orientata a un duplice intervento che, una volta valutata la compatibilità economica dell'operazione, comprenderà strutture ludiche e ricreative, e un ripristino dell'attitudine naturalistica che caratterizza la zona». Ma i discorsi non sono soltanto tecnici come dovrebbero. Il coordinatore di Forza Italia del capoluogo, infatti, alla fine dell'assemblea di Montanaso, ha fatto un intervento che a Dadda non è proprio piaciuto. Stefano Buzzi, lamenta il presidente del Parco, si è alzato, lanciando strali contro il sindaco Aurelio Ferrari e la sua amministrazione, «rovinando così con una sorta di spot elettorale, lo spirito tecnico e produttivo della serata». E non c'è stata nemmeno la possibilità di replicare, perché l'assemblea è stata sciolta. «Si respirava un clima surreale - ribadisce il presidente del Parco - si parlava di progetti di recupero, quando la maggioranza dei relatori e dei partecipanti non sapeva che la provincia ha già approvato lo sfruttamento del giacimento per altri 10 anni. In questo clima di irrealtà, però, tutti gli interventi sono stati di sapore tecnico, tranne quello di Buzzi. Lo stesso Cadeo, che ha presentato l'esperienza dell'idroscalo non ha insistito sugli aspetti di indirizzo politico». Dadda è veramente furente: «Sono andato a un incontro sulle finalità di recupero della cava e invece ho dovuto stare al tavolo della presidenza ad ascoltare la campagna politica di Forza Italia. Mi veniva voglia di indossare la maglietta con la scritta "Sono comunista". In questo modo si è persa l'opportunità seria di parlare di recupero delle cave». C'è mancato poco che il presidente del Parco lasciasse il tavolo dei relatori: «Forza Italia - sbotta - è un giano bifronte. In consiglio provinciale ha chiesto di aumentare la capacità estrattiva del territorio, mentre a Montanaso, lunedì sera, ha chiesto a voce alta di bloccare l'ipotesi di ampliamento del piano cave provinciale».
Cristina Vercellone

La risposta all'interrogazione del senatore Piatti:
«Fissata una riunione per definire il tracciato»
Il ministro insiste:
«Faremo il canale»
Ma da Roma accusano la regione per i ritardi nell'opera

Bertonico Per il ministro Pietro Lunardi il canale navigabile è ancora una realtà. Il responsabile del settore trasporti del governo Berlusconi lo ha praticamente ammesso nella risposta scritta a un'interrogazione presentata alcune settimane fa dal senatore diessino Gianni Piatti. Anzi, «al fine di valutare la possibilità di rendere navigabile il Po fino a Milano è stata convocata una riunione tra il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e i rappresentanti delle regioni per l'individuazione del tracciato e per valutare la possibilità di finanziamenti nell'ambito della legge 443 del 2001». Ma il ministero incolpa le regioni dei ritardi nella realizzazione dell'idrovia, che per la verità affonda le sue radici agli inizi del '900. Dalle regioni, infatti, il ministero non ha ancora ricevuto «proposte in ordine al tracciato per raggiungere l'obiettivo della piena navigabilità del Po». Il senatore Piatti chiede prima di tutto chiarimenti sul tracciato che si intende adottare per il canale navigabile visto che «la regione Lombardia avrebbe dichiarato la propria referenza per il tracciato Cremonese, da Pizzighettone a Trucazzano». «In nessuna sede istituzionale - continua il senatore lodigiano Piatti - né attraverso provvedimenti legislativi, questo governo ha mai precisato la propria decisione sul canale navigabile». Ma c'è di più, visto che il senatore Piatti se la prende con il ministro Lunardi, accusato di parlare dell'idrovia in sedi non appropriate, come ha fatto nel corso dell'ultima edizione di Miss Padania, il concorso di bellezza della Lega Nord. Nella sua risposta ufficiale, il ministro Lunardi è più chiaro e diretto. «Già con il Decreto ministeriale del 14 giugno del 2000 - spiega ancora il ministro Lunardi - il canale Milano-Cremona-Po era stato individuato tra gli interventi prioritari per l'adeguamento della rete idroviaria alla V classe, recependo le indicazioni del Comitato tecnico economico istituito per elaborare lo studio di fattibilità per la realizzazione del sistema idroviario padano-veneto e per la progettazione di tratte funzionali». Il ministro ricorda inoltre che era già stata assegnata alla regione Lombardia una quota di fondi stanziati dalla legge 194 del 1998, per 6,95 miliardi delle vecchie lire, per il prolungamento del canale fino a Milano. «Allo stato attuale - conclude Lunardi - il ministero è ancora in attesa di ricevere notizie da parte della regione sullo stato delle progettazioni finanziate». La possibile realizzazione del canale navigabile si trascina ormai da diversi anni a questa parte, nonostante di recente l'apposito Consorzio sia stato sciolto. «Tale ente - osserva il senatore Piatti - aveva a più riprese elaborato studi di fattibilità, l'ultimo dei quali prendeva in considerazione due ipotesi di tracciato, uno Cremonese e l'altro Lodigiano. Di fatto, con l'individuazione, da parte della regione Lombardia, di un interporto di seconda corona nell'area dismessa della raffineria dell'ex Sarni Gulf, il Consorzio elaborò un'ipotesi di prolungamento del canale fino al centro intermodale». Un altro capitolo della lunga storia del canale navigabile.
Cristiano Brandazzi

Da Lettere al IL CITTADINO del 17 10 03
LODI
L'impegno della Santanchè per il territorio

Egregio direttore desidero porre alla sua conoscenza che venerdì 5 ottobre, presso la sede provinciale di Alleanza nazionale, si è tenuta una conferenza stampa dell'onorevole Daniela Santanchè. Erano presenti a tale incontro gli inviati dei giornali, l'inviato dell'emittente televisiva Trs e il rappresentante degli alluvionati signor Ossino. Ci è spiaciuto constatare l'assenza del «Cittadino» per due motivi: il primo è che proprio sul suo giornale un mese fa circa ci si lamentava dell'assenza sul territorio dei nostri parlamentari, e l'onorevole Santanchè eletta con il proporzionale in quattro collegi (Lodi, Mantova, Pavia, Cremona), nonostante i suoi impegni, è pur sempre in stretto contatto con la dirigenza locale per eventuali problematiche. Infatti grazie al suo intervento, dalla precedente Finanziaria sono stati erogati al comune di Lodi 1.500.000 di euro, pari a circa 3 miliardi di vecchie lire, per opere pubbliche. Secondo motivo: sul suo giornale qualche mese fa era apparso un trafiletto dell'assessore Bonifati che ironizzava sull'interessamento dell'onorevole Daniela Santanchè per le quattordici famiglie di alluvionati ospitate nelle case di proprietà delle poste situate in via Bay. Ebbene grazie all'onorevole la direzione generale di Roma nella persona dell'ingegner Cutuli, che sentitamente ringraziamo, ha disposto di decurtare del 15 per cento l'ammontare dell'affitto che il comune paga.
Dato che tale ammontare è di circa 83mila euro, il beneficio che ne deriva per le quattordici famiglie è una diminuzione dell'affitto annuo di 700 euro circa pari a 1.400.000 di vecchie lire. Detto questo spero che per correttezza ed onestà intellettuale l'assessore Bonifati vorrà ringraziare pubblicamente l'onorevole Daniela Santanchè. In fiduciosa attesa porgo cordiali saluti.
Giancarlo Regali presidente provinciale di An

Da IL CITTADINO del 17 10 03
La protesta dei sindaci a 3 anni dalla piena del Po
«Non hanno fatto nulla per evitare l'alluvione»

Tre anni dopo la piena del Po non è stato fatto nulla per aumentare la sicurezza dei comuni. La denuncia è dei sindaci della Bassa. «La burocrazia, oltre alle ristrettezze di personale e di finanziamenti è il peggior nemico», spiega il primo cittadino di San Rocco, Chiodaroli. «Degli interventi sollecitati dal nostro comune - gli fa eco il sindaco di Orio, Ferrari - non ne è stato fatto alcuno». Intanto il prefetto ha presieduto un vertice con regione, Aipo, Consorzio Adda, Consorzio Muzza e altri enti con un imperativo: eliminare i problemi che hanno rallentato i soccorsi durante l'alluvione a Lodi del 2002.

«Non è stato fatto nulla: la burocrazia e le ristrettezze di finanziamento hanno impedito di erigere difese spondali efficaci»
«Siamo ancora disarmati di fronte al Po»
Tre anni dopo la grande piena i sindaci hanno ancora paura
Gli amministratori dei comuni lodigiani rivieraschi del Po non si sentono affatto più sicuri rispetto a tre anni fa, quando il livello del Grande Fiume si alzò sino a lambire il piano di calpestio dell'argine maestro consigliando l'evacuazione di alcuni paesi situati nelle terre basse lungo la cinta arginale. «Poco è stato fatto - commenta Mino Chiodaroli, sindaco di San Rocco al Porto - anzi niente, se si considera che gli interventi a Caselle Landi e tra Guardamiglio e Somaglia erano già stati previsti dopo la piena del 1994. La burocrazia, oltre alle ristrettezze di personale e finanziamenti per l'Aipo (l'Agenzia Interregionale Po e cioè l'ex Magistrato per il Po, ndc), è il peggior nemico: da tempo abbiamo avanzato richieste per una riduzione e pulizia dell'isolotto Maggi, con l'asportazione di detriti, sabbia e ghiaia, e con l'eliminazione della vegetazione, ma ancora non ho ricevuto risposte che mi garantiscano l'esecuzione del progetto. So però che a livello centrale l'Aipo ha scritto ai proprietari dei vari manufatti di attraversamento del fiume affinché ristabiliscano le condizioni originarie sussistenti quando progettarono i ponti: in pratica l'isolotto Maggi andrebbe quasi eliminato».
Gli interventi citati dal primo cittadino sanrocchino si riferiscono all'innalzamento dell'argine tra Guardamiglio e Somaglia nel tratto che presentava una quota più bassa rispetto alle altre zone, la cosiddetta "cordamolla" che secondo gli stessi tecnici dell'allora Magistrato per il Po era stata volutamente lasciata sul versante lodigiano in passato per preservare Piacenza da un'eventuale inondazione, e la ricostituzione di difese spondali in riva al Po in località Regona a Caselle Landi, ma lungo il restante tratto lodigiano del Grande Fiume si lamenta anche la mancata manutenzione minimale. Basta sentire il sindaco di Orio Litta Francesco Ferrari: «Degli interventi sollecitati dal nostro comune, non ne è stato fatto alcuno: le paratoie difettose e degradate, quindi non funzionanti, sono rimaste nelle medesime condizioni. Al confine del nostro territorio comunale, tra Corte Sant'Andrea e la foce del Lambro nel 2000 era franata una parte dell'argine nei pressi di un manufatto, ma dopo un primissimo intervento di messa in sicurezza con la posa di un manto impermeabile non è stato fatto alcun consolidamento, e ciò mi lascia pensare che l'argine lì sia indebolito». Meno duro il sindaco di Somaglia Luigi Lucchini, che però rilancia l'annosa questione della regimazione fluviale: «L'unico intervento previsto nel nostro territorio era l'innalzamento della quota arginale nel suo punto più basso, ed è stato realizzato, ma non sono state fatte altre manutenzioni: in golena c'è ancora un barcone di cemento portato dalla piena del 2000 e incagliatosi in un pioppeto. Piccole cose, ma la golena dovrebbe essere libera. E soprattutto nel greto del fiume andrebbe prevista l'asportazione di sabbia e ghiaia che si accumulano in eccesso: a Somaglia l'alveo del Po si sta riducendo, e ritengo che il discorso della regimazione idraulica vada affrontato seriamente, anche perché consentirebbe di ridurre il numero di cave da aprire nel Lodigiano». Sulla pulizia dell'alveo insiste anche Gianfranco Contardi, sindaco di Caselle Landi: «Quello rimane il problema principale, ma sembra che nessuno ci voglia sentire da quell'orecchio: se non si vuole asportare sabbia e ghiaia, che si garantisca almeno la pulizia da rifiuti e tronchi d'albero trasportati dalla corrente; quest'estate con il Po in secca si è persa un'occasione importante. Qui alla Regona di Caselle Landi è stato completato il progetto delle difese spondali, ma francamente non possiamo dire di sentirci più sicuri». La tranquillità assoluta non può esserci nemmeno secondo il vicesindaco di Guardamiglio Francesco Merli: «Bisogna tenere sempre la guardia alzata e prestare la massima attenzione, anche se qui da noi hanno rialzato e rinforzato la sommità arginale dove era carente: è stato messo un tampone, per il resto dobbiamo essere pronti ad affrontare eventuali situazioni di pericolo con il nostro piano di protezione civile».
Daniele Perotti

Nel summit con enti locali e tecnici la regione conferma:
«Nessun finanziamento per i nuovi argini»

Piena, il prefetto detta le regole: «Dobbiamo eliminare i problemi patiti l'anno scorso»
Il disastro successo l'anno scorso in sala operativa durante l'alluvione non accadrà più. Il nuovo prefetto di Lodi Nicoletta Frediani ha messo mano al problema dell'emergenza nella riunione convocata ieri pomeriggio in prefettura con regione (assente l'assessore Buscemi), Aipo, Consorzio Adda, Consorzio Muzza ed enti locali. «Visto che l'anno scorso vi fu qualche scollamento - afferma - ho chiesto a tutti gli enti e a tutti tecnici di sederci intorno al tavolo e costruire un percorso che serva nell'emergenza a dare al prefetto, a cui spettano le decisioni, il miglior supporto possibile». Il prefetto ha sottolineato che ci dovrà essere la massima collaborazione fra tutti e l'importanza di un rapporto continuo con la regione, l'ente che ha responsabilità sul bacino e che gestisce tutti i dati idrometrici. «È importante - sottolinea la Frediani - che nel momento del bisogno tutti parlino la stessa lingua, e che il rapporto tra la sala operativa regionale e quella di Lodi sia continuo e automatico». Più informatizzazione, più rapidità nell'analizzare i dati e un ente unico a cui fare riferimento nell'emergenza, cioè la protezione civile regionale. Questa la ricetta del prefetto per non ripetere più quanto accadde 11 mesi fa, quando nulla sembrava funzionare e l'ordine di evacuazione venne dato quando ormai era troppo tardi. Meno buona la situazione argini e finanziamenti. Circa 350 mila euro per risistemare il tratto di sponda a nord di Lodi, alla colonia Caccialanza è tutto quello che la regione metterà a disposizione del Lodigiano per risistemare gli argini ancora rotti. Anche il responsabile della sede milanese dell'Aipo, Luigi Mille ha ribadito che i tagli ai finanziamenti da parte dello stato renderanno impossibile coprire la totalità degli interventi: «I danni complessivamente sono stati 650 milioni di euro, ma da Roma ne sono arrivati solamente 50». Non solo: a questo punto anche i tre milioni di euro assicurati dalla regione due anni fa per costruire un nuovo argine in città sulla sponda destra dell'Adda (il famoso "muraglione" poi rigettato dagli stessi dirigenti regionali) non sarebbero più tanto sicuri. Gli unici soldi certi per Lodi restavano i due miliardi di vecchie lire stanziati per proteggere con un nuovo argine la sponda sinistra e le case che verranno costruite al posto dell'ex Sicc: ma il progetto edilizio è stato rigettato dalla maggioranza di centro sinistra e non si farà più.
Dal Consorzio Adda è arrivata la bocciatura alla proposta fatta da Ferrari due settimane fa per istituire un'autorità unica in grado di gestire i dati e le emergenze in caso di nuove piene: «Hanno risposto - afferma Ferrari - che l'alluvione di novembre è stata gestita nel miglior modo possibile e non intendono cambiare». Dal sindaco di Lodi è arrivata, quasi per disperazione, un'ultima proposta riferita alla "doppia piena" che la portata d'acqua proveniente dal lago e la piena dell'affluente Brembo riversò su Lodi. «Vista l'incertezza nel calcolare i tempi fra Ponte Briolo e Lodi, sarebbe meglio sbarrare per qualche ora la diga di Olginate, in attesa che la piena del Brembo passi». Questo vorrebbe dire, però, mandare ancora più sott'acqua i comuni rivieraschi del Lago, come Como: «Vista l'ampiezza del bacino - ribatte il sindaco -, la cosa si potrebbe fare se l'impatto su Como fosse limitato a pochi centimetri. Qualche lieve danno in più su un comune già danneggiato potrebbe "salvare" dal disastro i comuni più a sud». Regione, Aipo e Consorzio naturalmente hanno detto di no. L'unica novità è rappresentata da un gruppo di lavoro che prevede lo studio Rossetti, il consorzio Muzza e l'ufficio tecnico del comune: sulla base dei dati raccolti a novembre stanno realizzando un manuale sul quale, a ogni livello raggiunto dal Brembo a ponte Briolo e dal lago a Olginate corrisponderà una proiezione altimetrica dell'Adda e Lodi e i tempi di arrivo della piena.
Francesco Gastaldi

GUARDAMIGLIO E VALLORIA
Il 17 ottobre 2000 è una data segnata in modo indelebile nella memoria dei cittadini di Guardamiglio e Valloria, costretti a lasciare le loro case per effetto di un'ordinanza di evacuazione firmata dal sindaco Elia Bergamaschi per questioni di sicurezza di fronte alla grande piena del Po. Situazione vissuta anche dai cittadini di San Rocco al Porto, di Caselle Landi, e delle zone basse di Santo Stefano Lodigiano e Corno Giovine: più di seimila persone ospitate nei centri di accoglienza individuati nelle palestre scolastiche e in altre strutture pubbliche nel Basso Lodigiano, o negli ospedali per i malati. Fortunatamente il Po non tracimò oltre gli argini, e questa sera il parroco don Santino Rognoni richiama a raccolta in riva al Po le parrocchie di Guardamiglio e della frazione Valloria per una Messa di ringraziamento per lo scampato pericolo. Il luogo scelto per la celebrazione eucaristica è quello di sempre, sulla sponda del fiume a Valloria, appena giù dall'argine in territorio golenale; come sempre disponibile il gruppo dei volontari di Protezione civile ad effettuare il servizio di sicurezza e a garantire l'illuminazione della zona con la propria torre-faro. Come si ricorderà, durante l'alluvione del 2000 don Rognoni rispolverò la reliquia di San Savino, ricordando un suggerimento dei suoi parrocchiani che gli raccontavano come in passato un suo predecessore, don Carlo Borini, esponeva tale reliquia sotto la minaccia di un'alluvione. Mentre a Guardamiglio oggi, come ormai accade da tre anni a questa parte, si celebra una messa a ricordo della grande alluvione, nella chiesa parrocchiale di San Rocco la memoria dei quei giorni è affidata quotidianamente all'affresco realizzato dal pittore lodigiano Felice Vanelli dopo l'alluvione per volontà del parroco don Giovanni Bergamaschi e dell'intera comunità. Sulla parete scene di evacuazione, di famiglie spaventate e di volontari che le soccorrono.

Santo Stefano, così la Bassa si prepara a curare le acque
Santo Stefano Il Basso Lodigiano si prepara a gestire le sue acque. In base a una disposizione della regione Lombardia, che determina il trasferimento di competenze sul reticolo idrico minore ai singoli comuni, le amministrazioni locali stanno mettendo in piedi appositi studi sul loro sistema. La zona meridionale della provincia è particolarmente interessata in materia, data la complessità di un sistema idrico che nella storia ha fatto la fortuna dell'agricoltura locale. Una serie di comuni, tra cui Santo Stefano Lodigiano e Terranova dei Passerini si è già mossa per far fronte alle nuove necessità, Caselle Landi ci sta pensando: primo passo sarà lo studio del territorio per un monitoraggio della situazione esistente, ai fini dell'aggiornamento cartografico e per una serie di misure che preparino la strada alle nuove competenze. Per farlo, i comuni si sono affidati al geologo Marco Daguati di Caselle Landi, un'autorità in materia di acque e territorio. Sarà invece il Pirellone a finanziare lo studio geologico, contribuendo all'ottanta percento della spesa complessiva, valutata attorno ai 15 mila euro. Un lavoro certosino, proprio come fu quello dei frati che bonificarono la pianura secoli fa, che si pone l'obiettivo di dare una geografia aggiornata e precisa a tutto il sistema idrico minore. I risultati dello studio andranno ad integrare i Prg dei singoli comuni, costituendo in parecchi casi, nuovi vincoli soprattutto per l'urbanistica. Dopo l'allargamento delle fasce di rispetto a tutto il reticolo idrico, l'estensione del concetto di “acqua pubblica” a tutte le acque superficiali e sotterranee e dopo l'entrata in vigore di norme assai limitative per gli interventi nei pressi degli argini, tutte prescrizioni di leggi dello stato, occorre dunque verificare quale sia il punto di partenza reale, prima del trasferimento delle competenze. Lo studio di Daguati mirerà, dal punto di vista geologico, alla stesura della carta dei vincoli, di sintesi e della fattibilità geologica. Ancor più importante la parte di studio riguardante direttamente il reticolo idrico: verranno individuate le competenze e verrà steso un regolamento di polizia idraulica, con la definizione delle fasce di rispetto, che verranno rivalutate rispetto alle attuali, specie nei centri abitati. I risultati saranno ritornati alle amministrazioni sia su supporti cartacei che informatici. «La filosofia della regione è quella di intervenire sulla rete minore per prevenire guai più grossi al reticolo maggiore» è, in sintesi, il commento di Daguati.
Pa. Mi.

Da Lettere al IL CITTADINO del 17 10 03
MONTANASO
Buona l'idea di usare la cava come idroscalo

Il giorno 13 ottobre ho partecipato, come uditore, alla tavola rotonda sul tema "Un futuro per la cava Belgiardino (idroscalo lodigiano?), idee e progetti a confronto", organizzato dal gruppo Forza Montanaso nell'aula del consiglio del nuovo palazzo comunale di Montanaso Lombardo.
La cava in oggetto, che si trova tra il comune di Lodi e quello di Montanaso, ha una lunghezza di 1.100 metri e una larghezza di circa 300. Tra qualche anno, finendo l'attività estrattiva, potrebbe essere trasformata in un luogo simile al bacino dell'idroscalo milanese, rispettando l'ambiente e diventando un laghetto delizioso circondato dal verde e poco distante dalla nostra città. Nel corso del dibattito tutti i relatori (tra i quali l'assessore provinciale di Milano Cesare Cadeo, il presidente del Parco Adda Sud Dadda, l'agronomo Antonino Losi, il presidente della Lega Navale di Lodi Claudio Ciprian e altri), anche con l'assenso dell'attuale proprietario signor Sozzi, si sono trovati d'accordo nell'idea di sfruttare la possibilità di trasformare la cava in un bacino d'acqua che possa essere messo a disposizione dei cittadini a scopo ricreativo.
Servirebbe a divertire i pescatori, chi intenda usare imbarcazioni (a vela, canoe) o anche a chi voglia trascorrere qualche ora immerso nel verde e a contatto con l'acqua, in un'oasi di pace e tranquillità. Nel corso della serata si è data una valenza sociale a questo intervento, in quanto la creazione di questo idroscalo lodigiano potrebbe, soprattutto nei mesi estivi, togliere i giovani dalle strade del centro e dare loro una possibilità di scappare dai pericoli e dai vizi metropolitani per immergersi nella natura e nello sport. Nobili fini e nobili principi, anche se personalmente penso che certi "pericoli" vadano combattuti in altra maniera, educando i giovani e perseguendo chi vuole approfittare di loro.
Io sono comunque favorevole alla proposta della trasformazione della cava perché solo con progettazioni di tale natura si potrà abbellire e migliorare un territorio che, a mio avviso, è già ricco di scorci naturali assai gradevoli. Voglio, infine, dare un consiglio a chi partecipa a questo tavolo con una proposta che, se fattibile, darebbe una valenza sociale importante al progetto. Si potrebbe creare, nel rispetto della natura, una piccola struttura che contenga una vasca da utilizzare per la riabilitazione di portatori di handicap, di ex infartuati o emiplegici, anche sfruttando la vicina centrale di Tavazzano, con il sistema del teleriscaldamento.
Si potrebbe così dare una risposta sociale con un minimo impegno economico. Per tale ragione chiedo che si possa intavolare un discorso con l'azienda sanitaria e con l'azienda ospedaliera, se si vuole dare una connotazione pubblica, o con qualche privato che intenda accreditarsi per un convenzionamento futuro, per valutare se questa mia idea possa essere realizzata.
Vittorio Sala consigliere comunale di Lodi nel gruppo di Forza Italia

Da IL CITTADINO del 18 10 03
Con i sospirati fondi si spera venga messo in sicurezza il tratto tra le foci del Lambro e l'Adda
Po, arrivano i soldi per gli argini
Stanziati 5 milioni, lavori forse ultimati entro il 2004

Finalmente. Sono stati stanziati oltre cinque milioni di euro per nuovi interventi di messa in sicurezza dell'argine del Po, nel tratto lodigiano tra le foci del Lambro e dell'Adda. Ne hanno avuto notizia ufficiale in questi giorni la Provincia e la Prefettura. Dagli uffici dell'Aipo (Agenzia Interregionale Po) di Parma il direttore Francesco Cerchia conferma che nell'ambito del piano stralcio numero 45, ossia il programma degli interventi necessari alla messa in sicurezza dell'intera asta del fiume stilato dall'allora Magistrato per il Po dopo l'alluvione del 1994, sono giunti dal governo gli ultimi finanziamenti e 5 milioni e 164 mila euro saranno investiti nel Lodigiano. Per ora non sono state rese note le località in cui questi fondi verranno investiti per interventi di messa in sicurezza. La speranza è che i lavori possano essere realizzati nel 2004.

Critiche dall'assessore provinciale Sanna: «È la metà di quanto chiesto dall'Aipo, per l'Adda arriverà ancora meno»
Alluvione, 5 milioni per il Lodigiano
Serviranno per la messa in sicurezza degli argini rovinati sul Po
Gli amministratori dei Comuni rivieraschi del Po (se non tutti, buona parte di essi) sostengono che troppo poco sia stato fatto in questi anni per garantire maggior sicurezza dopo due grandi piene del grande fiume. Ne abbiamo parlato nella nostra edizione di ieri. Certamente dunque giungerà loro gradita la notizia di un finanziamento di oltre cinque milioni di euro per nuovi interventi di messa in sicurezza dell'argine del Po nel tratto lodigiano tra le foci del Lambro e dell'Adda.
Ne hanno avuto notizia ufficiale in questi giorni la Provincia e la Prefettura. Dagli uffici dell'Aipo (Agenzia Interregionale Po) di Parma il direttore della programmazione Francesco Cerchia conferma che nell'ambito del piano stralcio numero 45, ossia il programma degli interventi necessari alla messa in sicurezza dell'intera asta del fiume stilato dall'allora Magistrato per il Po dopo l'alluvione del 1994, sono giunti dal governo gli ultimi finanziamenti e 5 milioni e 164 mila euro saranno investiti nel Lodigiano.
Per ora non sono state rese note le località in cui questi fondi verranno investiti per interventi di messa in sicurezza: si conosceranno una volta ultimati i progetti da parte dell'Aipo. La speranza è che i lavori possano essere realizzati nel 2004.
«Dopo la realizzazione del sopralzo arginale tra Guardamiglio e Somaglia e la sistemazione delle difese spondali in località Regona a Caselle Landi - commenta l'assessore provinciale alla protezione civile Francesca Sanna - la novità sostanziale a tre anni dall'ultima piena del Po è questo finanziamento di oltre 5 milioni di euro per ulteriori interventi di innalzamento degli argini laddove non restava garantito il "franco arginale" e per la messa in sicurezza delle zone a rischio di fontanazzi attraverso diaframmature o terrapieni lungo gli argini». C'è un però: «Il problema - fa notare l'assessore Sanna - è che questa somma rappresenta solamente il 50 per cento di quanto l'Aipo avesse effettivamente richiesto. Ancora peggiore la situazione per l'Adda, nel senso che dopo l'alluvione dello scorso anno arriverà solo il 10 per cento dei fondi regionali richiesti, esclusivamente per l'argine a Lodi. Nel complesso spiace vedere come lo Stato sottovaluti le necessità di prevenzione e messa in sicurezza, considerato che poi i ripristini dopo le emergenze hanno un costo enorme».
Intanto la Provincia di Lodi continua nel suo impegno per un aggiornato monitoraggio del territorio, nella speranza naturalmente di non dover riattivare le procedure d'emergenza con l'evacuazione dei paesi rivieraschi del Po come nell'anno 2000 o dell'Adda come nel 2002: «È in fase di esame presso la commissione provinciale ambiente - spiega la Sanna - il programma di previsione e prevenzione, già presentato in Prefettura e che il 30 ottobre prossimo verrà illustrato ai Comuni ed ai gruppi di Protezione Civile. Un documento che oltre al rischio idrogeologico monitora anche quelli sanitari, chimici, nucleari, e così via. Abbiamo anche cominciato a rivedere il piano provinciale di emergenza, nel quale prevediamo di ritoccare qualcosa sulla fascia dell'Adda, mentre per quanto riguarda il Po i Comuni hanno lavorato bene e sono già avanti».
Daniele Perotti

Lo sviluppo e la sicurezza sul fiume, in un convegno i dati della Cattolica
Il «Consorzio per la difesa e valorizzazione delle aree rivierasche del fiume Po» organizza per il 10 novembre un convegno a Codogno nel quale verrà illustrato uno studio dell'Università Cattolica di Piacenza sul quadro socioeconomico e sulle prospettive di sviluppo del territorio lodigiano lungo il fiume Po. Si parlerà anche della sicurezza dei territori rivieraschi e di navigazione fluviale. Lo annuncia l'ex senatore Michele Bucci, presidente dell'Ente, che peraltro sta lavorando ad un ampliamento delle adesioni al consorzio. Tra i 25 comuni lodigiani e piacentini sull'asta del Po contattati all'indomani dell'alluvione del 2000 per dare vita a una realtà in grado di monitorare da vicino il grande fiume per garantire sicurezza e dare sviluppo attraverso la risorsa-fiume ai paesi rivieraschi, solo Guardamiglio, Corno Giovine, Santo Stefano Lodigiano, San Fiorano, Fombio, Meleti, Orio Litta e Ospedaletto Lodigiano si sono riuniti per costituire il consorzio, che poi ha cominciato a guardare anche al Pavese. «Il convegno - spiega Bucci - riunirà rappresentanti delle province di Lodi, Piacenza e Pavia. Il Po è unico, dunque non ha senso agire da soli o quantomeno ci deve essere condivisione dei progetti».

Bertonico Riprendono i lavori per il ponte sull'Adda
Bertonico La Coop Costruttori di Argenta, la ditta che ha in appalto la realizzazione del ponte sull'Adda di Bertonico, è stata di parola. Tra giovedì e ieri, sono ripresi i lavori per la conclusione del viadotto che dovrà essere consegnato entro la prossima primavera. Le pressioni della provincia dei Lodi e dei comuni di Bertonico e Montodine hanno dunque sortito l'effetto desiderato: nel corso dei summit seguiti al blocco del cantiere, blocco dovuto ai problemi finanziari della cooperativa ferrarese, gli enti locali hanno sempre puntato sul mantenimento dell'appalto in essere: questa soluzione avrebbe insomma impedito un'ulteriore perdita di tempo. Alla fine, dunque, hanno avuto ragione. Nei giorni scorsi, il dirigente del settore strade della provincia di Lodi, l'architetto Savino Garilli, è andato a Milano al compartimento Anas per chiedere, tra le altre cose, aggiornamenti sulla vicenda del ponte strallato: i funzionari sono stati chiari, annunciandogli che i lavori sarebbero ripresi prima del fine settimana. Ed effettivamente così è stato verificato dal capo cantoniere di Castiglione, inviato in perlustrazione: gli scavatori sono tornati dunque in azione sulla sponda cremasca. Manca all'appello solo il 20 per cento dei lavori e la ditta non dovrebbe incontrare grosse difficoltà ad arrivare all'appuntamento previsto: la riapertura del ponte è prevista per l'inizio dell'estate del 2004, praticamente a dieci anni dalla caduta del vecchio ponte. Intanto, l'Anas è pronta a svolgere un intervento di manutenzione straordinaria dell'attuale ponte, il bailey a un senso di marcia alternato, che garantisce il collegamento tra le due province. Secondo quanto l'Anas ha comunicato in via preliminare agli enti locali, i lavori dovrebbero durare otto giorni, durante i quali il ponte resterà chiuso; in questa fase, l'itinerario alternativo per collegare Bertonico e Montodine sarà la provinciale 26 Lodi-Castiglione sino a Cavenago, da lì la provinciale 169 sino a varcare l'Adda e trovarsi in sponda cremasca sulla provinciale 53 Cavenago-Credera, infine imboccare la provinciale 5 Crema-Montodine e viceversa. In previsione di tutto ciò, la provincia sta mettendo a punto un'ordinanza di chiusura del ponte, che ovviamente verrà emessa solo quando l'Anas comunicherà l'inizio dei lavori.
Cris. Bran.

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