Con ritardo vi trasmetto la cronaca di nostro
interesse della settimana appena trascorsa. Giovedì
16 abbiamo avuto un incontro con il Prefetto di Lodi, del
quale vi illustrerò nella prossima assemblea Sempre
giovedì 16 ottobre abbiamo presentato un nuovo atto
ricorso contro il Comune, per le chiaviche di viale Milano.
Per diritto di replica, vi invito a leggere la lettera del
consigliere comunale di Lodi Gio Gozzi.
Il testo del ricorso al TAR potete scaricarlo dal nostro sito:
www.nautilaus.com/alluvionati.htm
Domenico Ossino
Presidente c.al.lo. onlus
Da Lettere al
IL CITTADINO del 15 10 03
LODI
Anch'io ho votato per Guerini
Mi sia consentito di rispondere al signor Stefano Caserini,
con cui avrei piacere di parlare, se non altro per capire
se è in buona fede. Anche perché mi è
parso che abbia capito ben poco della mia lettera al «Cittadino»,
o forse, semplicemente, non ha voluto capire. Poiché
una proposta chiara è stata fatta: acquisire all'uso
pubblico tutte le aree centrali in prossimità della
stazione ferroviaria, principiando dalle Abb Adda, prima che
questa prenda la destinazione dei condomini residenziali,
come è accaduto per la Sordi, per l'area dell'ex Consorzio
agrario, per quella dell'ex mercato ortofrutticolo e per quella
dell'ex stabilimento dei Mangimi Ferrari, dei Magazzini Generali,
ecc. Altre città, diversamente da Lodi, lo fanno o
l'hanno fatto. Mi limito a citare la vicina Milano che, nelle
aree dell'ex mercato ortofrutticolo, ha realizzato un parco
e nelle ex aree della Bovisa ha realizzato l'università,
nelle ex aree della Bicocca ha creato il teatro degli Arcimboldi,
e nella ex raffineria di Pero il nuovo polo fieristico. Che
a Lodi sia la Bipielle a realizzare quel centro direzionale
da me proposto va benissimo; che il progettista sia un grande
nome quale quello dell'architetto Botta, va ancor meglio.
Che in quelle aree preziose si debbano costruire altri alloggi
di lusso, mi sembra uno spreco, un errore, una occasione perduta
per fare qualcosa di grande.
Non ritiene il signor Stefano Caserini che il concedere sempre
e ovunque immobili a uso abitativo sia una anomalia tutta
lodigiana? E che sia poco di "sinistra" o di centrosinistra
essere così proni a favorire tre o quattro imprenditori
edili e i loro lucrosi profitti? Questo monopolio delle aree
ha determinato un caro case che non ha limiti e il cui bel
risultato lo si è potuto osservare con la recente alluvione.
Una Lodi dove il poco verde dell'Isola Carolina è stato
ridotto di un terzo per far posto al cemento, e questo in
barba al vincolo ambientale e monumentale del torrione, simbolo
di Lodi, il quale, però, per l'inerzia dell'amministrazione,
sta ora cadendo a pezzi.
Il signor Caserini Stefano vuole un'altro proposta? Restauriamo
il torrione e ripristiniamo al suo intorno un giardino verde,
demolendo la bruttura di quell'edificio a ridosso di quel
monumento storico. Ora l'amministrazione comunale di Lodi
sembra che stia attendendo che crolli l'Antico Forno Italiano
del Sandone, se non è già stato demolito. Potrei
farne cento di proposte, ma il signor Caserini poi mi chiederebbe
con quali soldi e io gli dovrei rispondere: con quelli buttati
via in luminarie senza valore, oppure con l'inutile rifacimento
della piazza San Francesco - Ospitale, e così continueremmo
all'infinito, senza costrutto, perché il suo compito
è sminuire e porre dubbi e ombre affinché tutto
continui come sempre.
L'onorevole Lodigiani ha proposto Efeso, un progetto interessante,
sia pur discutibile, ma mai discusso seriamente e vanificato
nei fatti, avendo l'amministrazione comunale compromesso le
aree che sarebbero servite per realizzarlo. Ho chiesto, tramite
le molte mie osservazioni alle molte varianti del Prg, che
fosse fatto, prioritariamente a ogni scelta, un piano dei
servizi, come la legge regionale n. 1 del 2001 fa obbligo
di effettuare, senza però conseguire alcun risultato.
E la ragione del diniego è facile da capire: si vogliono
occupare prima tutte le aree libere, destinandole all'edilizia
residenziale e poi, solo dopo di ciò, "scoprire"
che di aree centrali giuste per onorare i disposti del D.L.
1444 del 2 aprile 1968, guarda caso, non ce ne sono più.
Non so se il signor Caserini queste le chiami proposte. Se
così fosse, ne ho fatte proprio tante, ma tutte inutilmente.
Perché non c'è peggior sordo di chi non vuol
sentire. Cosa rimprovero ai politici che in provincia e nel
capoluogo governano da dieci anni il territorio? Rimprovero
proprio il fatto di non aver fatto nulla di sinistra, se si
ritiene che "essere di sinistra" debba significare
la tutela del patrimonio di tutti, il garantire il verde,
l'aria, l'acqua, gli elementi che servono per vivere e respirare,
soprattutto per chi non ha i soldi per disintossicarsi nei
paradisi naturali. Parchi, giardini e asili sottocasa, attivati
per mamme e anziani, e servizi pubblici per le classi più
deboli che non si possono permettere altro. È proprio
questo che non vedo realizzare dalle attuali amministrazioni
e che, appunto, rimprovero loro. E non mi pare proprio di
aver contrapposto, come buona amministrazione, alcune volontà
di governo o della regione Lombardia che non condivido, quali
il condono edilizio e le autorizzazioni a nuove centrali termoelettriche
nel Lodigiano, poiché sono dell'idea che ciascuna provincia
debba tenersi lo sporco in casa sua e, di conseguenza, che
si facciano le centrali dove c'è il consumo, nella
misura che serve in quei territori. Poiché non capisco
per quale ragione il Lodigiano, un patrimonio inestimabile
di verde agricolo ad alto valore produttivo, debba essere
sacrificato con la sua gente per diventare la pattumiera di
Milano, di una Milano luccicante di luminarie e di vetrine
e dagli alti redditi. Né comprendo per quale ragione
noi si debba essere condannati a vivere nel retrobottega di
un'area ricca e industriale, un retrobottega dove si nasconde
lo sporco e tutto ciò che è male (e per questo
nascosto fra i nostri alberi per non farlo vedere), pagando
queste scelte permissive dei nostri amministratori con la
nostra salute. Che il signor Stefano Caserini faccia il capzioso
e il polemico per negare queste verità non può
che dispiacermi, anche perché, come lui, purtroppo,
ce ne sono tanti.
Pongo sotto accusa la provincia di "sinistra" e
i comuni di sinistra o di destra, poco importa, in quanto
hanno tradito il loro compito di pianificare e tutelare il
territorio, per aver acconsentito colpevolmente ad accogliere
ogni richiesta, cosicché discariche, logistica, industrie
inquinanti e chi più ne ha più ne metta, hanno
trovato solerte accoglienza nel Lodigiano, determinando in
alcuni casi processi di cementificazione e di conurbazione
insostenibili, come è visibile a tutti nel tratto da
Lodi al casello dell'Autostrada del sole. Certo che proposte
responsabili ne ho, ma per descriverle tutte mi occorrerebbero
tre interi numeri del «Cittadino». La mia lettera
voleva essere una presa di coscienza e un invito alla ribellione
esteso a tutti, senza distinzione di colore politico. Dirò
una cosa che sorprenderà, a dimostrazione che non scrivo
per partito preso: anch'io ho votato per Guerini, non essendo
al tempo iscritto ad alcun partito. Ma di quel mio voto di
fiducia mi sembra, ora, giusto chiedere conto a Guerini, così
come agli altri.
Gio Gozzi Lodi
Da Lettere al
IL CITTADINO del 13 10 03
LODI
Anche noi abbiamo avuto il nostro Vajont
Mercoledì 9 ottobre, ore 22. In programmazione su Raiuno
il film "Vajont". Scorrono le immagini.
Pochi minuti prima del disastro "annunciato", l'attore
che impersona nel film il direttore della diga, rispondendo
al tecnico che, sul posto, lo mette in allarme cogliendo segni
del disastro, pronuncia la frase: «Non creiamo allarmismo».
Poco dopo il fatto si compie.
La memoria corre al 26 novembre 2002, giorno dell'alluvione
a Lodi. Anche per noi la stessa frase. L'hanno sentita e riferita
in molti. Anche noi abbiamo avuto il nostro Vajont.
La storia, evidentemente, a prescindere dalla diversa modalità
e gravità del fatto, nulla insegna...
Gaia Bocchioli Lodi
Da IL GIORNO del
15 10 03
Un Idroscalo in riva all'Adda
MONTANASO LOMBARDO — Sala consiliare gremita di cittadini
lunedì sera in occasione dell'incontro promosso dalla
lista locale «Forza Montanaso» sul tema «Recupero
e utilizzazione della Cava Belgiardino». Una partecipazione
che ha interessato anche parecchia gente di Lodi, curiosa
di sapere quali sono i progetti legati al futuro della cava.
Attiva dalla seconda metà degli anni Settanta, la cava
è situata in territorio comunale di Montanaso Lombardo
e fornisce ghiaia e sabbia. Lunga circa un chilometro, larga
dai 250 ai 300 metri, profonda mediamente 25 metri, è
posta in parallelo al corso del fiume Adda dal quale dista
alcune centinaia di metri.
L'attività estrattiva, ancora in funzione, ha provocato
la formazione di un vero e proprio laghetto, peraltro molto
suggestivo e spettacolare. Il Comune di Montanaso si cura
di far effettuare periodicamente alcuni controlli per evitare
lacerazioni all'ambiente, visto che la concessione della cava,
gestita da privati, prevede determinate norme di rispetto.
La concessione sarà attiva per altri cinque anni, peraltro
rinnovabili alla scadenza per altri dieci anni (spetta alla
Provincia di Lodi, sentito il parere del Comune, la licenza
di merito).
In pratica, a fronte di un laghetto artificiale già
ormai delineato, si prosegue nell'attività estrattiva,
sia pure nel rispetto delle regole previste dall'accordo di
concessione. Il dibattito ha riguardato il futuro del laghetto
e degli spazi adiacenti. C'è stata una introduzione
del responsabile di «Forza Montanaso», Claudio
Pedrazzini, il quale ha evidenziato la necessità, rilevata
dalla sua lista (che in Comune a Montanaso siede sui banchi
della minoranza) di esaminare e discutere le proposte di recupero
dell'intera area del Belgiardino. Proposte che sono state
illustrate dal sindaco Silverio Gori.
Dopo aver fatto la cronistoria della cava, il primo cittadino
si è addentrato appunto nella descrizione dei progetti
già approvati, i quali prevedono una destinazione a
svago, per attività ricettive, utilizzo dello specchio
d'acqua con barche senza motore, attività di pesca
sportiva, razionalizzazione degli spazi delle rive (rispetto
di 25 metri dal catino d'acqua) con strutture ricreative e
di richiamo.
Il presidente del Parco Adda Sud, Attilio Dadda, ha insistito
sulla salvaguardia dell'ambiente, con la necessità
di partire subito nella realizzazione delle infrastrutture,
così da dare l'esempio per iniziative similari. Cesare
Cadeo, assessore alla provincia di Milano (si occupa, tra
l'altro, della gestione dell'Idroscalo), ha apprezzato le
intenzioni del Comune di Montanaso riguardo al Belgiardino
e, parlando della esperienza dell'Idroscalo, si è soffermato
su interventi misti pubblici e privati. Tra gli altri intervenuti,
anche il presidente della Confartigianato della Provincia
di Lodi, Antonio Palermo, che ha insistito sulla necessità
di dotare l'area di attività ricettive.
di Luigi Albertini
Da IL CITTADINO
del 15 10 03
Groppali mira a valorizzare gli insetti come cuore
di un'agricoltura compatibile con la natura e a far conoscere
le farfalle «Dobbiamo salvare le nostre paludi»
Il direttore del Parco pensa anche al recupero delle cave
a lago
Il punto di forza del Parco Adda Sud nei prossimi anni sarà
il potenziamento delle zone umide. E in zone umide potrebbero
trasformarsi anche le cave a lago purtroppo già presenti
sul territorio. Il direttore del consorzio lodigiano Riccardo
Groppali si è appena insediato, ma ha già alcune
idee chiare su come organizzare la tutela del nostro patrimonio
ambientale. Mettendosi, per esempio, sulle orme dei segreti
naturali ancora da svelare, sfruttando in qualità di
segugi numero uno le guardie ecologiche. «Sarebbe interessante
scoprire - dice Groppali - dove sono i cervi volanti, dove
volano la farfalla delle paludi e la Zerinthia, quella gialla
e nera, che è in via di estinzione. Ma ancora numerosi
altri sarebbero i particolari da approfondire: dove sono le
tane dei tassi, dove vengono a svernare i corvi e dove si
trovano alcuni insetti come l'aromia moscata e la ceramice.
Di loro non si sa nulla». Il direttore ha il ruolo di
tecnico, le sue proposte poi devono integrarsi con la volontà
politica del consiglio di amministrazione. Per intanto, però,
bisogna farsi venire delle idee e progettare dei sistemi di
riqualificazione del territorio. Groppali ha percorso a piedi
quasi tutto il perimetro del parco, da Rivolta a Castelnuovo,
essendosi occupato in passato del piano territoriale di coordinamento.
«Mi piace muovermi pensando che tutte queste zone dove
ho camminato anni fa avanti e indietro devono essere viste
da altri, la Zerbaglia, il bosco della Pianella, il parco
della preistoria, ma anche Soltarico e Abbadia Cerreto, un
paesaggio che ti fa sembrare di essere al di fuori del mondo.
Senza dimenticarsi di citare veri e propri gioielli come l'Adda
morta di Pizzighettone. Il mio compito è di mantenere
questi paradisi naturali e conservarli il più possibile».
Il direttore insegna conservazione della natura a biologi,
geologi e naturalisti dell'Università di Pavia, ma
anche ecologia applicata agli architetti del Politecnico milanese.
L'attività che lo diverte di più sono le 6 ore
di insegnamento ai musicologi di Cremona. Deve occuparsi di
elementi di botanica, così si può sbizzarrire
nell'insegnare conservazione della natura.
Quali sono i suoi obiettivi?
«Ipotizzare un modello agricolo produttivo, mantenendo
la struttura portante del paesaggio. In genere approviamo
le richieste degli agricoltori per quanto riguarda i tagli
delle piante, purché si impegnino a ripiantumare qualcos'altro.
L'obiettivo è rendere tematico il paesaggio: togliere
le robinie perché sono infestanti e infastidiscono
gli altri alberi nei filari. Anche gli ailanti, per esempio,
si possono sostituire con le piante tipiche, querce, salici,
pioppi e aceri della nostra tradizione paesaggistica».
Qual è l'aspetto più interessante del parco
da valorizzare?
«Il fiume, sicuramente, come elemento in continuo mutamento.
Ma soprattutto vorrei ripristinare le zone umide che il fiume
ha regimato e abbassato e che non vengono più alimentate
dalle acque. Il Parco Adda Sud è un parco di palude.
Le aree boscate sono isolate e piccole, quelle umide, invece,
numerose e ben distribuite. Ma anche difficili da mantenere,
perché si modificano rapidamente: i canneti avanzano,
i salici anche e l'area si trasforma in bosco».
Quali sono le zone umide nelle quali è necessario un
intervento?
«Il Mortone, per esempio, è sempre stato ricco
d'acqua e adesso invece si è asciugato, la lanca di
Soltarico, l'Adda morta di Pizzighettone e la lanca della
rotta, a Cavenago, dove l'acqua sta iniziando a diminuire.
La Zerbaglia è ben conservata perché subisce
costanti interventi. La sfida è avere le risorse necessarie,
mentre un problema è rappresentato dal fatto che le
zone umide sono quasi tutte riserve di caccia. Tendenzialmente
l'attività venatoria dovrebbe essere esclusa, anche
se le zone meglio conservate sono proprio le riserve».
Ma a cosa servono le zone umide?
«Sono molto importanti. Un fiume ben dotato di zone
umide è corridoio di transito di numerosi migratori
che attraversano il Sahara e vanno a riprodursi nel Nord Europa.
Un fiume senza paludi è pressoché inutile. Nelle
acque ferme gli uccelli possono riposarsi durante il percorso
migratorio, mentre non potrebbero farlo nell'acqua corrente
del fiume e in mezzo ai rami insidiosi dei boschi. La palude,
inoltre, protetta dalla fitta vegetazione presente lungo le
sponde, offre agli uccelli abbondanza di cibo. Molti animali
come anatre, limicoli, cavalieri d'Italia e piro piro vengono
a svernare qui».
Lei è un esperto di insetti. Questo che effetti avrà
sul Parco?
«Gli insetti sono la base dell'alimentazione di molti
volatili. Ma anche il riccio, la talpa, i ragni hanno come
piatto forte gli insetti e tutti i fiori vengono impollinati
da api, mosche e coleotteri. Senza dimenticare anche la valenza
della piccola fauna. La processionaria della quercia, l'infantria
americana e la piralide del mais (che secondo alcuni andrebbe
distrutta coltivando mais transgenico, ndr) possono venire
parassitati e distrutti da altri insetti».
La piccola fauna viene utilizzata anche in agricoltura.
«Adesso si sta diffondendo la pratica della coltura
biologica anche qui da noi, della lotta guidata e dell'agricoltura
biodinamica che assecondano i meccanismi della natura. Per
distruggere i nemici dell'orzo, gli afidi, per esempio, invece
di usare i velenosi pesticidi basterebbe piantare il sambuco,
fonte di attrazione per i loro avversari. L'ambiente sicuramente
ringrazia questo genere di agricoltura e anche i produttori
dovrebbero farlo, visto che smetterebbero di utilizzare sostanze
velenose».
Un progetto che le sta a cuore?
«Mi piacerebbe realizzare nel parco percorsi tematici
dedicati alle farfalle e alle libellule, per coinvolgere soprattutto
le scolaresche. Sorta di visite guidate, nell'ambiente, sulle
orme di questi animali».
Ma è così facile vederli?
«È proprio questo il bello. Ci sono dei punti
più favorevoli, come l'Adda morta di Pizzighettone
o il Mortone di Cavenago. Per mantenere le farfalle, per esempio,
basta coltivare determinate essenze e sfalciare solo in certi
periodi dell'anno. Se si sbaglia anche solo un dettaglio gli
insetti se ne vanno».
Cosa dice delle cave presenti nel parco?
«Mi sono occupato di recupero naturalistico delle cave.
La scelta di farle e la localizzazione non dipendono dal Parco.
Visto che dobbiamo subirle possiamo solo muoverci per il recupero.
In questo senso alcune cave a lago dismesse possono diventare
risorse ambientali di pregio. Il problema è che le
cave sono molto grandi e profonde».
Cristina Vercellone
Il Consorzio Muzza insegna come non rimanere a secco
La Muzza fa lezione: il Lodigiano è stato fra i pochissimi
territori agricoli a salvarsi dalla siccità di quest'estate,
e il merito va al canale Muzza, che, forte di 500 anni di
storia e di una gestione completamente automatizzata di livelli
e portate, ha assicurato l'approvvigionamento idrico a tutti
i coltivatori inseriti nel suo reticolo di canali e colatori.
Proprio per questo motivo si è tenuta nei giorni scorsi,
presso la sede del Consorzio in via Nino dall'Oro, una lezione
di idraulica applicata al territorio, nell'ambito di un corso
di aggiornamento promosso dalla regione Lombardia, cui hanno
partecipato tecnici delle pubbliche amministrazioni provenienti
da quasi tutte le regioni del bacino del Po.
Obiettivo delle lezioni, tenute dai tecnici Marco Chiesa,
Fausto Cremascoli, Massimo Servidati e Alessandro Gallarati,
con la comunicazione curata da Natalia Viganò, l'uso
plurimo dell'acqua: da quello irriguo al raffreddamento delle
centrali termoelettriche di Cassano e Tavazzano, passando
quindi per la generazione idroelettrica a Paullo, Bolenzana,
Quartiano, Montanaso e Bertonico (oltre 50 megawatt all'anno),
l'allevamento di pesce a Lodi Vecchio e a Cornegliano, il
mantenimento di zone umide e del minimo vitale dell'Adda,
anche attraverso quanto, dai canali in terra, discende nella
falda, e il drenaggio delle bassure, attraverso il sistema
di idrovore lungo il Po, che assicurano la fruizione di circa
20 mila ettari di Bassa Lodigiana. Un equilibrio ottenuto
con il lavoro di secoli, scavando quel "fiume" artificiale
che è la Muzza, lunga circa 40 chilometri, e collegandovi
sapientemente un reticolo di migliaia di chilometri di rogge
e canali.
Gli eventi meteorologici estremi dell'ultimo anno, a partire
dall'alluvione del 26 novembre 2002, hanno confermato la necessità
di un miglior governo del rapporto tra il territorio urbanizzato
e i corsi d'acqua. Ma quello dell'emergenza è solo
uno degli aspetti, dato che, come ha potuto essere illustrato
ai tecnici a lezione attraverso alcune tappe sul canale, non
mancano neppure le opportunità di valorizzazione dell'ambiente
naturale e di fruizione ciclopedonale delle alzaie, come sottolinea
il direttore del Consorzio, Ettore Fanfani. Tutti esempi molto
apprezzati dagli "allievi", che a loro volta, anche
in sede di programmazione urbanistica o idraulica, potranno
trovare spunti nel "sistema Muzza".
Car. Cat.
Oasi dell'Isolabella: la parola ai cittadini
Dovrà diventare un parco pubblico e prevedere al proprio
interno una difesa spondale. Con questi due punti fermi e
poco altro l'assessore all'ecologia del comune di Lodi Francesco
Marzorati si presenterà all'assemblea pubblica indetta
per le 21 di venerdì 24 ottobre nella sede del consiglio
di zona di Porta d'Adda, in via Maddalena 10, per parlare
dell'Isolabella. «Una proposta volutamente carente»
sottolinea Marzorati: volontà dell'amministrazione
comunale è infatti quella di coinvolgere i cittadini
di Lodi nella progettazione della zona avviando così
quella politica della partecipazione sociale di cui Marzorati
è promotore. Sull'area, assicura Marzorati, «di
idee ne abbiamo ma non vogliamo imporre niente, preferendo
raccogliere indicazioni». A dare forma al futuro parco
potranno essere singoli cittadini, associazioni e professionisti
che, in forma gratuita, decidano di proporre progetti, suggerimenti,
idee. Sull'area ha gravato a lungo un progetto di costruzione
di una zona residenziale e commerciale, prevista nel piano
regolatore e risolta dall'ex assessore all'urbanistica Mauro
Biscaldi con uno scambio di aree. Nell'ampio spazio compreso
tra l'Adda, la nuova tangenziale, via Massena e il parcheggio
dell'ospedale (per il quale è previsto un ampliamento)
gli interventi messi in atto sono stati la piantumazione di
filari di pioppi cipressini (falcidiati dalla siccità
di questa estate) da parte del comune e la messa a dimora
di piante autoctone (queste in salute) da parte del Wwf in
un'area limitrofa che Palazzo Broletto ha successivamente
delimitato con una recinzione e dotato di panchine, cestini
e altri elementi di arredo urbano diventati bersaglio dei
vandali. Marzorati ha assicurato che le piante esistenti non
verranno toccate. Quanto alle indicazioni dei lodigiani, costituiranno
una sorta di progetto preliminare che il comune girerà
a un professionista per quello definitivo.
Montanaso Le proposte del territorio al convegno sul
futuro dell'impianto. Cadeo suggerisce: «Pensate ai
più giovani»
«Un paradiso per gli sport acquatici»
Alla cava Belgiardino un centro ricreativo come l'Idroscalo
MONTANASO Come trasformare una ferita da 25 metri di profondità,
900 metri di lunghezza e 300 di larghezza in una risorsa per
il territorio? Lunedì sera a Montanaso il gruppo Forza
Montanaso ha cercato di dare una risposta a tutto questo considerando
la cava Belgiardino in una conferenza dal titolo: "Un
futuro per la cava Belgiardino, Idroscalo lodigiano? Idee
e progetti a confronto". «Da tempo si parlava del
futuro della cava che per il piano cave provinciale potrà
continuare a funzionare per non più di 10 anni ancora,
ma non ci si era mai riuniti intorno ad un tavolo per cercare
soluzioni come politici e per far conoscere potenzialità
e possibilità ai cittadini». Tanti i relatori
presenti. Il sindaco di Montanaso, innanzitutto, che ha spiegato
come la cava esista dagli anni '70 e ha auspicato che qui
possano arrivare le Olimpiadi.
Ma l'incontro è stato introdotto, agli oltre 150 convenuti,
da Claudio Pedrazzini, consigliere di Forza Montanaso, che
ha sottolineato: «Il 2003 è l'anno internazionale
dell'acqua proclamato dall'Unesco. In questa parte del territorio
lodigiano dove al termine acqua si associano soprattutto i
problemi relativi alle recenti esondazioni del fiume Adda,
vi è la possibilità di affrontare i contenuti
di questo anno internazionale anche dal punto di vista delle
opportunità che il grande spazio d'acqua di Montanaso
offre sul territorio». Significativo l'intervento di
Attilio Dadda, presidente del Parco Adda Sud che ha sottolineato:
«È necessario prevedere spazi e attività
a dimensione d'uomo, evitando interventi di cementificazione
eccessivi delle aree e esaltando il ruolo della natura e del
Parco per la pratica di tutti gli sport che possono trovare
riferimento in questo contesto». Montanaso e Milano
a confronto, poi, nell'intervento di Cesare Cadeo, assessore
milanese per l'area sport, turismo e tempo libero, il quale
oltre a descrivere le attività che, come nel caso dell'Idroscalo
milanese, potrebbero trovare collocazione in questo grande
specchio d'acqua, ha portato l'attenzione soprattutto sul
ruolo dei giovani, delle scuole, delle famiglie e di tutti
gli sportivi professionisti e dilettanti per la massima valorizzazione
del territorio e, di riflesso, anche degli abitanti. «Non
serve un secondo Idroscalo milanese e non è necessario
preparare quest'area per le Olimpiadi del 2016 - ha detto
Cadeo - . Bisogna, al contrario, a mio parere, valorizzare
le persone e soprattutto le famiglie nei progetti che si sceglieranno
per la riqualificazione di questa cava e non pensare invece
ai progetti in prima persona per adattarli poi alle persone.
Le scuole e la formazione in aggiunta alla pratica delle attività
sportive (sport acquatici, canoa, sub, vela, oltre a piste
di ciclocross, jogging, tennis, piscine, percorsi ippici,
spazi attrezzati per il relax per le famiglie) rappresentano
le grandi opportunità e le sfide di un futuro Idropark
lodigiano, dove sarà necessario anche l'intervento
e il sostegno di importanti sponsor come è avvenuto
per l'Idroscalo milanese ora chiamato Idropark Fila».
Diverse anche le associazioni del territorio presenti. Il
presidente della Lega Navale di Lodi, Claudio Ciprian, innanzitutto,
ha promesso: «Porteremo volentieri la nostra esperienza
per avviare un grande progetto per tutti coloro che amano
gli sport d'acqua, per i ragazzi e le scuole (dato che la
Lega Navale rientra nell'ambito delle attività formative
del Ministero della Pubblica Istruzione) e per tutte le famiglie
lodigiane». Il 7 volte campione italiano di Canoa Luca
Cardinali, Presidente dell'Associazione difesa dell'Adda,
poi, ha comunicato: «È fondamentale poter avere
la disponibilità di strutture attrezzate dove poter
favorire la cultura degli sport d'acqua: strutture che oggi
sono lasciate alle mille difficoltà anche economiche
di ogni singola associazione che rimane isolata rispetto ad
un progetto comune e coordinato. E un progetto comune e coordinato
è anche quello che sogna Forza Montanaso, promotrice
della serata.
Flavia Mazza
I comuni attendono la stagione delle piogge:
pronto un piano per dare un tetto agli sfollati
La stagione autunnale impone agli amministratori locali di
alzare gli occhi al cielo, nella speranza che non sia troppo
plumbeo. Gli echi di due alluvioni ravvicinate, quelle del
1994 e del 2000, con i disastri legati alle esondazioni, sono
ancora ben vivi tra chi, come i sindaci, si assume in quei
casi responsabilità piuttosto delicate. La scorsa settimana
il comune di Codogno ha compiuto un passo importante con l'elaborazione
di un progetto di accoglimento delle famiglie evacuate dai
paesi limitrofi. La cosa ha sollevato approvazione tra gli
stessi: «Sapere di disporre di un punto di riferimento
e di appoggio in situazioni così drammatiche è
rassicurante - esordisce Francesco Merli, vicesindaco di Guardamiglio
- e ben ha fatto il comune di Codogno a investire in questo
senso». Insomma, il Com 3 funzionerà: «ero
presente all'illustrazione del piano - prosegue Merli -, e
mi sembra ben fatto e scrupoloso: nel 2000, effettivamente
le cose non andarono per il meglio e fummo tutti colti un
po' di sorpresa». Stesso indirizzo anche per Pierangelo
Foletti, primo cittadino di Meleti, dal quale, oltre al plauso
per Codogno, arriva però anche qualche critica: «Occorrerebbe
lavorare anche per prevenire - è il suo commento -
ma in questo senso i comuni sono in grado di fare ben poco».
Secondo Foletti, si deve «combattere l'incuria a cui
spesso sono lasciate le rive dei fiumi: la vegetazione crea
tappi che andrebbero rimossi, mentre le nutrie fanno il resto,
creando un dissesto cui va messo riparo». Foletti ritiene
inoltre, che la prima opera di prevenzione vada elaborata
altrove: «penso che sia importantissima la cura dei
fiumi e delle loro sponde nelle zone montane: lì c'è
sempre stata un sorta di volontariato di chi ci abitava, quando
la legna era fonte di reddito. Ma oggi i paesi si spopolano
e l'azione di manutenzione di quelle persone va in qualche
modo sostituita». Ma i comuni, cosa possono fare? «Le
competenze non sono molte - riprende Merli -, se non per quanto
riguarda la cura dei piani di protezione civile e la preparazione
degli uomini: a Guardamiglio stiamo investendo parecchio in
tal senso, con la nuova sede autonoma del gruppo locale e
con l'ottima collaborazione della provincia». Merli,
inoltre, si dice soddisfatto di quanto realizzato a livello
strutturale, con l'innalzamento della sommità arginale
tra il Gargatano e la cascina Breghenze, quello che era considerato
uno dei punti critici. Da Foletti, invece, ancora perplessità:
«ho segnalato più volte dal 1994 la perdita di
una paratia in zona Chiavicone e nessuno è intervenuto:
il danno nel frattempo si aggrava». E ancora: «Occorre
una politica comune, concordata fra tutti gli enti e i comuni
interessati»: cosa che, a dire del primo cittadino,
non è ancora metabolizzata: «Ho sentito dell'idea
di Lodi per l'innalzamento dell'argine dove l'Adda ha fatto
disastri: penso che una cosa di questo genere vada ragionata,
poiché alzare in un punto significa creare più
pressione a valle». Foletti garantisce di «comprendere
il disagio e il dramma dei cittadini di Lodi, anche se considera
“scellerata” l'espansione nella città bassa.
Pa. Mi.
«Troppe cave a rischio idrogeologico,
meglio prelevare la ghiaia dal fiume»
Dragare i fiumi e limitare le cave. Pierangelo Foletti, sindaco
di Meleti e rappresentante del centrodestra nel consiglio
del Parco dell'Adda Sud, interviene in polemica con il presidente
del Parco, Attilio Dadda, il quale nei giorni scorsi si era
violentemente scagliato contro l'idea di tornare al dragaggio
dei fiumi. Dadda aveva parlato di interessi economici, nascosti
ma neanche troppo, e non aveva esitato a contestare Domenico
Ossino e Carlo Bajoni, membri del comitato degli alluvionati.
«Dadda si sbaglia - esordisce Foletti -, poiché
il piano presentato dalla Lega Nord in provincia, quello che
riprende l'idea di prelievo di ghiaia dai fiumi, andrebbe
preso in più seria considerazione». Il sindaco
di Meleti precisa «di non voler nemmeno sfiorare le
questioni sollevate da Dadda», relative «a intreressi
economici occulti», ma non vuole esimersi dal sottolineare
che «è ridicolo non pensare che gli stessi interessi
non reggano tutta la questione cave». Anzi, secondo
Foletti, «il fenomeno delle cave è più
incontrollabile, poiché è un piatto al quale
molti soggetti possono accedere», mentre «le autorizzazioni
per pescare dai fiumi erano ridotte e quindi più controllabili».
E non è tutto: «Il Lodigiano si sta trasformando
da paese dei colori a paese delle cave - continua - ed ormai
è bucherellato in ogni dove». La questione non
è di poco conto, se è vero che «alcune
escavazioni sono pericolosamente a ridosso dei fiumi, con
profondità che rischiano di creare un effetto sifone
con i vicini corsi d'acqua». Secondo Foletti, tanto
basta per giudicare il piano cave della provincia di Lodi,
«un mezzo disastro» e giudizio migliore non ottiene
la dirigenza del Parco Adda nella sua funzione consultiva.
L'ex democristiano precisa peraltro che «la regimazione
del dragaggio dovrebbe essere rigida, non come quella troppo
permissiva degli anni Settanta, che aveva poi portato al divieto
poi rimasto». Infine, secondo Foletti, il ritorno delle
cave sui fiumi «consentirebbe di eliminare uno degli
elementi che causano le esondazioni».
Da IL CITTADINO del 16 10 03
Montanaso
Il presidente dell'ente di tutela attacca Forza Italia:
«Hanno fatto campagna elettorale»
L'idroparco ha pochi sponsor
Cavatori interessati, ambientalisti cauti sul progetto
Montanaso È assurdo pensare di trasformare le sei grandi
cave esistenti nel territorio in piste di canottaggio. Il
presidente del Parco Adda Sud commenta così l'idea
di un idroscalo nel sito estrattivo di Belgiardino. Le dichiarazioni
arrivano all'indomani dell'incontro pubblico organizzato dal
gruppo Forza Montanaso guidato da Luca Pedrazzini. L'idea,
oltre che dal circolo azzurro locale era stata caldeggiata
dal sindaco Silverio Gori che vorrebbe addirittura organizzare,
nel lago della cava, le olimpiadi del 2016. «Prima -
dice Attilio Dadda - bisogna pensare alla riqualificazione
ambientale, ridare alla natura quello che gli è stato
tolto in tutti questi anni: una priorità rispetto all'idea
di fare qualsiasi attività ricreativa». E parlare
di questo progetto è un po' prematuro anche secondo
il direttore dello stesso ente Riccardo Groppali: «L'attività
continuerà per altri dieci anni e adesso - dice - la
discussione non può essere che piuttosto generica.
L'idroscalo di Milano è enorme, non ha un bacino di
un chilometro e mezzo come il lago della cava. Bisogna vedere
se questo progetto è compatibile. Tutto va bene, purché
tutto funzioni». Il presidente regionale di Legambiente
Andrea Poggio non vede di cattivo occhio l'iniziativa, purché
«non si faccia un parco giochi all'americana»,
buttando quintalate di cemento in mezzo al verde. Ma l'idea,
dice Poggio, «non è nuova; era nata all'interno
del piano di risanamento provinciale, era stata avanzata dagli
stessi cavatori, anche perché per legge devi pensare
comunque al ripristino e c'era stata una discussione tra esperti».
Secondo l'esponente ambientalista, «nel rispetto della
natura e nella tutela idrogeologica del territorio del fiume
è giusto porsi il problema della fruizione delle sponde
dell'Adda. Le aree di accesso sono poche e sempre super affollate
da gente che viene anche da fuori per godersi un po' il fiume».
L'idea, perciò, secondo Poggio, «è ottima;
spero solo - dice - che non sia invasiva. Una sorta di Belgiardino
2, con un bassissimo impiego di cemento, andrebbe benissimo».
La Cosmocal, società estrattiva barasina guidata da
Luigi Gallotta, ammette di essere interessata al progetto
di una sorta di idropark a Montanaso. «La nostra visione
del recupero - spiegano i cavatori in una nota - è
orientata a un duplice intervento che, una volta valutata
la compatibilità economica dell'operazione, comprenderà
strutture ludiche e ricreative, e un ripristino dell'attitudine
naturalistica che caratterizza la zona». Ma i discorsi
non sono soltanto tecnici come dovrebbero. Il coordinatore
di Forza Italia del capoluogo, infatti, alla fine dell'assemblea
di Montanaso, ha fatto un intervento che a Dadda non è
proprio piaciuto. Stefano Buzzi, lamenta il presidente del
Parco, si è alzato, lanciando strali contro il sindaco
Aurelio Ferrari e la sua amministrazione, «rovinando
così con una sorta di spot elettorale, lo spirito tecnico
e produttivo della serata». E non c'è stata nemmeno
la possibilità di replicare, perché l'assemblea
è stata sciolta. «Si respirava un clima surreale
- ribadisce il presidente del Parco - si parlava di progetti
di recupero, quando la maggioranza dei relatori e dei partecipanti
non sapeva che la provincia ha già approvato lo sfruttamento
del giacimento per altri 10 anni. In questo clima di irrealtà,
però, tutti gli interventi sono stati di sapore tecnico,
tranne quello di Buzzi. Lo stesso Cadeo, che ha presentato
l'esperienza dell'idroscalo non ha insistito sugli aspetti
di indirizzo politico». Dadda è veramente furente:
«Sono andato a un incontro sulle finalità di
recupero della cava e invece ho dovuto stare al tavolo della
presidenza ad ascoltare la campagna politica di Forza Italia.
Mi veniva voglia di indossare la maglietta con la scritta
"Sono comunista". In questo modo si è persa
l'opportunità seria di parlare di recupero delle cave».
C'è mancato poco che il presidente del Parco lasciasse
il tavolo dei relatori: «Forza Italia - sbotta - è
un giano bifronte. In consiglio provinciale ha chiesto di
aumentare la capacità estrattiva del territorio, mentre
a Montanaso, lunedì sera, ha chiesto a voce alta di
bloccare l'ipotesi di ampliamento del piano cave provinciale».
Cristina Vercellone
La risposta all'interrogazione del senatore
Piatti:
«Fissata una riunione per definire il tracciato»
Il ministro insiste:
«Faremo il canale»
Ma da Roma accusano la regione per i ritardi nell'opera
Bertonico Per il ministro Pietro Lunardi il canale navigabile
è ancora una realtà. Il responsabile del settore
trasporti del governo Berlusconi lo ha praticamente ammesso
nella risposta scritta a un'interrogazione presentata alcune
settimane fa dal senatore diessino Gianni Piatti. Anzi, «al
fine di valutare la possibilità di rendere navigabile
il Po fino a Milano è stata convocata una riunione
tra il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e i
rappresentanti delle regioni per l'individuazione del tracciato
e per valutare la possibilità di finanziamenti nell'ambito
della legge 443 del 2001». Ma il ministero incolpa le
regioni dei ritardi nella realizzazione dell'idrovia, che
per la verità affonda le sue radici agli inizi del
'900. Dalle regioni, infatti, il ministero non ha ancora ricevuto
«proposte in ordine al tracciato per raggiungere l'obiettivo
della piena navigabilità del Po». Il senatore
Piatti chiede prima di tutto chiarimenti sul tracciato che
si intende adottare per il canale navigabile visto che «la
regione Lombardia avrebbe dichiarato la propria referenza
per il tracciato Cremonese, da Pizzighettone a Trucazzano».
«In nessuna sede istituzionale - continua il senatore
lodigiano Piatti - né attraverso provvedimenti legislativi,
questo governo ha mai precisato la propria decisione sul canale
navigabile». Ma c'è di più, visto che
il senatore Piatti se la prende con il ministro Lunardi, accusato
di parlare dell'idrovia in sedi non appropriate, come ha fatto
nel corso dell'ultima edizione di Miss Padania, il concorso
di bellezza della Lega Nord. Nella sua risposta ufficiale,
il ministro Lunardi è più chiaro e diretto.
«Già con il Decreto ministeriale del 14 giugno
del 2000 - spiega ancora il ministro Lunardi - il canale Milano-Cremona-Po
era stato individuato tra gli interventi prioritari per l'adeguamento
della rete idroviaria alla V classe, recependo le indicazioni
del Comitato tecnico economico istituito per elaborare lo
studio di fattibilità per la realizzazione del sistema
idroviario padano-veneto e per la progettazione di tratte
funzionali». Il ministro ricorda inoltre che era già
stata assegnata alla regione Lombardia una quota di fondi
stanziati dalla legge 194 del 1998, per 6,95 miliardi delle
vecchie lire, per il prolungamento del canale fino a Milano.
«Allo stato attuale - conclude Lunardi - il ministero
è ancora in attesa di ricevere notizie da parte della
regione sullo stato delle progettazioni finanziate».
La possibile realizzazione del canale navigabile si trascina
ormai da diversi anni a questa parte, nonostante di recente
l'apposito Consorzio sia stato sciolto. «Tale ente -
osserva il senatore Piatti - aveva a più riprese elaborato
studi di fattibilità, l'ultimo dei quali prendeva in
considerazione due ipotesi di tracciato, uno Cremonese e l'altro
Lodigiano. Di fatto, con l'individuazione, da parte della
regione Lombardia, di un interporto di seconda corona nell'area
dismessa della raffineria dell'ex Sarni Gulf, il Consorzio
elaborò un'ipotesi di prolungamento del canale fino
al centro intermodale». Un altro capitolo della lunga
storia del canale navigabile.
Cristiano Brandazzi
Da Lettere al
IL CITTADINO del 17 10 03
LODI
L'impegno della Santanchè per il territorio
Egregio direttore desidero porre alla sua conoscenza che venerdì
5 ottobre, presso la sede provinciale di Alleanza nazionale,
si è tenuta una conferenza stampa dell'onorevole Daniela
Santanchè. Erano presenti a tale incontro gli inviati
dei giornali, l'inviato dell'emittente televisiva Trs e il
rappresentante degli alluvionati signor Ossino. Ci è
spiaciuto constatare l'assenza del «Cittadino»
per due motivi: il primo è che proprio sul suo giornale
un mese fa circa ci si lamentava dell'assenza sul territorio
dei nostri parlamentari, e l'onorevole Santanchè eletta
con il proporzionale in quattro collegi (Lodi, Mantova, Pavia,
Cremona), nonostante i suoi impegni, è pur sempre in
stretto contatto con la dirigenza locale per eventuali problematiche.
Infatti grazie al suo intervento, dalla precedente Finanziaria
sono stati erogati al comune di Lodi 1.500.000 di euro, pari
a circa 3 miliardi di vecchie lire, per opere pubbliche. Secondo
motivo: sul suo giornale qualche mese fa era apparso un trafiletto
dell'assessore Bonifati che ironizzava sull'interessamento
dell'onorevole Daniela Santanchè per le quattordici
famiglie di alluvionati ospitate nelle case di proprietà
delle poste situate in via Bay. Ebbene grazie all'onorevole
la direzione generale di Roma nella persona dell'ingegner
Cutuli, che sentitamente ringraziamo, ha disposto di decurtare
del 15 per cento l'ammontare dell'affitto che il comune paga.
Dato che tale ammontare è di circa 83mila euro, il
beneficio che ne deriva per le quattordici famiglie è
una diminuzione dell'affitto annuo di 700 euro circa pari
a 1.400.000 di vecchie lire. Detto questo spero che per correttezza
ed onestà intellettuale l'assessore Bonifati vorrà
ringraziare pubblicamente l'onorevole Daniela Santanchè.
In fiduciosa attesa porgo cordiali saluti.
Giancarlo Regali presidente provinciale di An
Da IL CITTADINO
del 17 10 03
La protesta dei sindaci a 3 anni dalla piena del Po
«Non hanno fatto nulla per evitare l'alluvione»
Tre anni dopo la piena del Po non è stato fatto nulla
per aumentare la sicurezza dei comuni. La denuncia è
dei sindaci della Bassa. «La burocrazia, oltre alle
ristrettezze di personale e di finanziamenti è il peggior
nemico», spiega il primo cittadino di San Rocco, Chiodaroli.
«Degli interventi sollecitati dal nostro comune - gli
fa eco il sindaco di Orio, Ferrari - non ne è stato
fatto alcuno». Intanto il prefetto ha presieduto un
vertice con regione, Aipo, Consorzio Adda, Consorzio Muzza
e altri enti con un imperativo: eliminare i problemi che hanno
rallentato i soccorsi durante l'alluvione a Lodi del 2002.
«Non è stato fatto nulla: la burocrazia
e le ristrettezze di finanziamento hanno impedito di erigere
difese spondali efficaci»
«Siamo ancora disarmati di fronte al Po»
Tre anni dopo la grande piena i sindaci hanno ancora paura
Gli amministratori dei comuni lodigiani rivieraschi del Po
non si sentono affatto più sicuri rispetto a tre anni
fa, quando il livello del Grande Fiume si alzò sino
a lambire il piano di calpestio dell'argine maestro consigliando
l'evacuazione di alcuni paesi situati nelle terre basse lungo
la cinta arginale. «Poco è stato fatto - commenta
Mino Chiodaroli, sindaco di San Rocco al Porto - anzi niente,
se si considera che gli interventi a Caselle Landi e tra Guardamiglio
e Somaglia erano già stati previsti dopo la piena del
1994. La burocrazia, oltre alle ristrettezze di personale
e finanziamenti per l'Aipo (l'Agenzia Interregionale Po e
cioè l'ex Magistrato per il Po, ndc), è il peggior
nemico: da tempo abbiamo avanzato richieste per una riduzione
e pulizia dell'isolotto Maggi, con l'asportazione di detriti,
sabbia e ghiaia, e con l'eliminazione della vegetazione, ma
ancora non ho ricevuto risposte che mi garantiscano l'esecuzione
del progetto. So però che a livello centrale l'Aipo
ha scritto ai proprietari dei vari manufatti di attraversamento
del fiume affinché ristabiliscano le condizioni originarie
sussistenti quando progettarono i ponti: in pratica l'isolotto
Maggi andrebbe quasi eliminato».
Gli interventi citati dal primo cittadino sanrocchino si riferiscono
all'innalzamento dell'argine tra Guardamiglio e Somaglia nel
tratto che presentava una quota più bassa rispetto
alle altre zone, la cosiddetta "cordamolla" che
secondo gli stessi tecnici dell'allora Magistrato per il Po
era stata volutamente lasciata sul versante lodigiano in passato
per preservare Piacenza da un'eventuale inondazione, e la
ricostituzione di difese spondali in riva al Po in località
Regona a Caselle Landi, ma lungo il restante tratto lodigiano
del Grande Fiume si lamenta anche la mancata manutenzione
minimale. Basta sentire il sindaco di Orio Litta Francesco
Ferrari: «Degli interventi sollecitati dal nostro comune,
non ne è stato fatto alcuno: le paratoie difettose
e degradate, quindi non funzionanti, sono rimaste nelle medesime
condizioni. Al confine del nostro territorio comunale, tra
Corte Sant'Andrea e la foce del Lambro nel 2000 era franata
una parte dell'argine nei pressi di un manufatto, ma dopo
un primissimo intervento di messa in sicurezza con la posa
di un manto impermeabile non è stato fatto alcun consolidamento,
e ciò mi lascia pensare che l'argine lì sia
indebolito». Meno duro il sindaco di Somaglia Luigi
Lucchini, che però rilancia l'annosa questione della
regimazione fluviale: «L'unico intervento previsto nel
nostro territorio era l'innalzamento della quota arginale
nel suo punto più basso, ed è stato realizzato,
ma non sono state fatte altre manutenzioni: in golena c'è
ancora un barcone di cemento portato dalla piena del 2000
e incagliatosi in un pioppeto. Piccole cose, ma la golena
dovrebbe essere libera. E soprattutto nel greto del fiume
andrebbe prevista l'asportazione di sabbia e ghiaia che si
accumulano in eccesso: a Somaglia l'alveo del Po si sta riducendo,
e ritengo che il discorso della regimazione idraulica vada
affrontato seriamente, anche perché consentirebbe di
ridurre il numero di cave da aprire nel Lodigiano».
Sulla pulizia dell'alveo insiste anche Gianfranco Contardi,
sindaco di Caselle Landi: «Quello rimane il problema
principale, ma sembra che nessuno ci voglia sentire da quell'orecchio:
se non si vuole asportare sabbia e ghiaia, che si garantisca
almeno la pulizia da rifiuti e tronchi d'albero trasportati
dalla corrente; quest'estate con il Po in secca si è
persa un'occasione importante. Qui alla Regona di Caselle
Landi è stato completato il progetto delle difese spondali,
ma francamente non possiamo dire di sentirci più sicuri».
La tranquillità assoluta non può esserci nemmeno
secondo il vicesindaco di Guardamiglio Francesco Merli: «Bisogna
tenere sempre la guardia alzata e prestare la massima attenzione,
anche se qui da noi hanno rialzato e rinforzato la sommità
arginale dove era carente: è stato messo un tampone,
per il resto dobbiamo essere pronti ad affrontare eventuali
situazioni di pericolo con il nostro piano di protezione civile».
Daniele Perotti
Nel summit con enti locali e tecnici la regione conferma:
«Nessun finanziamento per i nuovi argini»
Piena, il prefetto detta le regole: «Dobbiamo eliminare
i problemi patiti l'anno scorso»
Il disastro successo l'anno scorso in sala operativa durante
l'alluvione non accadrà più. Il nuovo prefetto
di Lodi Nicoletta Frediani ha messo mano al problema dell'emergenza
nella riunione convocata ieri pomeriggio in prefettura con
regione (assente l'assessore Buscemi), Aipo, Consorzio Adda,
Consorzio Muzza ed enti locali. «Visto che l'anno scorso
vi fu qualche scollamento - afferma - ho chiesto a tutti gli
enti e a tutti tecnici di sederci intorno al tavolo e costruire
un percorso che serva nell'emergenza a dare al prefetto, a
cui spettano le decisioni, il miglior supporto possibile».
Il prefetto ha sottolineato che ci dovrà essere la
massima collaborazione fra tutti e l'importanza di un rapporto
continuo con la regione, l'ente che ha responsabilità
sul bacino e che gestisce tutti i dati idrometrici. «È
importante - sottolinea la Frediani - che nel momento del
bisogno tutti parlino la stessa lingua, e che il rapporto
tra la sala operativa regionale e quella di Lodi sia continuo
e automatico». Più informatizzazione, più
rapidità nell'analizzare i dati e un ente unico a cui
fare riferimento nell'emergenza, cioè la protezione
civile regionale. Questa la ricetta del prefetto per non ripetere
più quanto accadde 11 mesi fa, quando nulla sembrava
funzionare e l'ordine di evacuazione venne dato quando ormai
era troppo tardi. Meno buona la situazione argini e finanziamenti.
Circa 350 mila euro per risistemare il tratto di sponda a
nord di Lodi, alla colonia Caccialanza è tutto quello
che la regione metterà a disposizione del Lodigiano
per risistemare gli argini ancora rotti. Anche il responsabile
della sede milanese dell'Aipo, Luigi Mille ha ribadito che
i tagli ai finanziamenti da parte dello stato renderanno impossibile
coprire la totalità degli interventi: «I danni
complessivamente sono stati 650 milioni di euro, ma da Roma
ne sono arrivati solamente 50». Non solo: a questo punto
anche i tre milioni di euro assicurati dalla regione due anni
fa per costruire un nuovo argine in città sulla sponda
destra dell'Adda (il famoso "muraglione" poi rigettato
dagli stessi dirigenti regionali) non sarebbero più
tanto sicuri. Gli unici soldi certi per Lodi restavano i due
miliardi di vecchie lire stanziati per proteggere con un nuovo
argine la sponda sinistra e le case che verranno costruite
al posto dell'ex Sicc: ma il progetto edilizio è stato
rigettato dalla maggioranza di centro sinistra e non si farà
più.
Dal Consorzio Adda è arrivata la bocciatura alla proposta
fatta da Ferrari due settimane fa per istituire un'autorità
unica in grado di gestire i dati e le emergenze in caso di
nuove piene: «Hanno risposto - afferma Ferrari - che
l'alluvione di novembre è stata gestita nel miglior
modo possibile e non intendono cambiare». Dal sindaco
di Lodi è arrivata, quasi per disperazione, un'ultima
proposta riferita alla "doppia piena" che la portata
d'acqua proveniente dal lago e la piena dell'affluente Brembo
riversò su Lodi. «Vista l'incertezza nel calcolare
i tempi fra Ponte Briolo e Lodi, sarebbe meglio sbarrare per
qualche ora la diga di Olginate, in attesa che la piena del
Brembo passi». Questo vorrebbe dire, però, mandare
ancora più sott'acqua i comuni rivieraschi del Lago,
come Como: «Vista l'ampiezza del bacino - ribatte il
sindaco -, la cosa si potrebbe fare se l'impatto su Como fosse
limitato a pochi centimetri. Qualche lieve danno in più
su un comune già danneggiato potrebbe "salvare"
dal disastro i comuni più a sud». Regione, Aipo
e Consorzio naturalmente hanno detto di no. L'unica novità
è rappresentata da un gruppo di lavoro che prevede
lo studio Rossetti, il consorzio Muzza e l'ufficio tecnico
del comune: sulla base dei dati raccolti a novembre stanno
realizzando un manuale sul quale, a ogni livello raggiunto
dal Brembo a ponte Briolo e dal lago a Olginate corrisponderà
una proiezione altimetrica dell'Adda e Lodi e i tempi di arrivo
della piena.
Francesco Gastaldi
GUARDAMIGLIO E VALLORIA
Il 17 ottobre 2000 è una data segnata in modo indelebile
nella memoria dei cittadini di Guardamiglio e Valloria, costretti
a lasciare le loro case per effetto di un'ordinanza di evacuazione
firmata dal sindaco Elia Bergamaschi per questioni di sicurezza
di fronte alla grande piena del Po. Situazione vissuta anche
dai cittadini di San Rocco al Porto, di Caselle Landi, e delle
zone basse di Santo Stefano Lodigiano e Corno Giovine: più
di seimila persone ospitate nei centri di accoglienza individuati
nelle palestre scolastiche e in altre strutture pubbliche
nel Basso Lodigiano, o negli ospedali per i malati. Fortunatamente
il Po non tracimò oltre gli argini, e questa sera il
parroco don Santino Rognoni richiama a raccolta in riva al
Po le parrocchie di Guardamiglio e della frazione Valloria
per una Messa di ringraziamento per lo scampato pericolo.
Il luogo scelto per la celebrazione eucaristica è quello
di sempre, sulla sponda del fiume a Valloria, appena giù
dall'argine in territorio golenale; come sempre disponibile
il gruppo dei volontari di Protezione civile ad effettuare
il servizio di sicurezza e a garantire l'illuminazione della
zona con la propria torre-faro. Come si ricorderà,
durante l'alluvione del 2000 don Rognoni rispolverò
la reliquia di San Savino, ricordando un suggerimento dei
suoi parrocchiani che gli raccontavano come in passato un
suo predecessore, don Carlo Borini, esponeva tale reliquia
sotto la minaccia di un'alluvione. Mentre a Guardamiglio oggi,
come ormai accade da tre anni a questa parte, si celebra una
messa a ricordo della grande alluvione, nella chiesa parrocchiale
di San Rocco la memoria dei quei giorni è affidata
quotidianamente all'affresco realizzato dal pittore lodigiano
Felice Vanelli dopo l'alluvione per volontà del parroco
don Giovanni Bergamaschi e dell'intera comunità. Sulla
parete scene di evacuazione, di famiglie spaventate e di volontari
che le soccorrono.
Santo Stefano, così la Bassa si prepara a curare
le acque
Santo Stefano Il Basso Lodigiano si prepara a gestire le sue
acque. In base a una disposizione della regione Lombardia,
che determina il trasferimento di competenze sul reticolo
idrico minore ai singoli comuni, le amministrazioni locali
stanno mettendo in piedi appositi studi sul loro sistema.
La zona meridionale della provincia è particolarmente
interessata in materia, data la complessità di un sistema
idrico che nella storia ha fatto la fortuna dell'agricoltura
locale. Una serie di comuni, tra cui Santo Stefano Lodigiano
e Terranova dei Passerini si è già mossa per
far fronte alle nuove necessità, Caselle Landi ci sta
pensando: primo passo sarà lo studio del territorio
per un monitoraggio della situazione esistente, ai fini dell'aggiornamento
cartografico e per una serie di misure che preparino la strada
alle nuove competenze. Per farlo, i comuni si sono affidati
al geologo Marco Daguati di Caselle Landi, un'autorità
in materia di acque e territorio. Sarà invece il Pirellone
a finanziare lo studio geologico, contribuendo all'ottanta
percento della spesa complessiva, valutata attorno ai 15 mila
euro. Un lavoro certosino, proprio come fu quello dei frati
che bonificarono la pianura secoli fa, che si pone l'obiettivo
di dare una geografia aggiornata e precisa a tutto il sistema
idrico minore. I risultati dello studio andranno ad integrare
i Prg dei singoli comuni, costituendo in parecchi casi, nuovi
vincoli soprattutto per l'urbanistica. Dopo l'allargamento
delle fasce di rispetto a tutto il reticolo idrico, l'estensione
del concetto di “acqua pubblica” a tutte le acque
superficiali e sotterranee e dopo l'entrata in vigore di norme
assai limitative per gli interventi nei pressi degli argini,
tutte prescrizioni di leggi dello stato, occorre dunque verificare
quale sia il punto di partenza reale, prima del trasferimento
delle competenze. Lo studio di Daguati mirerà, dal
punto di vista geologico, alla stesura della carta dei vincoli,
di sintesi e della fattibilità geologica. Ancor più
importante la parte di studio riguardante direttamente il
reticolo idrico: verranno individuate le competenze e verrà
steso un regolamento di polizia idraulica, con la definizione
delle fasce di rispetto, che verranno rivalutate rispetto
alle attuali, specie nei centri abitati. I risultati saranno
ritornati alle amministrazioni sia su supporti cartacei che
informatici. «La filosofia della regione è quella
di intervenire sulla rete minore per prevenire guai più
grossi al reticolo maggiore» è, in sintesi, il
commento di Daguati.
Pa. Mi.
Da Lettere al
IL CITTADINO del 17 10 03
MONTANASO
Buona l'idea di usare la cava come idroscalo
Il giorno 13 ottobre ho partecipato, come uditore, alla tavola
rotonda sul tema "Un futuro per la cava Belgiardino (idroscalo
lodigiano?), idee e progetti a confronto", organizzato
dal gruppo Forza Montanaso nell'aula del consiglio del nuovo
palazzo comunale di Montanaso Lombardo.
La cava in oggetto, che si trova tra il comune di Lodi e quello
di Montanaso, ha una lunghezza di 1.100 metri e una larghezza
di circa 300. Tra qualche anno, finendo l'attività
estrattiva, potrebbe essere trasformata in un luogo simile
al bacino dell'idroscalo milanese, rispettando l'ambiente
e diventando un laghetto delizioso circondato dal verde e
poco distante dalla nostra città. Nel corso del dibattito
tutti i relatori (tra i quali l'assessore provinciale di Milano
Cesare Cadeo, il presidente del Parco Adda Sud Dadda, l'agronomo
Antonino Losi, il presidente della Lega Navale di Lodi Claudio
Ciprian e altri), anche con l'assenso dell'attuale proprietario
signor Sozzi, si sono trovati d'accordo nell'idea di sfruttare
la possibilità di trasformare la cava in un bacino
d'acqua che possa essere messo a disposizione dei cittadini
a scopo ricreativo.
Servirebbe a divertire i pescatori, chi intenda usare imbarcazioni
(a vela, canoe) o anche a chi voglia trascorrere qualche ora
immerso nel verde e a contatto con l'acqua, in un'oasi di
pace e tranquillità. Nel corso della serata si è
data una valenza sociale a questo intervento, in quanto la
creazione di questo idroscalo lodigiano potrebbe, soprattutto
nei mesi estivi, togliere i giovani dalle strade del centro
e dare loro una possibilità di scappare dai pericoli
e dai vizi metropolitani per immergersi nella natura e nello
sport. Nobili fini e nobili principi, anche se personalmente
penso che certi "pericoli" vadano combattuti in
altra maniera, educando i giovani e perseguendo chi vuole
approfittare di loro.
Io sono comunque favorevole alla proposta della trasformazione
della cava perché solo con progettazioni di tale natura
si potrà abbellire e migliorare un territorio che,
a mio avviso, è già ricco di scorci naturali
assai gradevoli. Voglio, infine, dare un consiglio a chi partecipa
a questo tavolo con una proposta che, se fattibile, darebbe
una valenza sociale importante al progetto. Si potrebbe creare,
nel rispetto della natura, una piccola struttura che contenga
una vasca da utilizzare per la riabilitazione di portatori
di handicap, di ex infartuati o emiplegici, anche sfruttando
la vicina centrale di Tavazzano, con il sistema del teleriscaldamento.
Si potrebbe così dare una risposta sociale con un minimo
impegno economico. Per tale ragione chiedo che si possa intavolare
un discorso con l'azienda sanitaria e con l'azienda ospedaliera,
se si vuole dare una connotazione pubblica, o con qualche
privato che intenda accreditarsi per un convenzionamento futuro,
per valutare se questa mia idea possa essere realizzata.
Vittorio Sala consigliere comunale di Lodi nel gruppo
di Forza Italia
Da IL CITTADINO
del 18 10 03
Con i sospirati fondi si spera venga messo in sicurezza il
tratto tra le foci del Lambro e l'Adda
Po, arrivano i soldi per gli argini
Stanziati 5 milioni, lavori forse ultimati entro il 2004
Finalmente. Sono stati stanziati oltre cinque milioni di euro
per nuovi interventi di messa in sicurezza dell'argine del
Po, nel tratto lodigiano tra le foci del Lambro e dell'Adda.
Ne hanno avuto notizia ufficiale in questi giorni la Provincia
e la Prefettura. Dagli uffici dell'Aipo (Agenzia Interregionale
Po) di Parma il direttore Francesco Cerchia conferma che nell'ambito
del piano stralcio numero 45, ossia il programma degli interventi
necessari alla messa in sicurezza dell'intera asta del fiume
stilato dall'allora Magistrato per il Po dopo l'alluvione
del 1994, sono giunti dal governo gli ultimi finanziamenti
e 5 milioni e 164 mila euro saranno investiti nel Lodigiano.
Per ora non sono state rese note le località in cui
questi fondi verranno investiti per interventi di messa in
sicurezza. La speranza è che i lavori possano essere
realizzati nel 2004.
Critiche dall'assessore provinciale Sanna: «È
la metà di quanto chiesto dall'Aipo, per l'Adda arriverà
ancora meno»
Alluvione, 5 milioni per il Lodigiano
Serviranno per la messa in sicurezza degli argini rovinati
sul Po
Gli amministratori dei Comuni rivieraschi del Po (se non tutti,
buona parte di essi) sostengono che troppo poco sia stato
fatto in questi anni per garantire maggior sicurezza dopo
due grandi piene del grande fiume. Ne abbiamo parlato nella
nostra edizione di ieri. Certamente dunque giungerà
loro gradita la notizia di un finanziamento di oltre cinque
milioni di euro per nuovi interventi di messa in sicurezza
dell'argine del Po nel tratto lodigiano tra le foci del Lambro
e dell'Adda.
Ne hanno avuto notizia ufficiale in questi giorni la Provincia
e la Prefettura. Dagli uffici dell'Aipo (Agenzia Interregionale
Po) di Parma il direttore della programmazione Francesco Cerchia
conferma che nell'ambito del piano stralcio numero 45, ossia
il programma degli interventi necessari alla messa in sicurezza
dell'intera asta del fiume stilato dall'allora Magistrato
per il Po dopo l'alluvione del 1994, sono giunti dal governo
gli ultimi finanziamenti e 5 milioni e 164 mila euro saranno
investiti nel Lodigiano.
Per ora non sono state rese note le località in cui
questi fondi verranno investiti per interventi di messa in
sicurezza: si conosceranno una volta ultimati i progetti da
parte dell'Aipo. La speranza è che i lavori possano
essere realizzati nel 2004.
«Dopo la realizzazione del sopralzo arginale tra Guardamiglio
e Somaglia e la sistemazione delle difese spondali in località
Regona a Caselle Landi - commenta l'assessore provinciale
alla protezione civile Francesca Sanna - la novità
sostanziale a tre anni dall'ultima piena del Po è questo
finanziamento di oltre 5 milioni di euro per ulteriori interventi
di innalzamento degli argini laddove non restava garantito
il "franco arginale" e per la messa in sicurezza
delle zone a rischio di fontanazzi attraverso diaframmature
o terrapieni lungo gli argini». C'è un però:
«Il problema - fa notare l'assessore Sanna - è
che questa somma rappresenta solamente il 50 per cento di
quanto l'Aipo avesse effettivamente richiesto. Ancora peggiore
la situazione per l'Adda, nel senso che dopo l'alluvione dello
scorso anno arriverà solo il 10 per cento dei fondi
regionali richiesti, esclusivamente per l'argine a Lodi. Nel
complesso spiace vedere come lo Stato sottovaluti le necessità
di prevenzione e messa in sicurezza, considerato che poi i
ripristini dopo le emergenze hanno un costo enorme».
Intanto la Provincia di Lodi continua nel suo impegno per
un aggiornato monitoraggio del territorio, nella speranza
naturalmente di non dover riattivare le procedure d'emergenza
con l'evacuazione dei paesi rivieraschi del Po come nell'anno
2000 o dell'Adda come nel 2002: «È in fase di
esame presso la commissione provinciale ambiente - spiega
la Sanna - il programma di previsione e prevenzione, già
presentato in Prefettura e che il 30 ottobre prossimo verrà
illustrato ai Comuni ed ai gruppi di Protezione Civile. Un
documento che oltre al rischio idrogeologico monitora anche
quelli sanitari, chimici, nucleari, e così via. Abbiamo
anche cominciato a rivedere il piano provinciale di emergenza,
nel quale prevediamo di ritoccare qualcosa sulla fascia dell'Adda,
mentre per quanto riguarda il Po i Comuni hanno lavorato bene
e sono già avanti».
Daniele Perotti
Lo sviluppo e la sicurezza sul fiume, in un convegno
i dati della Cattolica
Il «Consorzio per la difesa e valorizzazione delle aree
rivierasche del fiume Po» organizza per il 10 novembre
un convegno a Codogno nel quale verrà illustrato uno
studio dell'Università Cattolica di Piacenza sul quadro
socioeconomico e sulle prospettive di sviluppo del territorio
lodigiano lungo il fiume Po. Si parlerà anche della
sicurezza dei territori rivieraschi e di navigazione fluviale.
Lo annuncia l'ex senatore Michele Bucci, presidente dell'Ente,
che peraltro sta lavorando ad un ampliamento delle adesioni
al consorzio. Tra i 25 comuni lodigiani e piacentini sull'asta
del Po contattati all'indomani dell'alluvione del 2000 per
dare vita a una realtà in grado di monitorare da vicino
il grande fiume per garantire sicurezza e dare sviluppo attraverso
la risorsa-fiume ai paesi rivieraschi, solo Guardamiglio,
Corno Giovine, Santo Stefano Lodigiano, San Fiorano, Fombio,
Meleti, Orio Litta e Ospedaletto Lodigiano si sono riuniti
per costituire il consorzio, che poi ha cominciato a guardare
anche al Pavese. «Il convegno - spiega Bucci - riunirà
rappresentanti delle province di Lodi, Piacenza e Pavia. Il
Po è unico, dunque non ha senso agire da soli o quantomeno
ci deve essere condivisione dei progetti».
Bertonico Riprendono i lavori per il ponte sull'Adda
Bertonico La Coop Costruttori di Argenta, la ditta che ha
in appalto la realizzazione del ponte sull'Adda di Bertonico,
è stata di parola. Tra giovedì e ieri, sono
ripresi i lavori per la conclusione del viadotto che dovrà
essere consegnato entro la prossima primavera. Le pressioni
della provincia dei Lodi e dei comuni di Bertonico e Montodine
hanno dunque sortito l'effetto desiderato: nel corso dei summit
seguiti al blocco del cantiere, blocco dovuto ai problemi
finanziari della cooperativa ferrarese, gli enti locali hanno
sempre puntato sul mantenimento dell'appalto in essere: questa
soluzione avrebbe insomma impedito un'ulteriore perdita di
tempo. Alla fine, dunque, hanno avuto ragione. Nei giorni
scorsi, il dirigente del settore strade della provincia di
Lodi, l'architetto Savino Garilli, è andato a Milano
al compartimento Anas per chiedere, tra le altre cose, aggiornamenti
sulla vicenda del ponte strallato: i funzionari sono stati
chiari, annunciandogli che i lavori sarebbero ripresi prima
del fine settimana. Ed effettivamente così è
stato verificato dal capo cantoniere di Castiglione, inviato
in perlustrazione: gli scavatori sono tornati dunque in azione
sulla sponda cremasca. Manca all'appello solo il 20 per cento
dei lavori e la ditta non dovrebbe incontrare grosse difficoltà
ad arrivare all'appuntamento previsto: la riapertura del ponte
è prevista per l'inizio dell'estate del 2004, praticamente
a dieci anni dalla caduta del vecchio ponte. Intanto, l'Anas
è pronta a svolgere un intervento di manutenzione straordinaria
dell'attuale ponte, il bailey a un senso di marcia alternato,
che garantisce il collegamento tra le due province. Secondo
quanto l'Anas ha comunicato in via preliminare agli enti locali,
i lavori dovrebbero durare otto giorni, durante i quali il
ponte resterà chiuso; in questa fase, l'itinerario
alternativo per collegare Bertonico e Montodine sarà
la provinciale 26 Lodi-Castiglione sino a Cavenago, da lì
la provinciale 169 sino a varcare l'Adda e trovarsi in sponda
cremasca sulla provinciale 53 Cavenago-Credera, infine imboccare
la provinciale 5 Crema-Montodine e viceversa. In previsione
di tutto ciò, la provincia sta mettendo a punto un'ordinanza
di chiusura del ponte, che ovviamente verrà emessa
solo quando l'Anas comunicherà l'inizio dei lavori.
Cris. Bran.