Da
IL GIORNO del 27 11 03
Piatti contro la tassa sulle calamità
«Nuova gabella illogica e iniqua»
LODI - A un anno dall'alluvione al danno si
aggiunge la beffa. Così il senatore Gianni Piatti -commenta
la - decisione del governo di .introdurre in Finanziaria un
articolo secondo cui i titolari di assicurazione antincendio
sulla casa dovranno pagare un premio supplementare - per fare
fronte alle calamità naturali. «Dato - dice Piatti
- che le calamità naturali sono una delle voci di costo
di più alte per l’erario, si dovrebbe procedere
a rimborsi rigorosi e a interventi di ripristino. In questo
caso invece lo Stato si defila, e si privatizza il rischio
catastrofe, procedendo con iniquità, casualità
e incertezza».
Piatti ha informato della questione anche le
istituzioni locali e i comitati alluvionati del lodigiano,
che «hanno preso subito posizione contro questa
nuova tassa. E' importante che prima del voto alla Camera
vi siano pronunciamenti».
Da il LODIGIANO del 28 11 03
LODI I COMITATI DEGLI ALLUVIONATI RICORDANO
GLI EVENTI DEL NOVEMBRE 2002
In Corteo per non dimenticare
Invitati i rappresentanti di enti pubblici,
comuni ed associazioni.
Questa sera, venerdì 28 novembre, gli
alluvionati torneranno a manifestare per le vie di Lodi.
Non sarà una iniziativa di protesta - lo hanno
garantito i due rappresentanti dei Comitati di Riva Destra
e Sinistra dell'Adda, Domenico Ossino e Carlo Bajoni -, ma
non si potrà fare a meno di ricordare alle istituzioni
pubbliche le loro colpe per quanto accaduto proprio un anno
fa. Tra il 26 ed il 28 novembre del 2002 i quartieri del Pratello,
di Revellino-Marte e della Martinetta, assieme al Borgo,
finirono sott'acqua a causa di una alluvione senza precedenti.
Gli esperti confermarono che una ondata di piena di quelle
proporzioni non si ricordava a memoria d'uomo e forse più.
Ciò di cui gli alluvionati si lamentarono per giorni
e giorni non fu però l'imprevedibilità
del fiume e degli agenti atmosferici - contro la natura ancor
oggi poco di può fare -; ma 1'impreparazione colpevole
degli enti preposti a prevenire cd a limitare per quanto possibile
i danni provocati dalle periodiche esondazioni dell'Adda.
Di fatto, come evidenziato sia dal Procuratore Capo della
Repubblica al Tribunale di Lodi, Giuseppe La Mattina, sia
dalla sequenza stessa degli eventi di quei giorni, 1'ordine
di evacuazione venne dato in ritardo, con gravi lacune da
parte del personale preposto. Anche gli interventi successivi
all'ondata di piena dell'Adda, coordinati dalla
Protezione Civile, fecero emergere una sostanziale impreparazione
nei confronti di quella calamità naturale.
I comitati degli alluvionati hanno deciso di guardare avanti
e così questa sera ci si limiterà a sfilare
per le vie della città - la partenza è fissata
alle 19.30 in via Enrico Mattei nelle immediate vicinanze
del ponte ottocentesco della città, l'arrivo mezz'ora
dopo in via San Francesco assieme alle autorità
pubbliche, ai parlamentari del territorio, ai rappresentanti
delle associazioni di volontariato e a tutti i cittadini che
vorranno unirsi al ricordo di quella alluvione. Nel teatro
San Francesco verranno proiettati i filmati registrati durante
l'alluvione, facendo il punto sulle iniziative adottate
dagli enti preposti per evitare il ripetersi di fatti della
stessa portata. E' questo che soprattutto sta a cuore agli
alluvionati ed a quanti continuano ad abitare ad un passo
dall'Adda: evitare che il fiume provochi danni incalcolabili
solo per imperizia umana. Ma cosa è stato fatto
in questi dodici mesi per rassicurare i residenti in Città
Bassa, al Revellino-Marte ed al Pratello? Poco o nulla. Camera
di Commercio, Provincia e Comune hanno messo a disposizione
le risorse finanziarie stanziate subito dopo l'alluvione
del novembre 2002, distribuendo i fondi reperiti nelle
pieghe dei loro bilanci. L'Astem ci ha messo del suo, come
molti cittadini lodigiani invitati a dare qualcosa per
far fronte all'emergenza. La Provincia ha deciso di progettare
il rifacimento della provinciale Lodi-Boffalora, nel
tratto di sua competenza, nell'intento di alzare la sede stradale
quel tanto che basta per ottenere un secondo argine a protezione
di Campo di Marte e Revellino. Qualche privato ha provveduto
a sue spese a sistemare le sponde del fiume maggiormente danneggiate
dall’ondata di piena. Prefettura e Comune hanno rivisto
il piano di protezione civile in caso di calamità naturale.
Si tratta sostanzialmente di interventi marginali che lasciano
irrisolto il problema di fondo: se le intemperie decideranno
di scatenarsi nuovamente sulla Lombardia con la stessa violenza
del novembre 2002, è prevedibile che molte zone della
città finiranno per essere nuovamente allagate. Gli
interventi di regimazione dell'alveo del fiume - richiesti
più volte alle autorità preposte - non
sono stati fatti, né tanto meno si è provveduto
ad una sistemazione complessiva degli argini dell'Adda. Il
fiume per ora scorre placido e tranquillo come non mai e l'unica
cosa che gli alluvionati sperano è che rimanga tale
il più a lungo possibile.
Franco Buongiorno
LODI Il Sindaco, Aurelio Ferrari, annuncia che
presto si effettueranno gli espropri
Il comune insiste, vuole le chiuse su viale
Milano
Quasi pronto il progetto esecutivo mentre su
tutto pesa ancora l’esposto presentato al Tar
Quello che il comune fa o non fa per proteggere
la città dalla furia delle acque, in concomitanza del
triste anniversario dell' esondazione dell'Adda del novembre
scorso, continua a fare discutere. Le chiuse su Viale
Milano, opere pensate per proteggere l'area residenziale
del Pratello, non piacciono ancora agli abitanti del Capanno
e della Martinetta. Questi ultimi, timorosi che in periodi
di piena la realizzazione di barriere possa accrescere l'afflusso
di acqua verso le loro proprietà, sono ricorsi
al Tar per bloccare le intenzioni di palazzo Broletto e per
il momento il progetto si è fermato.
Ma Palazzo Broletto crede ancora nella bontà
delle sue intenzioni e prosegue dritto per la sua strada.
A breve sarà approvato il progetto esecutivo delle
chiuse e già si stanno iniziando le procedure
di esproprio nei confronti di alcuni proprietari di terreni
interessati dai lavori. Esploderà il "muro contro
muro" tra Municipio e residenti? I tecnici comunali
dicono che le chiuse risolveranno i problemi del Pratello,
non. solo in condizioni di precipitazioni eccezionali
ma anche nella normalità: infatti oggi come oggi
basta un temporale per causare allagamenti in quella
parte di Lodi. Detto questo il sindaco Aurelio Ferrari,
difende l'operato della sua Giunta, adducendo sospetti su
una certa politicizzazione delle accuse, "La cosa strana
- dice - è che da parte di alcuni comitati di alluvionati
ci siamo trovati di fronte ad un'opposizione molto forte,
ancor prima di andare all'approvazione del progetto esecutivo",
"In precedenza - sbotta Ferrari - ci accusano
di non fare niente, poi quando vogliamo realizzare qualcosa,
perché è di nostra competenza, o ci bloccano
ricorrendo al Tar o esercitando un duro ostruzionismo".
Nei progetti del comune c'è l'intenzione
di considerare viale Milano come una sorta di barriera a protezione
del Pratello: l'area oltre la strada, che comprende la
zona di via Bocconi: un quartiere particolarmente martoriato
dalla passata esondazione dell'Adda. La proposta è
quella di costruire due chiuse sulle due rogge che sottopassano
il viale; infatti quando l'Adda è in piena i canali
in questione si riempiono e "danno indietro"
come si dice in gergo, allagando le aree che li circondano.
Il timore degli abitanti del Capanno e della Martinetta, sull'esperienza
del novembre scorso, è dovuto al fatto che azionando
queste chiuse tutta l'acqua che allora arrivò
al Pratello possa riversarsi nelle loro zone. "In realtà
non è così - dice Ferrati -, perché l'acqua
che allagò la zona del Pratello non era quella delle
rogge, ma era frutto della stessa esondazione dell'Adda,
che investendo prima il Capanno ha
oltrepassato viale Milano ed ha proseguito verso
via Bocconi.
Se l'alluvione dell'anno scorso dovesse ripetersi,
anche se facessimo le chiuse, tanto il Pratello quanto
il Capanno andrebbero sott'acqua; viceversa le chiuse servirebbero
in condizioni di non emergenza o di prima emergenza, per tenere
vuote le fognature al Pratello ed evitare allagamenti. Con
le pompe che poi metteremmo
sui due sbarramenti, calcolando un funzionamento
di 3 o 4 ore in corrispondenza col periodo di massima piena,
riverseremmo nella zona a valle di viale Milano una minima
quantità d'acqua, che provocherebbe un innalzamento
"di solo qualche centimetro del livello di piena".
Si potrebbe dire che il Pratello sarebbe reso un pò
più sicuro, non danneggiando particolarmente la
zona al di là di viale Milano. "Tutto questo però
- polemizza Ferrari - oggi è bloccato da
un ricorso al Tar fatto da un comitato che, mio malgrado,
devo constatare essere in procinto di prendere una ben
determinata connotazione politica; la presenza del segretario
cittadino di Forza Italia nell'elenco di chi ha
sottoscritto il ricorso mi sembra un dato significativo. Si
identifica una volontà chiara di creare un nuovo caso
politico".
di Fabio Abati
Da IL GIORNO del 29 11 03
ANNIVERSARIO Ieri sera
Alluvione un anno dopo
Fiaccole per ricordare
LODI - L'alluvione del novembre 2002 ha provocato
danni enormi, ma, come singolare rovescio della medaglia,
ha creato un rapporto di solidarietà tra i cittadini
che ne hanno pagato le conseguenze, che continuano ad
incontrarsi per manifestazioni pacifiche e che non perdono
occasione per far sentire la loro voce.
Alla vigilia della fiaccolata organizzata nella
serata di ieri, che si è conclusa con un incontro al
teatro del Collegio San Francesco, il dibattito si è
concentrato in particolar modo su un progetto, anzi due, presentati
dal Consorzio Muzza. I progetti prevedono l'innalzamento
dell'argine a ridosso del fiume, con pista ciclabile
lungo la strada tra Lodi e Boffalora d'Adda, dal ponte alla
Colonia Caccialanza. Un'idea che piace agli abitanti
di Revellino e Campo Marte, ma che lascia un pò perplessi
i residenti dell'altra sponda, la destra. A farsi portavoce
di questi ultimi è stato l'ex presidente del consiglio
comunale Franco Pinchiroli con una interpellanza in cui ha
chiesto sicurezza per tutti i cittadini.
Da IL GIORNO del 30 11 03
ANNIVERSARIO Uniti dal ricordo e dai mille problemi
A centinaia in strada con le fiaccole accese
LODI - E' stato finalmente un incontro pacato
e costruttivo quello di venerdì sera al teatro
di via San Francesco, fra gli alluvionati che hanno partecipato,
in 300 circa, alla fiaccolata partita dalla scuola media
«Gorini», proprio in riva al fiume, «per
non dimenticare» l'esondazione di un anno fa. Il borgomastro
Aurelio Ferrari ha assicurato la propria disponibilità
ad organizzare un tavolo, con enti, istituzioni e cittadini
che siano coinvolti a diverso titolo nel problema, per cercare
insieme soluzioni adeguate. Lasciando intendere
tra le righe che potrebbe essere anche ridiscusso il
contestato progetto delle paratoie da sistemare lungo
viale Milano.
Ad opporsi, ricordiamolo, erano stati soprattutto
gli abitanti del Pratello, che invece chiedono in modo particolare
di puntare sulla prevenzione, evitando ulteriori costruzioni
nei pochi spazi rimasti verdi ed invocano, nel caso dolente
di una prossima alluvione, un comportamento, da parte
dell'amministrazione comunale, diciamo più accorto.
E' proprio sulla necessità di prevenzione che
punta il dossier realizzato in questi mesi dai comitati
alluvionati, presentato da Domenico Ossino (Comitato
Lodi Onlus): «La tragedia che abbiamo vissuto -
sostiene quest’ultimo - ci insegna che occorre passare
dall'emergenza alla programmazione».
Ed elenca in particolare le principali possibili
tipologie di intervento per una adeguata manutenzione
fluviale: sugli alvei, sui versanti, sulle indagini idrologiche
e sulle opere di difesa idraulica. Infine, il nuovo progetto
che prevede l'innalzamento dell'argine a ridosso
del fiume, con realizzazione di una pista ciclabile lungo
la strada tra Lodi e Boffalora d'Adda, piace agli abitanti
di Revellino e Campo Marte, come conferma il rappresentante
del comitato riva sinistra, Carlo Bajoni, ma lascia un
pò perplessi i residenti dell'altra sponda, la
destra. L'ex presidente del consiglio comunale Franco
Pinchiroli chiede di tutelare la sicurezza anche degli abitanti
di Borgo e Maddalena, di Capanno e Martinetta. «L'intervento
sulla riva sinistra - dice Pinchiroli - come quello
già previsto al Pratello, ora rimesso in discussione,
provocherebbe l'aumento del livello dell'acqua. Di poco,
d'accordo, ma 3 centimetri di qui, 5 di là, dove va
a finire l'acqua in caso di piena?». Tutti d'accordo,
a questo proposito, sulla realizzazione di casse di espansione,
in caso di emergenza, tra Lodi e Spino d'Adda: lasciare andare
l'acqua nei campi, insomma. «Ci sarà da risarcire
qualche agricoltore - dice Bajoni -, ma sarebbe un danno meno
grave rispetto a quello provocato a migliaia di persone
rispetto a quello, pure spiacevole, che interessa
tre o quattro quartieri cittadini».
Sempre in tema di memoria, oggi prosegue la
mostra fotografica documentaria dell'alluvione del novembre
2002, sotto i portici di piazza della Vittoria, a lato via
Incoronata, con la distribuzione del volume: «La
notte del disastro».
Gaetano Ecobi
Da IL CITTADINO del 1 12 03
«Abbiamo tenuto noi asciutta la via Emilia»
«Forse nessuno lo sa, ma se non fosse
stato per noi nel corso dell’ultima alluvione sarebbe
potuta andare sott’acqua, e quindi diventare inagibile,
gran parte della via Emilia». A dirlo è stato
Ettore Fanfani, direttore del Consorzio di Bonifica Muzza
Bassa Lodigiana, durante il convegno di sabato organizzato
dal gruppo dei Verdi del Lodigiano. «Abbiamo mantenuto
asciutto il territorio - ha aggiunto - perché non è
solo la tenuta dell’argine dei fiumi ad essere determinante
in questo. Ad agire sono infatti forti spinte dal sottosuolo,
che se non vengono arginate trasformano il territorio in una
vera e propria palude, anche se i fiumi non dovessero superare
gli argini. Nostro compito è tenere sotto controllo
queste spinte, una funzione questa che forse ancora nessuno
conosce». Fanfani ha parlato nel suo intervento della
rete idrica del Lodigiano, controllata dal consorzio da lui
diretto e fatta di 474 attraversamenti idraulici, oltre 4
mila chilometri di canali utilizzati sia per scopi produttivi
(irrigazione, alimentazione della quattro centrali idroelettriche,
parchi ittici), che non produttivi (destinazione alle falde
cittadine e alla pesca sportiva). «Esiste un numero
di paratie e chiuse alle rogge e ai canali del territorio
talmente elevato che nemmeno noi riusciamo a contarle tutte.
Ce ne sono più di 250 solo fra Adda, Po e Lambro. Il
problema delle alluvioni nasce da questo, dall’impossibilità
di effettuare manutenzioni regolari su tutte. L’acqua
passa così soprattutto da quelle rotte». Quello
che manca, ha concluso Fanfani, è una strategia territoriale
comune per l’ambiente, «e manca perché
non conosciamo abbastanza il territorio da punto di vista
idrico. Per questo da due anni stiamo conducendo uno studio
con l’università di Padova, per fare con loro
un bilancio accurato dell’intera rete idraulica del
nostro territorio». Poi si deciderà quali saranno
gli interventi necessari per migliorare la situazione.
Castiglione d’Adda - Protezione civile,
venti capitani coraggiosi
Sono ormai pronti e preparati ad ogni evenienza ed emergenza
i componenti della sezione della FIR-CB del Servizio Emergenza
Radio di Castiglione d'Adda, sezione nata dopo la recente
rottura o sormonto delle acque del fiume Adda dell'argine
maestro. I venti volontari castiglionesi hanno intrapreso
un corso di protezione civile comprendente materie quali antincendio,legislatura,
apparecchiature di comunicazione, primo soccorso e non ultimo
viabilità stradale, sotto la guida di qualificati istruttori
tra cui Lorenzo Novati, ex capo distaccamento vigili del fuoco
di Casalpusterlengo ed ispettore di area, Francesco Merli
vicesindaco di Guardamiglio,Patrizio Losi presidente provinciale
FIR-CB/SER e Gianni Nazzari comandante della polizia municipale
di Castiglione D'Adda. Il corso si è sviluppato in
15 lezioni della durata di 3 ore per lezione ed è terminato
con la prova pratica effettuata nella sede di Mirabello di
Senna Lodigiana. La sezione divisa in squadre di sette elementi
ha già avuto il battesimo operativo durante la recente
pioggia,visto che ha rispettato l’incarico di provvedere
al controllo e alla misurazione del livello del fiume. Sabato
scorso è intervenuta con la protezione civile di Maleo
ed ha installato una stazione radio nella sala operativa del
comune.
Da IL CITTADINO del 3 12 03
L’Autorità di bacino sta pensando
alla soluzione delle esondazioni controllate in aree agricole
voluta anche dai comitati
Arriveranno le vie di fuga per il fiume
Le casse di espansione nei progetti per limitare
le piene dell’Adda
Casse di espansione a monte di Lodi, aree agricole
dove la piena dell’Adda possa sfogarsi prima di arrivare
in città. Le chiedono a gran voce i comitati degli
alluvionati. Idee che saranno contenute, stando alle prime
indiscrezioni trapelate, nello studio sull’asta del
fiume Adda che l’Autorità di bacino sta mettendo
a punto.
Per contenere la furia del fiume si ricorrerebbe,
in pratica, a esondazioni controllate in aree agricole dove
i danni sarebbero limitati alla mancata produzione e all’eventuale
ripristino di manufatti quali chiuse, paratoie, massicciate
di contenimento: «Spese per lo Stato sicuramente inferiori
ai costi da sostenere per i danni in zone ad alta densità
abitativa» sottolineano i coordinatori dei Comitati
alluvionati cittadini, Carlo Bajoni e Domenico Ossino.
Quella delle casse di espansione è una
soluzione che, a livello teorico, riscuote il favore degli
amministratori locali. Per pronunciarsi sul dove e come realizzarle,
tuttavia, è necessario attendere lo studio dell’Autorità
di bacino, studio che analizzerà il bacino fluviale
dell’Adda e dei suoi affluenti partendo dagli effetti
della piena del novembre 2002.
«Si tratta di un sistema meno invasivo
rispetto agli argini - commenta Francesca Sanna, assessore
provinciale alla protezione civile -. Gli argini velocizzano
il flusso delle acque spostando il problema altrove. Istintivamente
lo preferisco come sistema, ma è un intervento complesso
che va studiato con attenzione, senza cedere ad improvvisazioni».
Il rischio, sottolinea Sanna, è che «queste vasche
si riempiano quando lo decide il fiume, con il primo afflusso
d’acqua, e non quando è necessario. Per questo
occorre un sistema di chiuse e paratoie in grado di accogliere
l’onda di piena, quella realmente pericolosa».
Compiti che, comunque, non spettano alla provincia ma all’Autorità
di bacino: «Aspettiamo le conclusioni del suo studio,
senza quello qualsiasi indicazione da parte nostra sarebbe
fuori luogo».
C’è attesa anche a palazzo Broletto:
«Ormai i tempi sono diventati biblici - commenta l’assessore
comunale alla protezione civile Francesco Marzorati -. Dopo
una serie di rinvii, ci era stato detto che lo studio sarebbe
stato pronto a settembre. Invece niente. Chiederemo a breve
al prefetto di convocare la conferenza di servizi con l’Autorità
di bacino e l’Agenzia interregionale per il Po (Aipo,
ndr). In quella sede domanderemo conto dello studio».
La stessa Agenzia interregionale per il Po ha
intrapreso negli ultimi tempi una differente filosofia nella
realizzazione delle difese spondali: «Lungo alcuni fiumi
del Piemonte e Toscana, lungo l’Arno, sono in corso
di costruzione casse di espansione per le piene - confermano
dagli uffici dell’Aipo di Cremona -. Bisogna rendersi
conto che l’acqua va rispettata, che è nell’interesse
di tutti lasciarle la possibilità di espandersi naturalmente.
Di contro c’è il rovescio della medaglia. Bisogna
capire come indennizzare i proprietari di aree agricole ampiamente
sfruttate». Nino Andena
, presidente regionale della Coldiretti, assicura
che gli agricoltori non si tireranno indietro: «Non
scappiamo di fronte a questa possibilità, ma vogliamo
discuterne partendo da un progetto». Anche se, almeno
in linea teorica, quella tra piene e agricoltura è
una convivenza forzata da calibrare con attenzione: «Ad
esempio occorre valutare, statistiche alla mano, se sia opportuno
impiantare pioppeti in aree golenali - rimarca Andena -, considerando
che le piante strappate dall’acqua vanno a creare ulteriori
problemi».
I Comitati degli alluvionati hanno dichiarato
battaglia su questo fronte: «L’idea di lasciare
spazio al fiume non è nuova, lo stesso Parco Adda sud
l’ha lanciata tempo fa - ricorda Ossino -. Noi la consideriamo
un’opzione necessaria per abbattere la violenza con
cui il fiume arriva alle nostre case».
Da il CORRIERE DELLA SERA del 3 12 03
Matteoli: «All'estero le scorie radioattive»
Il governo chiederà una deroga alle norme Ue
Il ministro: «Penso a Paesi come il Canada,
poco popolati»
ROMA - Come si risolve il problema delle scorie
nucleari? Si portano all' estero. Una proposta che, dopo la
rivolta della Basilicata, il ministro dell'Ambiente, Altero
Matteoli, ha estratto a sorpresa, nel corso dell' audizione
che si è svolta ieri alla Commissione parlamentare
di controllo sulle cosiddette ecomafie. «Il governo
- ha detto il ministro - chiederà alla Ue, nella prossima
riunione del 22 dicembre, di modificare la norma comunitaria
che impedisce lo smaltimento delle scorie in un paese diverso
da quello nel quale sono prodotte». Matteoli ha ricordato
che secondo la legge comunitaria le scorie radioattive possono
essere trasportate all'estero per i «ritrattamenti»,
realizzabili solo con tecnologie adeguate, mentre lo stoccaggio
definitivo deve avvenire nel paese che le ha prodotte. E ha
messo le mani avanti: «Se poi qualcuno pensa di scaricare
le scorie nucleari sui paesi poveri, insieme a un pò
di miliardi, io dico che non sono disponibile. Non possiamo
rovesciare sul paese povero il problema di un Paese ricco
come l'Italia». Ma quali sono i paesi che, secondo il
ministro, potrebbero accogliere le nostre scorie senza farci
venire sensi di colpa? «Luoghi come il Canada - risponde
Matteoli - dove 28 milioni di abitanti hanno a disposizione
uno spazio grande quanto tutta l'Europa. Ma non vorrei ricevere
una telefonata inferocita dell'ambasciatore canadese a Roma.
Ho solo fatto un esempio a caso. Mi sono limitato ad avanzare
un'ipotesi, in risposta alle sollecitazioni di alcuni membri
della Commissione sulle ecomafie, che chiedono al governo
di esaminare anche l'eventualità del trasporto all'estero
delle scorie». Il coniglio dal cappello, estratto dal
ministro Matteoli, viene accolto dagli applausi di Ermete
Realacci, presidente onorario di Legambiente: «Finalmente
ci si è resi conto che costruire un sito per le scorie
nucleari in Italia è come costruire un pastificio per
farsi un piatto di spaghetti. L'Europa è pronta ad
accogliere la richiesta, infatti il 30 gennaio scorso la Commissione
europea ha adottato la proposta di una direttiva sulla gestione
del combustibile nucleare esaurito, in cui si riconosce che,
per gli stati con cumuli di residui radioattivi molto limitati,
l'esportazione potrebbe rappresentare l'opzione migliore dal
punto di vista ambientale, economico e della sicurezza».
Sull'ipotesi di trasportare all'estero le scorie, interviene
anche il generale Carlo Jean, presidente della Sogin (Società
ex Enel per lo smantellamento delle centrali nucleari): «Francia
e Gran Bretagna sarebbero adatte. La Russia no, per le difficoltà
di trasporto». Matteoli cerca di ridimensionare la rivolta
di Scanzano Jonico: «C'è stata una grave elevazione
del tono della polemica, con un'assoluta mancanza di motivazioni.
L'indicazione di Scanzano nel decreto non significava l'immediata
costruzione del deposito. Così come il ritiro del decreto
non significa il ritiro del problema, che invece continua
a esistere». Per quanto riguarda la scelta di un nuovo
sito per il deposito, Matteoli ha detto di affidarsi alla
commissione di studio, «che non è - ha precisato
- un modo per eludere o rinviare il problema». Laconico
il generale Jean: «Per esperienza - ha dichiarato ieri
intervenendo a un convegno di Greenpeace - quando si vuole
affossare un problema si crea una commissione».
Claudio Lazzaro
LA DISPERSIONE
Nel deposito di Saluggia, dopo l'alluvione,
c'è stata dispersione di materiale radioattivo nell'acqua
LE «PATTUMIERE»
In Italia ci sono oggi 150 siti usati come depositi
nucleari provvisori (20.000 curie il loro «potenziale»)
LA SICUREZZA
Una commissione di 16 esperti dovrà valutare
le iniziative per mettere in sicurezza i siti sparsi in tutta
Italia Tredici siti
LA LISTA UE
Una Commissione europea stilò nel '77
una lista che individua in Italia 13 siti idonei a ospitare
il deposito geologico per i rifiuti radioattivi. Siti che,
secondo i Verdi, saranno presto oggetto di nuove ricerche
visto che nel decreto del governo resta l'obiettivo del deposito
unico e sotterraneo. Ecco i tredici siti.
SICILIA
Regalbuto Assoro-Agira Villaprielo Salinella
Pasquasia Resuttano Bompensiere Milena Porto Empedocle Realmonte
Montallegro
CALABRIA
Fiume Neto
BASILICATA
Scanzano
Da IN ALESSANDRIA del 4 12 03
Alluvionati casalesi: chiesta proroga dei termini
Il Sindaco di Casale Monferrato Paolo Mascarino ha scritto
a Caterina Ferrero, Assessore Regionale alla Difesa del Suolo,
Lavori Pubblici e Protezione Civile, chiedendo una proroga
del termine di fine lavori, e di presentazione fatture, in
relazione agli eventi alluvionali dell'ottobre 2000.
Nella lettera, inviata martedì scorso
all'Assessore Regionale, si legge fra l'altro che "a
nome del Comitato di Coordinamento Permanente dei Sindaci
dei Comuni Alluvionati, si segnala che 750 pratiche alluvione
per danni agli immobili ad uso abitativo presentate presso
il Comune di Trino, 160 presso il Comune di Balzola, 400 presso
il Comune di Casale Monferrato e 200 presso il Comune di Morano
sul Po non sono state ancora chiuse dai cittadini interessati,
per varie cause e difficoltà”.
Per tale motivo si richiede una proroga della
data ultimativa di termine lavori e presentazione fatture
al 31/03/2004.
Buone nuove quindi per i cittadini interessati,
semprechè la Regione, come è nelle attese, conceda
la proroga richiesta.
Da PANORAMA del 4 12 03
CAOS NUCLEARE - OLTRE SCANZANO, IL CASO SALUGGIA
E Rubbia disse: disastro
In provincia di Vercelli c'è un pericoloso
deposito di rifiuti radioattivi. Un'alluvione potrebbe causare
la catastrofe. Due anni fa, con una lettera, il Nobel lanciò
l'allarme. Invano.
Saluggia, in provincia di Vercelli, è
un comune di 4.166 abitanti noto per due cose: i fagioli,
qui prodotti in grande abbondanza, e le scorie nucleari di
un deposito che gli scienziati giudicano di gran lunga il
più pericoloso dei 160 esistenti in Italia.
A causa delle esondazioni della Dora Baltea,
a Saluggia sono piuttosto frequenti anche le alluvioni: le
ultime si sono verificate nel 1997 e nel 2000.
E tra gli esperti è diffuso il timore
che una nuova, più violenta alluvione possa investire
il deposito e trascinare una parte delle scorie radioattive
nella Dora, fiume affluente del Po, che scorre a una ventina
di metri.
Sarebbe, senza esagerazione alcuna, una catastrofe
epocale, capace di uccidere non solo la Dora Baltea e il Po,
ma buona parte della Pianura Padana e l'intero Mare Adriatico.
Così sostiene il Nobel Carlo Rubbia,
presidente dell'Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia
e l'ambiente), in una lettera di sei pagine, per molti aspetti
agghiacciante, inviata il 26 marzo 2001 a tre ministri del
governo dell'Ulivo allora in carica: Enrico Letta (Industria),
Enzo Bianco (Interno) e Willer Bordon (Ambiente). La lettera,
attualissima, è giunta in possesso di Panorama.
Rubbia si rivolge al ministro Letta, incontrato
pochi giorni prima, e per conoscenza a Bianco e Bordon, per
attirare l'attenzione sulle sue «preoccupazioni relative
alla situazione del deposito dei rifiuti radioattivi liquidi
ad alta attività di Saluggia, contenente circa 154
mila Curie di scorie radioattive liquide».
Una riunione convocata al ministero dell'Industria
per discutere il problema, ricorda Rubbia, «è
stata cancellata "ad horas" per l'indisponibilità
del dottor Ganapini. Nonostante le mie continue e successive
insistenze, tale riunione non ha mai avuto luogo».
Consapevole delle proprie responsabilità,
il presidente dell'Enea cerca di far capire al governo la
gravità dei pericoli connessi a un deposito posto in
riva a un fiume.
Nell'ipotesi di un allagamento provocato dal
fiume Dora, premette Rubbia, «esiste una protezione
ragionevolmente adeguata». Non esiste invece, «almeno
a mia conoscenza e a più di un quarto di secolo dall'insediamento
dell'impianto (ottobre 1970), un compiuto studio delle conseguenze
del rischio dinamico, dovuto per esempio all'energia cinetica
dell'acqua del fiume in piena.
L'eventualità di un tale incidente non
è stata ufficialmente inclusa tra i "massimi incidenti
credibili".
A riprova di questa lacuna, Rubbia ricorda che
Massimo Scalia, noto ambientalista e nel 2001 presidente della
commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti,
in commissione alla Camera ha dichiarato a verbale: «L'idea
di fare una sorta di "entombing" del volume dell'impianto
di Saluggia, del costo aggiuntivo – e sottolineo aggiuntivo
– di 40 miliardi di lire, è un'idea in un certo
senso bizzarra».
Il presidente dell'Enea è di tutt'altro
avviso e non lo nasconde.
A Saluggia «i contenitori sono collocati
in celle sistemate in una modesta collinetta di terriccio
rialzata, ad alcune decine di metri dal fiume Dora Baltea,
protetti da un modesto argine in terra battuta. Come ben noto,
il fiume negli ultimi anni è stato soggetto a numerose
piene, che hanno causato la tracimazione locale di tale argine
e la rottura degli argini ad alcuni chilomeri a monte del
deposito... una fuoriuscita di liquido sarebbe a priori concepibile
in caso di un eccezionale evento cinetico, estremo e violento,
che desse luogo alla distruzione della struttura di contenimento
e al rovesciamento dei contenitori».
Una eventualità, sottolinea Rubbia, che
deve essere assolutamente scongiurata.
Se invece la forza cinetica di un'alluvione
dovesse provocare «un'ipotetica perdita di una parte
sostanziale dei rifiuti liquidi radioattivi», lo scenario
successivo, delineato sull'esempio di quanto avvenne nel 1957
dopo «il deliberato rilascio» di scorie simili
nel fiume Techa (nell' ex Urss), sarebbe a parere di Rubbia
il seguente: «1) Le perdite di radioattività
nel fiume causerebbero gravissime contaminazioni in vaste
regioni adiacenti al fiume Dora, al Po e alle falde freatiche;
2) i terreni allagati dall'acqua contaminata sarebbero inutilizzabili
per decine di anni; 3) la contaminazione del Mare Adriatico,
ultimo destinatario del rilascio, porterebbe grave pregiudizio
alla popolazione, al turismo, alle alghe e al patrimonio ittico
per lunghi anni; 4) le attività agricole e industriali
della Pianura Padana sarebbero gravemente compromesse; 5)
vaste aree densamente popolate andrebbero evacuate».
Rubbia non lo dice, ma alcuni esperti interpellati
da Panorama sostengono che l'evacuazione coinvolgerebbe non
meno di 5 milioni di abitanti della Pianura Padana.
Quanto ai rischi, Rubbia ricorda che lungo il
fiume Techa, su un'area scarsamente popolata, «il numero
dei casi indotti di cancro fu di 7 mila unità».
Nella Pianura Padana, molto più popolata,
il numero sarebbe di almeno 50 volte più grande. «È
questo assolutamente un caso limite» sottolinea in corsivo
il Nobel per la fisica nella sua lettera, ribadendo che «una
perdita, benché minima di residui liquidi potrebbe
avere conseguenze estremamente gravi per l'intera Pianura
Padana».
Che fare? Trasportare all'estero le scorie liquide,
come propone il verde Massimo Scalia? Rubbia lo esclude: ormai
tutti i paesi europei si oppongono. E conclude: «Resto
profondamente convinto della gravità della situazione
e dell'urgenza di procedere, ma in presenza di opinioni discordanti
e argomentazioni spesso qualitative o irrealistiche –
mi sento confinato al ruolo di una moderna Cassandra».
Per evitare che il premio Nobel si dimettesse
dall'Enea, il governo dell'Ulivo stanziò 60 miliardi
di lire per costruire un robusto muro di cemento armato intorno
al deposito di Saluggia. Il manufatto è stato completato
due mesi fa.
«Ma anche questa soluzione stile Fort
Apache si sta rivelando insufficiente» afferma il generale
Carlo Jean, presidente della Sogin, società incaricata
di smaltire il nucleare in Italia. «Di fronte a una
piena violenta, non esistono garanzie assolute. Le solette
delle piscine piene di scorie, poi, sono vecchie di vent'anni.
E se un aereo vi cadesse, la fuoriuscita delle scorie e la
nube radioattiva sarebbero inevitabili. No, i rischi indicati
da Rubbia non sono affatto superati e Saluggia è tuttora
il deposito di scorie più pericoloso in Italia».
Lo stesso Nobel, in un'audizione alla Camera
del gennaio 2003, ha dichiarato: «L'Italia è
l'unico paese in Europa che non abbia ancora individuato un
sito per la costruzione del deposito nazionale. Questa decisione
riveste carattere d'urgenza».
di Tino Oldani
Da IN ALESSANDRIA del 5 12 03
Piena del Tanaro: c'è chi ha traslocato
ai piani alti
Inutile nasconderlo, i cittadini che vivono nei pressi del
Tanaro vivono con l'incubo dell'esondazione ogni qual volta
il fiume si gonfia. E non c'è rassicurazione che tenga!
Lo dimostrano anche il via vai di persone, che stazionano
sul Cittadella nei momenti critici o presunti tali. Nel corso
di quest'ultima piena, che peraltro non ha mai fatto correre
il rischio di esondazione alla città, ma soltanto un
grande disagio dal punto di vista della viabilità a
causa della chiusura del Cittadella, abbiamo però potuto
assistere ad alcuni esempi di panico.
Non sapremmo come definire altrimenti il trasloco
delle cantine ai piani superiori, in alcuni palazzi della
zona piscina o agli Orti, soprattutto da parte di residenti
anziani.
Solo scarsa informazione o perfetta opera di
disinformazione? Il risultato comunque è sempre lo
stesso; i cittadini che vivono a pochi passi dal Tanaro non
si fidano degli argini, non si fidano del ponte Cittadella,
non si fidano del PS45 nè dei calcoli effettuati da
coloro che l'hanno redatto.
In poche scarne parole, dopo nove anni da quel
6 novembre 1994, non si fidano più di niente e di nessuno,
soprattutto dopo aver saputo che quell'Autorità di
Bacino che avrebbe dovuto predisporre il modello idraulico
e il progetto delle casse d'espansione, fino ad ora non ha
predisposto né una cosa né l'altra.
Il tempo perso poi attorno ad un progetto di
innalzamento del Cittadella è un'altra nota stonata
messa in piedi soltanto per far polemica ed era chiaro fin
dall'inizio che non poteva reggere ad un serio esame di fattibilità.
Insomma, un bailamme di notizie non notizie,
nella maggior parte dei casi prive di ogni fondamento, ma
in grado di creare confusione fra chi ancora vive il dramma
dell'alluvione di quel fatidico e incancellabile 6 novembre
1994.
Piero Archenti
Da IL CITTADINO del 5 12 03
CORNO GIOVINE AI MORTI DELLA PORCHERA IL FIUME
È ARRIVATO A LAMBIRE LE CASE, MA IL PEGGIO È
PASSATO
Po oltre i cinque metri, la Bassa trema
CORNO GIOVINE Il Po è a livelli di guardia,
ma gli esperti si esprimono attraverso un cauto ottimismo.
Le continue piogge delle ultime settimane, intervallate
soltanto da brevi pause, hanno lentamente fatto crescere
il livello delle acque. Anche una parte delle golene
lodigiane è già finita in apnea: presso
lo chalet dei Morti della Porchera, a Corno Giovine, il Po
è arrivato a lambire il caseggiato, che è salvo
per un paio di metri. Per gli abitanti di questa parte
della bassa i riferimenti sono ormai ben noti, data la
frequenza delle alluvioni: se la Mortizia, come in questi
giorni, viene divorata dal Grande Fiume, significa che si
è vicini al livello di guardia. Ed i dati regolarmente
confermano: alle 16 di ieri, l'Agenzia interregionale per
il Po segnalava 5 metri e 54 centimetri sopra lo zero
idrometrico, a meno di mezzo metro, dunque, dallo stato di
allarme. Dalla Prefettura non è arrivata la comunicazione
di "allarme 2", quella che annuncia il pericolo,
ma, ci si è limitati ad una pre-allerta. La conferma
da Francesco Merli, vice sindaco di Guardamiglio: «C'è
molta attenzione ed anche un pò di apprensione
- ha esordito - ma nessuna comunicazione preoccupante».
Stessa cosa dalla Polizia provinciale di Lodi: «Pre-allarme,
ma niente di più - comunica il comandante Angelo Ugoni
- anche se sappiamo di aree golenali già sott'acqua,
peraltro soltanto nei punti più bassi: Caselle
Landi, oltre a Corno Giovine, ed anche parte della zona
di Senna Lodigiana». Nonostante i quasi sei metri
di Piacenza, nella giornata di ieri gli stessi responsabili
dell'Aipo iniziavano a nutrire discrete speranze: «La
perturbazione insistente che ha flagellato il nord Italia
- commentano dall'ufficio di rilevamento - sembra in fase
di esaurimento e si sta spostando verso la Germania».
La crescita dei corsi d'acqua non dovrebbe quindi essere
più alimentata. E ci sono altre belle notizie: «Si
sta creando una zona di sereno piuttosto vasta -continuano
all'Aipo - e 1'Atlantico è completamente libero da
nubi, altro buon segno». Che il peggio sia passato sembra
confermato dall'effetto onda che si avverte scorrendo i dati
idrometrici delle diverse località affacciate
sul Po. Andando a ritroso verso il Piemonte, il sito
ufficiale di rilevamento più vicino al Lodigiano
è quello di Spessa Po, dove il livello è di
4 metri e 56 centimetri sopra lo zero idrometrico. Se si prosegue,
i dati continuano a calare: la Becca è a 3 metri
e 54 centimetri, Valenza Po a 1 metro e 74 centimetri.
Segno evidente che da quelle parti l'onda è già
passata e si è esaurita. Lo stesso Ugoni conferma:
«Dopo le 17 a Senna siamo poco sopra i 4 metri.
Ed anche Merli conferma di "avere notizia di un
livello ormai stazionario, se non in leggero calo"».
Ma l'attenzione rimane alta e proprio il vicesindaco si appella
al cielo: «Che smetta di piovere, è una
preghiera». il lamento di chi ha già provato
l'esperienza terribile dello sfollamento e che, come del resto
a Caselle Landi e San Rocco in modo particolare, guarda
al fiume con paura.
Paolo Migliorini
Da LODI e DINTORNI del 5 12 03
Contributi 180.000 euro per 154 beneficiari
su 350 domande
“Un fiume di solidarietà"
Sono 152 famiglie, la comunità "Il
Pellicano" e la cooperativa sociale Rinnovamento
i beneficiari dei contributi a favore delle vittime dell'alluvione
del novembre 2002 raccolti con la campagna "Un fiume
di solidarietà", promossa da Provincia, Comune
di Lodi, Fondazione Comunitaria, Associazione dei Comuni del
Lodigiano, Parco Adda Sud, "Il Cittadino" e Banca
Popolare di Lodi. Il piano di riparto delle risorse reperite
(in tutto circa 180.000 euro) è stato effettuato dall'apposito
Comitato di garanzia sulla base di alcuni criteri oggettivi,
che hanno portato a selezionare i nuclei famigliari particolarmente
bisognosi, sia in relazione all'entità dei danni subiti
che alle disponibilità economiche delle famiglie stesse.
Alla fine del lavoro di elaborazione dei dati trasmessi dai
richiedenti, ha portato a individuare 154 beneficiari,
rispetto alle 330 domande pervenute. Le comunicazioni dell'avvenuta
assegnazione dei contributi sono partite in questi giorni,
con lettere che specificano l'entità delle somme
assegnate e le modalità di riscossione, secondo
le indicazioni preferenziali fornite dagli stessi richiedenti,
che potevano scegliere tra un assegno allegato alla comunicazione
e l'accredito su conto corrente bancario.
Da IL MONFERRARTO del 5 12 03
Assicurazione obbligatoria contro le calamità?
L'articolo approvato al Senato, ma bocciato
alla Commissione Ambiente della Camera - Parere negativo anche
dall'Antitrust
I comitati alluvionati, impegnati nell'opera
di sensibilizzazione per la bocciatura dell'articolo della
Finanziaria che introdurrebbe - di fatto - l'assicurazione
obbligatoria anticalamità, incassano due risultati
incoraggianti. L'articolo, già approvato al Senato,
è stato bocciato martedì all'unanimità
dalla Commissione Ambiente della Camera. Giovedì è
arrivato anche il parere sfavorevole dell'Authority per la
concorrenza. Secondo l'Antitrust, «il legislatore ha
manifestato la volontà di sostituire all'intervento
dello Stato il ricorso al mercato per l'assicurazione dei
rischi connessi con le calamità naturali, ma le modalità
prescelte per il ricorso al mercato non appaiono chiare e
definite, né in grado di garantire un'efficace ed effettiva
copertura assicurativa». Inoltre «non si può
dimenticare che l'imposizione di un obbligo assicurativo contribuisce
ad irrigidire la domanda dei consumatori che saranno indotti
ad accettare le condizioni praticate dalle imprese anche quando
le considerano particolarmente gravose». Prudenti i
Comitati Alluvionati: «Un bel passo avanti, ma aspettiamo
ad esultare, la decisione definitiva spetta alla Camera».