STORIA
ANTICA & CLASSICA - PREISTORIA
Durante
la preistoria e la protostoria, la maggior parte della pianura
Padana era coperta da fitte foreste di Querce, Olmi e Faggi, mentre
nelle vicinanze dei fiumi, vi erano insidiose e malsane paludi, formate
da inondazioni o dalle deviazioni del corso dei fiumi.(1) Questo quadro
geografico, ha rallentato sicuramente l'insediamento stabile di popolazioni
umane, e la conformazione del suolo, favorì, nel Lodigiano gli insediamenti
ad ovest del Lambro, terreno relativamente asciutto, mentre tra il Lambro
e l'Adda vi erano terreni paludosi. Il prof. Pearce, dell'Università
di Nottingham, ha ipotizzato che tra il Lambro Meridionale(2) ed il
Lambro Settentrionale, vi era una brughiera e che l'acqua vi sia stata
portata solo in un secondo tempo. Nella nostra zona, sono rimaste ugualmente,
poche testimonianze dell'esistenza d'insediamenti umani, i lavori agricoli,
idraulici ed edilizi, subiti dal nostro territorio durante i secoli,
hanno sicuramente favorito la distruzione d'eventuali reperti. Nel neolitico,
gruppi di cacciatori, che praticavano anche l'agricoltura itinerante,
poiché non erano ancora in grado di sfruttare i concimi naturali, si
spostavano nella pianura vicino al Lambro. Di questo periodo abbiamo
un'ascia di giadeite, rinvenuta nel pavese, a Pieve Porto Morone ed
un'altra rinvenuta in territorio di Gerenzago, del tutto simile ad un
modello largamente diffuso in Gran Bretagna, questo ed altri ritrovamenti,
testimoniano una fitta rete di scambi tanto che nel tardo neolitico,
in pratica alla fine del VI millennio a.C., vi era una distribuzione
omogenea di manufatti, in Lombardia, Francia del sud, Germania e Gran
Bretagna. Inoltre le uniche cave di giadeite, erano in Piemonte, nelle
Alpi occidentali e nell'Appennino Ligure, quindi, si può anche supporre
uno scambio di materiale grezzo. Dell'età del Rame, non si hanno ritrovamenti
nel lodigiano, manufatti, si sono trovati a Chieve ed a Camatta di Chignolo
Po, località, dove è stato trovato un pugnale in giadeite bianca, segno
di un Villaggio o di una tomba erosa dal Lambro, ma ovviamente manca
il materiale necessario a dare un inquadramento sicuro a queste popolazioni.
Nell'antica età del bronzo (circa 3000 a.C. / 1700 a.C. o 2250-2150/1600
a. C.) le maggiori aree abitative erano nel benacese, con la cultura
di Polada distinta a sua volta in terramaricola in Emilia, Palafitticola
in Lombardia orientale e Veneto, ed un'altra non ben definita, ma distinta
dall'altra, ubicata nella zona dei laghi del varesotto. In questo periodo,
gli spilloni tipo Guado di Gugnano, sono diffusi nell'attuale Svizzera.
La pianura padana, ad eccezione del cremonese, era probabilmente occupata
da insediamenti non stabili e nella nostra zona(3) sembra piuttosto
evidente dai ritrovamenti di ripostigli a Lodivecchio. Questi ripostigli,
segnano evidentemente le vie seguite dai fabbri/mercanti, per scambiare
i propri manufatti ed approvvigionarsi delle materie prime, queste erano
vere e proprie rotte mercantili, diffuse in tutta l'Europa. All'epoca
della maggior fioritura della cultura di Polada, durante la media
e tarda Età del Bronzo (XVI/XIV-XIII sec. a. C.), una cultura
distinta si sviluppò nella Lombardia occidentale e prende il nome, dalla
località in cui sono state portate alla luce le prime testimonianze;
Viverone, dove sorgeva un insediamento palafitticolo, assegna il nome
alla cultura della Media Età del Bronzo, mentre la necropoli di Scamozzina,
vicino Varese, assegna il nome alla cultura sviluppatasi durante la
fine della media e l'inizio della tarda Età del Bronzo.(4) Nel XVI sec.
le genti della Padania Orientale, avviano scambi commerciali con le
genti dell'Europa Centrale. Dai contatti coi micenei, arrivano in Lombardia
le fibule a "violino". Sempre in questo secolo, la fascia di territorio
tra Adda ed Oglio, diventa il confine della Cultura di Viverone e poi
della Scamozzina (Albairate, Monza, successivamente Canegrate). Testimonianza
della presenza Scamozzina in questa fascia di territorio, è la tomba
a cremazione, risalente all'inizio della tarda età del Bronzo (XIII
sec. a.C.), trovata al Guado di Gugnano,
nel febbraio del 1876, durante i lavori di livellamento in un campo
nei pressi del Lisone. Delle suppellettili, rimangono, frammenti dell'urna
cineraria a collo cilindrico separato dalla spalla da una larga solcatura,
con una presa a bugnetta sul corpo e due spilloni di bronzo a capocchia
biconica, con il gambo ingrossato sotto la capocchia, decorato a fasci
di linee a zig/zag e forato.(5) Presso questi popoli era diffusa l'incenerazione
dei defunti, i resti venivano raccolti in urne bitroncoconiche, che
ricordano per decorazione e forma, il vaso campaniforme dell'Occidente
Europeo. Venivano solitamente seppellite in ciste o cassette litiche,
più raramente nella semplice terra. Di questa popolazione, non conosciamo
ancora bene il tipo di struttura sociale o che abitazioni costruissero,
neanche lo studio delle necropoli, nelle quali i defunti erano deposti
su pire di legna e cremati, ed i resti raccolti, assieme al corredo,
in un'urna cineraria, chiusa con una ciotola-coperchio e quindi deposta
in una buca e sepolta con la terra del rogo. Finora è impossibile azzardare
una ricostruzione della società Scamozzina, sappiamo solo, dai reperti
rinvenuti a Ponzana, presso Novara, si può supporre che le abitazioni
fossero fabbricate in legno, paglia ed argilla. (6) Nel corso dei lavori,
venne portata alla luce, anche una necropoli dell'Età del Ferro. La
ceramica dei vasi cinerari è rozza e lavorata a stampo. Il Castelfranco
raccolse in tutto 27 frammenti, che una volta uniti, ridiedero forma
alle urne cinerarie ed alle ciotole-coperchio. Il vaso maggiore, è alto
non meno di 30 centimetri, la bocca doveva avere il diametro di circa
23 centimetri ed il fondo circa 20, un coccio, porta un'ansetta poco
rilevata e mal formata. L'impasto è rozzissimo, d'argilla nera, mal
depurata, con i soliti ciottoli frantumati, le pareti esterne ed interne,
sono ingubbiate con argilla più fine, lisciata con le dita o con una
stecca, lo spessore è di circa 8 mm ed è stato cotto all'aperto, in
maniera disomogenea. Altri cocci diedero la forma di un vaso colorato
di rosso, d'argilla ben lavata e ben cotta, senza piede e con il fondo
piatto, di spessore robusto, nelle pareti vi corre un cordone e sotto,
contiguo, un solco, forse lavorato al tornio. Due cocci, lasciano pensare
ad un secondo vaso simile, ma con i cordoni più marcati. Delle ciotole-coperchio,
rimangono solo due frammenti, uno rosso, spalmato nelle due facce, delle
quali solo l'esterna è ben cotta, l'altro appartiene ad una scodella,
a labbro rientrante, con le pareti robuste e molto ben cotte. Interessanti
sono altri due ciottoli, il fondo e la parte inferiore, di un vasetto
di forma troncoconica rovesciata, di colore bruno rossastro e lavorato
al tornio.(7) Vi era anche un corredo di oggetti in bronzo, di cui facevano
parte : due fibule a sanguisuga, di cui, quella più grossa, di tipo
Lodigiano A, e quella più piccola, di tipo Tondo Alpino, variante B
- raccolta sul posto dal Prof. Castelfranco, che in seguito acquistò
tutti i reperti - alla quale doveva appartenere l'ardiglione ritrovato
in precedenza, comunque, entrambi coeve del periodo Golasseca III A1;
una fibula tipo certosa di chiaro influsso etrusco, del periodo Golasecca
III A2; un braccialetto a sezione circolare, zigrinato esternamente;
un pendaglio formato da un gancio ad otto, inserito in un'astina con
due anelli all'estremità, collegata tramite un anellino ad un semianello,
ricavato su un ciondolo a forma di disco con incisi cinque cerchietti
concentrici e forato nel centro; una perla bitroncoconica, con foro
passante per i due vertici; altra perla bitroncoconica, schiacciata
ai vertici, anch'essa forata; un pendaglio circolare, decorato all'esterno
con sei anatrelle, che guardano in basso, tre da un lato e tre dall'altro,
con le ali decorate da tre cerchi concentrici, di influsso celtico.(8)
Un pendaglio con anatrelle, del tutto simile, è stato scoperto, durante
gli scavi condotti dal prof. B. Clansdorff nella grotta di Han-sur-Lesse,
nelle Ardenne Belghe,(9) a testimonianza della rete di scambi esistente
all'epoca e dell'importanza del "nostro" ritrovamento. Più tardi vennero
consegnati al Castelfranco, un pendaglio circolare. lavorato all'esterno
con 14 globetti, che gli diede, sulla base di altri ritrovamenti simili,
l'idea del "triangolo", Miradolo - San Colombano /Guado di Gugnano/La
Mazzucca di Montanaso Lombardo, area geografica di maggior densità di
ritrovamenti golasecchiani nel Lodigiano, ed un altro pendaglio ad anatrelle,
tutte con le ali lisce, identico al primo, ma di maggior diametro e
con al centro una "T" sormontata da un'anatrella, anch'essa con le ali
non lavorate.(10) Anche di questa popolazione, conosciamo poco del loro
ordinamento sociale, sappiamo però, dai resti di Como, che le loro capanne
erano sorrette da pali di legno, con tetti a doppio spiovente, i muri
erano fatti con un intreccio di rami incannuciato con argilla ed il
pavimento era di ciottoli, con il rivestimento superiore in argilla
battuta.(11) Mentre il rito funerario era simile a quello della Scamozzina,
occasionalmente, i vasi venivano sepolti in un tumulo ed i corredi femminili
erano nettamente distinti da quelli maschili.(12) 1I nostri antenati,
sarebbero appartenuti ad una civiltà omogenea nel lodigiano, di tipo
golasecchiano, ma con influssi dalla civiltà d'Este, stanziata nel Veneto.
Caretta, prendendo spunto da altri saggi, li indica come liguri pedemontani,cioè
un sottogruppo dei liguri, meglio conosciuto come insubri.(13)