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di Giuseppina Rognoni Bassi
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La bellezza e la varietà del luogo invita ad effettuare numerose
gite ed escursioni. Gli altri del gruppo, si cimentano in quasi
tutte le attività proposte: equitazioni, safari con le jeeps, visita
alle balene e, chi più ne ha, più ne metta. Io invece, per i primi
giorni me ne sto quieta al villaggio e mi attengo scrupolosamente
alle raccomandazioni dei miei figli. - Non salire sulle Jeeps, potrebbe
venirti il mal di schiena ... - - Non uscire dal villaggio turistico,
potresti fare brutti incontri ...-
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Playa Bonita
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- Non salire sulle imbarcazioni, fanno acqua da tutte le parti
...- Alla fine, un giorno, senza troppo pensarci, decido di partecipare
anch’io alla escursione di una giornata alla cascata di Limon. -Vieni
anche tu, non è faticoso - insiste Lino - Non sei tu che devi camminare;
è il cavallo che ti porta.- Soltanto che io non mi sono mai data
all'equitazione. E così mi issano su di un cavallo, tirato da Estelle,
una giovane ragazza del posto e quasi senza rendermene conto mi
trovo nella foresta, quella vera, che di solito si vede nei films.
(Non avevo ancora visto quelle del Brasile).
Con una mano ben attaccata alla sella e l’altra che stringe la
criniera del cavallo, seguo i miei compagni attraverso sentieri
irti e rocciosi e a lunghi tratti pantanosi. E’ il fango che desta
in me tanta apprensione e forse qualcosa di più. Quando il cavallo
affonda le sue lunghe zampe in quel terreno melmoso e a stento riesce
a sollevarle per trovare un posto su cui appoggiarle di nuovo, mi
viene il sospetto che sarà molto difficile uscire da quella situazione
in cui mi sono cacciata con troppa leggerezza. Attorno e sopra di
me radici volanti, alberi frondosi, intricatissimi e così rigogliosi
che quasi non lasciano intravedere il cielo. I miei compagni parlano,
ridono e mi chiamano nel tentativo di farmi coraggio. Ma io mi sento
sola, pur in mezzo agli altri, e capisco che dipende in gran parte
da me portare a termine nel migliore dei modi quella "impresa" fuori
dal comune. Comincio a pregare, a raccomandarmi a Dio, ai Santi,
alla buona stella, ... a tutti insomma. Nel frattempo vedo due ragazzi
che stanno percorrendo il nostro stesso tragitto. A piedi, però
e cercano accuratamente di appoggiarsi sulle rocce o sulle enormi
radici sporgenti degli alberi. Mi dicono: -Fortunata lei che é a
cavallo!- - Se lo dite voi! - rispondo con un fil di voce. - Sinceramente,
a guardare la sua faccia, si direbbe che siamo messi meglio noi!-
e continuano nella loro caccia ai punti di sostegni.
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Le capanne di Playa Bonita
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All’improvviso un ruscello incredibilmente chiaro e trasparente.
Il cavallo si ferma per dissetarsi; poco, più in là il sole si specchia
in un laghetto limpidissimo. Alcune donne lavano i panni e i loro
bambini. Un quadro davvero idilliaco. Comincio a tranquillizzarmi
e riesco a proseguire con più sicurezza; quando raggiungo la cima
del monte sono quasi calma. E mi trovo di fronte ad una suggestiva
visione che penso non dimenticherò facilmente. Davanti a me si estendono,
una dietro l’altra, lunghe catene montuose verdissime e completamente
ricoperte da una fitta e lussureggiante vegetazione tropicale, che
ha interamente conservato il suo splendore originario. Il sole brilla
alto nel cielo; rumorosamente una cascata si tuffa nel laghetto
sottostante. Una volta tornata a Las Terrenas, decido di stare in
piscina e di non uscire più dal "Cacao beach" o al massimo di godermi
la sua spiaggia circondata da tante palme. Mantengo la promessa
solo mezza giornata. Poi, sempre in compagnia dei santangiolini,
incomincio a gironzolare a Las Terrenas, il paese vicino al nostro
villaggio, per fare shopping. Vi si trova di tutto: collane magliette,
conchiglie, statuette e oggetti vari in legno, sigari, rhum, olio
di cocco e tele naifs in quantità, coloratissime e di tutte le dimensioni.
Però bisogna contrattare, contrattare sempre. Mai accettare il prezzo
proposto. Si deve stabilire prima il compenso anche per salire sul
moto-concho, (il moto-taxi) l’unico mezzo a nostra disposizione
che ci permette di spostarci facilmente e raggiungere il paese e
la lontana, ma splendida spiaggia "Playa Bonita", adagiata ai piedi
di un’interminabile distesa di palme, che pigramente proteggono
le capanne degli abitanti dall’invasione dei turisti.
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E’ un’esperienza emozionante anche percorrere velocemente e a zic
zac, strade in terra battuta molto dissestate e piene di buche così
profonde che si stenta persino camminarci sopra. Ma infilarsi alla
perfezione fra due palme svettanti che costeggiano il viale per
superare un altro moto-concho è pura follia. Io provo anche quello.
-Por favor, al paso, al paso,- mi raccomando , ma il ragazzo ride
e continua nella sua corsa spericolata. -La prossima volta vado
a piedi- mi riprometto E il giorno dopo gironzolo di nuovo fra quegli
"atelier" di pittura naif che finiscono negli orti, e fra quelle
"case" in legno, a volte coloratissime. Sul "terrazzino" l'immancabile
sedia a dondolo; davanti alle porte le donne spazzano in continuazione
usando scope rudimentali preparate al momento coi rami frondosi
degli alberi. Vicino a loro un nugolo di bambini sorridenti con
tantissime treccine. Non ho mai visto un bambino solo. Sono sempre
in tre o quattro e quasi sempre "hermanos"-fratelli- Prima di offrire
loro una caramella, devi accertarti di averne parecchie con te,
perchè, immancabilmente, altri bambini sgusceranno all'improvviso
e da tutte le parti. Poi verranno le mamme sempre molto giovani
e dopo le nonne: per ringraziare e scambiare qualche parola, o almeno
tentare di farlo. A Las Terrenas ho conosciuto da vicino la proverbiale
cordialità degli abitanti e il loro rilassante e disinvolto stile
di vita. Riescono persino a manifestare la loro gioia e la loro
allegria anche in chiesa, se così si può chiamare il disadorno capannone
che una volta era stato dipinto di bianco, dove si ritrovano la
domenica per pregare insieme, indossando le scarpe e i loro abiti
migliori. Di solito camminano a piedi nudi.
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Non ho mai visto una chiesa così spoglia: un tavolo, due sedie
laccate di bianco, suppongo per i sacerdoti e diverse panche senza
schienale e dipinte in marrone per i fedeli; una piccola capanna
in legno stinto appoggiata su di una colonnetta funge da tabernacolo.
Tutto lì, non c’è altro in quel locale. Eppure quelle persone che
pregano con tanto fervore in un luogo così misero, i loro canti
vivaci e gioiosi accompagnati dal suono dei tamburelli, delle maracas,
e di altri strumenti locali, sprigionano una religiosità profonda,
viva e pienamente sentita, che dalle nostre parti ormai non si avverte
più. E riescono a trasmettere la loro fede anche a noi, da tempo
abituati all'indifferente apatia che aleggia nelle nostre ricchissime
basiliche. Viene spontanea una domanda: Che sia il loro lo stile
di vita da imitare? Senz’altro si eviterebbe lo stress, divenuto
ormai l'inseparabile compagno della nostra esistenza tanto efficiente
e ben organizzata, ma che inesorabilmente ci opprime e ci fa anche
dimenticare i veri valori della vita
Giuseppina Rognoni Bassi
grb@nautilaus.com
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Un abitante della capanna
Playa Bonita
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