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IL PONTE
vignola vignolo
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ANNO 4 - N.5 (Versione web - anno 1 n.2) NUOVA SERIE NOVEMBRE 2000

VECCHIA SANT'ANGELO



vignola vignolo

Dopo l'articolo su "S. Maria", apparso sullo scorso numero del "Ponte",si conclude con questo quinto pezzo su La "Vignola" una serie di cinque articoli, ognuno dei quali descrive "dal vivo" come si presentavano i quartieri di Sant'Angelo nei primi anni Cinquanta. Si tratta di articoli apparsi, con cadenza mensile sul foglio parrocchiale "L'Angelo in Famiglia". Non abbiamo potuto accertare esattamente chi fosse l'autore di questi scritti, firmati con lo pseudonimo "Il Vagabondo". Secondo molti indizi però, e tenendo conto dello stile, della perfetta conoscenza di luoghi, personaggi ed espressioni dialettali, siamo convinti che debba trattarsi di articoli scritti da don FerruccioFerrari. Manca, purtroppo, l'articolo sul quartiere S. Rocco, che era certamente nelle intenzioni dell'autore (come dimostrano i puntini di sospensione del sottotitolo da lui scelto). Egli però, trasferito probabilmente ad altra parrocchia, forse al seminario di Lodi, fu impossibilitato a scrivelo, lasciando così incompiuto il suo suggestivo reportage sulla S. Angelo degli anni '50.

Angelo Montenegro


A zonzo pei nostri Borghi
Oggi la Vignola e domani.........

Si chiama Vignola perché un tempo in questa parte del paese c'erano dei filari d'uva. Il terreno è ivi propizio a questo genere di colture; siamo a pochi passi dai vigneti dei Ronchi e in vista dei colli di Graffignana. E' questo un quartiere che si è aggiunto al paese da poche decine di anni.. Vi andiamo da via Mazzini rasentando il bel palazzo della banca Popolare, l'Osteria delle Lacrime, il Consorzio e sostando subito in Piazza Nuova dove c'è del nuovo e del vecchio e dove la spaziosità del largo dà al cittadino, che vi sfocia dalla stretta via, un certo senso di liberazione. Di nuovo le scuole professionali, il distaccamento della scuola Media di Lodi, bella conquista dell'attuale Amministrazione comunale. Disse un grande: "Aprite una scuola e chiuderemo una prigione". Era ora che S. Angelo si orientasse verso una maggior attenzione al problema della cultura superiore dei suoi figli!
Senso di liberazione, in questa piazza ariosa c'è la sosta autorizzata a tutti i divertimenti caratteristici delle sagre paesane. E qui la festone vengono i barasini a spaccare l'ultimo centesimo in taboga, al giro della morte e sull'altalena dove (o che mondo!) prendono posto anche le ragazze, librandosi al vento come libellule; "e se ghe de mal", dicono; "i siuri i van alle arie a Puntedilegno, e nöme gheme chi". Sennonché, avverte il poeta, " a voli alti e repentini, sogliono i precipizi essere vicini"
E di vecchio? Qui una volta era la stazione del gamba de legne, fratello di latte del morituro tram di Magenta; e qui ancora su tutta la piazza guarda con nostalgia il nome del Duca degli Abruzzi, altro ricordo molto caro a tutti gli italiani, monarchici e repubblicani. Incominciano ora le ville che si alternano con poche vecchie case, le belle ville disseminate un po' per tutta la Vignola, di tutti gli stili: stile Conti, stile Rozza e stile Don Nicola! Le ville che noi chiameremo dei miracoli, perché sorsero così, quasi dal nulla, senza che se ne accorgesse nessuno, talvolta nemmeno i proprietari, i quali, lungo pianger miseria e affari andati a male, un bel mattino se ne sono trovati in possesso quasi d'incanto. E sono belle costruzioni, di buon gusto, ma il vagabondo non ha invidia anzi augura a tutti i suoi compaesani di questi miracoli, l'unto di gomito e il sudore della fronte: cose ai nostri tempi piuttosto rare...
Qua e là qualche bottega elegante e ben rifornita, c'è anche una sala cinematografica, la seconda del paese, pure gestita dai signori Altrocchi; e, proseguendo, le due panetterie de Candaloca e Granata che, a mio modesto parere, trovo troppo vicine.
A sinistra si apre il cortile della cascina Pedrina. Un tempo qui veniva quel grande apostolo della Birmania, Mons. Emanuele Sagrada, in vacanze autunnali presso gli zii, e qui m'imbatto nel proprietario della cascina, il signor Montanari, buon uomo, ma che ha il torto (se si può dire) d'aver due enormi baffoni alla Umberto che sono il terrore dei bimbi del vicinato; le mamme l'additano ai piagnucolosi con le rituali parole: "Tas che ven el babau!". Né da meno è il signor Mucheton, cui si attribuisce una delle più belle opere di misericordia: alloggiare i pellegrini; dà infatti asilo notturno a tutti i barboni sparsi per il paese, si dice anzi che forse i suoi nonni hanno ospitato S. Benedetto Labre.
Andiamo verso le case popolari. Case popolari, onore e vanto della ricostruzione. In un primo tempo c'era della diffidenza in proposito: "chi l'è che ga da 'ndà a staghe, i saran alter che i siuri". M'accorgo invece che siamo in pretta atmosfera popolare, con qualche sfumatura tipo Baia del re. Si dice, infatti, che in certi giorni si odono: "Diverse lingue, orribili favelle/ parole di dolore, accenti d'ira/voci alte e fioche e...suon di man con elle!"
Fuori, alle quattro strade, v'è lo stadio comunale, agone delle storiche competizioni e della locale squadra di calcio. Ma, signori calciatori, quanti secoli dovremo attendere ancora per veder salire il S. Angelo a un rango un po' più alto?
Circonvallazione, giardini pubblici di S. Angelo Lodigiano, i giovani ci vanno per cimentarsi coi moto-scooters in gara con gli amici, le ragazze per portar fiori e rose (dicono alla mamma) alla madonna Pellegrina del Lazzaretto, che dire? Se saran rose... fioriranno.
Percorrendo la strada asfaltata ricordo che, da queste parti è partito il colpo fatale d'un illustre anonimo che ha causato quella tremenda sparatoria del lontano Aprile 1945 con panico enorme di tutto il paese e non poca tremarella in più d'un partigiano; ma non disturbiamo i sogni di gloria dei nostri eroi. Rientriamo nel paese dalla torretta del signor Valerio, e guardando la cinta dell'Oratorio risentiamo l'istinto giovanile di scavalcarla come da ragazzi, ma le son cose d'altri tempi ora è giocoforza battere la via piana che è la via maestra.
Lestamente, giacché si fa sera, percorriamo tutto il rettilineo fino all'osteria e posteria dell'Angelo cosiddetta dei "Cinquanta padroni" per il rapido avvicendarsi dei suoi gerenti e qui trovo da ridire su quel pezzo di campo antistante, un giorno così ben tenuto con tanto d'aiuole fiorite e zampillante fontana, ma ora che aiuole!
E che fontana!
Più avanti la stazione locale dei carabinieri, vera arma benemerita per aver contribuito a purificare il paese da un'infesta gramigna di cleptomani assai dura a morire.
Voltando invece ad angolo retto passiamo davanti all'austero palazzo delle scuole elementari. Come erano severi i nostri vecchi, ma questa è una facciata da caserma! Si vede che un tempo in tale stima era tenuta la scuola, tre anni al massimo, tanto per imparare a leggere e scrivere e poi via per il mondo. Oggi invece i nostri piccoli vi passano cinque anni e poi molti proseguono altrove, e trovano in queste aule un gruppo di brave insegnanti, le quali alla scuola hanno dedicato tutte le loro energie e saranno ricordate per sempre in benedizione. Voltiamo ancora un'altra volta, per via Manzoni, altrimenti detta "Via dei tulipani", è questa la passione di due dottori, il dott. Chini e il dott. Angelini che hanno un debole per questo genere di gigliacee di tutti i colori. Ed entriamo, finalmente, nel campo dell'Oratorio Maschile, un tempo tra i primi della Diocesi, ora invece in condizioni pietose e molto in arretrato. So però che è allo studio tutto un piano di rinnovamento per dare a quest'opera le aule per la dottrina, le sale da giuoco, il teatro e il cinema e tante altre attrezzature indispensabili per l'apostolato moderno e mi auguro di tutto cuore che l'attuale Prevosto dia presto inizio ai lavori.
Intanto la vita oratoriana ferve alacremente. Ragazzi e giovani sono in chiesa per il mese di maggio. In mezzo al campo mi raggiungono le dolci note del canto "...infondi pietosa, purezza e candor!" e nel fosco del crepuscolo dominano sulla spianata le parole del motto: "Dio, Famiglia, Patria".

IL VAGABONDO ("L'Angelo in Famiglia", a. XXVIII, n. 6 - giugno 1952)

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