Resident Evil

17/01/2011

La paura è una sensazione strana e con varie sfaccettature, considerata da sempre un’emozione negativa da cui però l’uomo talvolta si sente attratto. Ce ne accorgiamo quando guardiamo un film dell’orrore, quando, nonostante la tensione, invece di girare canale o di spegnere il televisore stiamo incollati di fronte allo schermo, attratti dal desiderio di vedere ciò che ci spaventa ma che allo stesso tempo ci affascina.
Dopo alcuni tentativi (non sempre andati a buon fine), nel 1996 Capcom riesce a ricreare questa sensazione anche nel mondo dei videogiochi grazie a Resident Evil (Biohazard in oriente), un titolo che ha decretato il successo del genere Survival Horror.

UNA CASA POCO ACCOGLIENTE
La vicenda ha luogo nel 1998. L’elicottero della S.T.A.R.S. (Special Tactics and Rescue Service), una squadra speciale del Dipartimento di Polizia di Racoon City, scompare improvvisamente durante una missione di esplorazione.
Il team Bravo (gruppo interno della S.T.A.R.S.) era stato inviato tra le montagne Arklay e la foresta vicina alla città per indagare sulla scomparsa di alcune persone e su una serie di misteriosi omicidi.
Gli agenti Chris Redfield  e Jill Valentaine, partiti alla ricerca dei colleghi dispersi, si ritroveranno presto intrappolati in Villa Spencer, una magione che purtroppo nasconde più di qualche orribile segreto.

ANCHE L’OCCHIO VUOLE LA SUA PARTE
Non potendo contare su una trama particolarmente originale, il fattore che indubbiamente contribuì a rendere Resident Evil un successo mondiale è stato l’incredibile impatto estetico. A differenza di Alone In The Dark (survival horror del 1992 da cui RE sembra trarre ispirazione), Capcom, guidata dal game designer Shinji Mikami, decide di utilizzare la grafica poligonale solo per i personaggi (mostri e umani) che si muovono in Villa Spencer, tutti dotati di fantastiche animazioni.
Gli ambienti isometrici si avvalgono invece di ottimi sfondi prerenderizzati e questo ha permesso agli sviluppatori di dar vita a un contesto estremamente realistico. Ad impreziosire l’opera troviamo una regia degna dei migliori film horror, che può vantare un sapiente utilizzo delle telecamere per dar vita a inquadrature claustrofobiche anche negli spazi più larghi.

SCAPPA!
I movimenti volutamente lenti del nostro alter-ego virtuale contribuiscono ad aumentare la sensazione di insicurezza che ci tiene sulle spine fino alla fine dell’avventura. Tra angusti corridoi, stanze misteriose e antri oscuri, saremo sempre angosciati, alla disperata ricerca di munizioni che, molto sapientemente, in Resident Evil tendono a scarseggiare.
Per questo motivo, nonostante nel corso del gioco troveremo fucili, lancia-granate e pistole, avremo sempre l’impressione di essere braccati, perfino nelle zone in cui regna il silenzio.

C’E’ QUALCUNO?
Capcom ha svolto un ottimo lavoro anche per quanto riguarda il comparto sonoro. Musiche quasi oniriche, sinistre e poco invadenti si alternano a stanze silenziose, dove ci ritroveremo a sperare che l’unico rumore saranno i nostri passi. Infatti, quando attraverseremo la porta di un‘area ancora inesplorata, per qualche attimo resteremo tesi ed immobili ad ascoltare i mugolii o gli scricchiolii che potrebbero rivelare la presenza di uno zombie o di qualche altra mostruosità.

DUE PUNTI DI VISTA
Merito in parte di un sistema di salvataggio accuratamente studiato, affidato alle macchine da scrivere e a delle scatolette di inchiostro piuttosto rare e preziose, Resident Evil è un titolo abbastanza longevo ma, nonostante si possa impersonare Chris o Jill, difficilmente lo affronteremo due volte. Purtroppo le differenze fra le due avventure (a parte qualche enigma) non sono poi molte.

Emanuele Cabrini di gamesearch.it
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