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ANNO 7 - N. 2 (Versione web - anno 4 n.2) NUOVA SERIE APRILE 2003

La guerra

Sembrava che la guerra stesse ormai perdendo, nella civiltà occidentale del terzo millennio dopo Cristo, il ruolo di strumento di confronto atto a far prevalere una parte, una nazione, un sistema di interessi su altri.       Ma la società occidentale (che è altra cosa rispetto alla civiltà) non è, evidentemente, tutta di questo parere.
Mai come questa volta, anche gli Italiani, che la guerra non l'hanno mai vissuta (e sono ormai moltissimi), l'hanno sentita vicina.
Su questo foglio non pretendiamo di condurre analisi, trarre conclusioni e pronunciare giudizi, ma vogliamo testimoniare lo sgomento che la guerra, questa guerra, insinua in tutti gli esseri umani di tutto il mondo. Non vi è nazione europea, americana, asiatica o africana che non si trovi nelle condizioni di dover prendere una posizione nei suoi confronti. Ed accade di leggere, sulla stampa nazionale ed internazionale, che parti considerevoli e, a volte, maggioritarie dei popoli di numerose nazioni sono in chiaro e manifesto contrasto con la volontà e con le azioni dei loro governi.
Questa non è una guerra tra nazioni o tra civiltà. E' una guerra tra due modelli di società con i relativi interessi.
Stati Uniti d'America e Inghilterra non sembrano aver dichiarato la guerra per mire espansionistiche (almeno nel senso tradizionale di estensione del territorio sottoposto al governo di uno stato) e, tanto meno, per difendersi da un'effettiva aggressione da parte dell'Iraq.
L'attentato dell'11 settembre alle torri gemelle di New York è stato un atto terroristico. O, se si vuole, un nuovo modo di aggredire una nazione da parte di un'organizzazione terroristica trasversale, non collegata ad uno o a pochi stati islamici ben identificabili. Né sembra sostenibile che la sconfitta dell'Iraq possa indebolire più di tanto il terrorismo islamico. Ed allora la cosiddetta "guerra preventiva" contro un solo stato rischia di "dover essere" estesa a tutti gli altri stati arabi cui possano attribuirsi responsabilità nel sostegno dato al terrorismo islamico. 
Si è anche letto che la guerra sarebbe stata dichiarata per abbattere il regime di Saddam Hussein, un tiranno accusato di genocidio nei confronti di altre nazioni ed etnie e di oppressione e crudeltà nei confronti del suo stesso popolo. Forse però, per annientare un tiranno (quanti i casi nella storia del passato recente o remoto) non era necessario bombardare le popolazioni inermi di intere città.
Gli effetti della guerra dureranno a lungo, non solo tra orientali ed occidentali, ma anche tra gli stessi stati occidentali ed al loro interno, mentre in tutti i paesi islamici rischierà di crescere la tensione delle popolazioni..
Ben presto anche noi percepiremo gli effetti della guerra, a cominciare dall'aspetto economico. Ci hanno già fatto sapere che un aumento del prezzo del petrolio di 10 dollari al barile, produrrà in Italia un incremento del 38% dei costi energetici (riscaldamento, elettricità). In Francia (guarda caso) gli stessi costi cresceranno solo del 2% ed in Germania del 10%.
Mentre "Il Ponte" sta per essere stampato, le forze anglo-americane hanno occupato la città di Bagdad, ma i combattimenti proseguono in altre zone del Paese. C'è da sperare che la guerra finisca presto e che altrettanto presto si metta mano alla ricostruzione, per ciò che è possibile, di quanto è stato distrutto. La vita ai morti, purtroppo, nessuno potrà restituirla.
Ma, alla fine di questo conflitto, tutti dovremo interrogarci sulle vere cause che lo hanno scatenato. E qualcuno, a tutti, queste risposte sincere le dovrà dare.
Solo così, in futuro potranno essere rimosse in anticipo le cause di nuovi scontri, di nuovi conflitti e di tante immense sofferenze.
Se questa volta la ragione di guerra può essere stato il controllo dei pozzi di petrolio, non vorremmo che nel prossimo futuro si debba combattere per la disponibilità di un bene ancora più importante.
L'acqua, che un tempo era considerata un bene non economico, mentre già oggi è un bene scarso per un terzo della popolazione mondiale, dovrebbe essere dichiarata un bene sovraeconomico, un patrimonio dell'umanità ed il suo uso un diritto per ogni vivente.     Facciamo in modo che non ci debba mai essere una guerra per l'acqua. Facciamo anche in modo che tutte le risorse e le energie dei cittadini del mondo siano rivolte a costruire la pace e non ad imporre la pace con la guerra.


La lotta partigiana
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